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Titoli                                                                                      Ultimo aggiornamento: 07/06/2010
07/06/10 INFEZIONI DA CANDIDA: L' APPROCCIO OLISTICO OMEOPATICO
04/06/10 OMEOPATIA E PLACEBO: IL GRANDE EQUIVOCO
01/04/10 LE EVIDENZE SCIENTIFICHE DELL'OMEOPATIA
25/03/10 INFLUENZA MEDIATICA
10/03/10 Omeopatia, Legge dei Simili, vaccinazioni
25/02/10 Il grande bluff della suina (epilogo)
15/02/10 A/h1n1. Dov'è finita l'emergenza pandemia?
05/11/09 5 RAGIONI PER DIRE NO AL VACCINO
25/10/09 INFLUENZA SUINA - E' il maiale che infetta l'uomo o l'uomo che infetta il maiale?
17/09/09 Omeopatia e pandemia influenzale
16/09/09 Multa di 2,3 miliardi di euro per il colosso farmaceutico Pfizer
27/08/09 The Lancet (*), le meta-analisi omeopatiche
18/07/09 Morti improvvise di bambini in USA per psicofarmaci: c'è correlazione
18/06/09 I bambini italiani sono i più obesi d'Europa
01/06/09 Il sole protegge le ginocchia
19/04/09 Scoperto il significato della "materia oscura" del genoma
18/04/09 La delusione del genoma "Malattie non prevedibili"
24/01/09 Medicinali omeopatici bloccano sviluppo tumorale
23/01/09 L'Omeopatia migliora le prestazioni motorie e cognitive nell'autismo
26/11/08 Omeopatia efficace quanto l'antibiotico
30/10/08 In Australia contro il cancro si integrano le Medicine Non Convenzionali
26/09/08 Rischia l'infertilita' chi assume antidepressivi
25/09/08 Guerra al cancro - fallimento totale?
19/09/08 Il paracetamolo potrebbe aumentre il rischio d’asma
02/07/07 Lo stress si accumula sulla pancia
28/03/07 Antibiotici e troppa igiene - Difese immunitarie in tilt
04/12/06 Decine di morti sospette - Bloccato il nuovo farmaco
16/11/06 La febbre? Meglio se alta - L’organismo reagisce più in fretta
12/11/06 Vaccino antinfluenzale: quanto serve veramente?
03/11/05 L' omeopatia classica è efficace nelle malattie croniche e dimezza il consumo dei farmaci

09/12/03

Medicinali inefficaci per metà dei pazienti

 

INFEZIONI DA CANDIDA: L' APPROCCIO OLISTICO OMEOPATICO

Le infezioni da candida (candidiasi) stanno diventando un problema sempre più frequente ai giorni nostri e comportano spesso la presenza di sintomi ricorrenti ed estremamente fastidiosi, sia locali che sistemici.
Ricordiamo che la Candida albicans è un fungo normalmente presente nell’organismo anche in persone sane e che assume carattere patogeno soltanto quando le difese della persona si indeboliscono o esiste un ambiente favorevole alla proliferarazione del microrganismo.
E’ per questi motivi che la nostra attenzione non dev’essere focalizzata sul fungo in sé, come se fosse un nemico da distruggere (ad esempio con antimicotici che, oltre a non essere esenti da effetti collaterali, non risolvono il problema alla radice ma possono facilitare l’insorgere di resistenze), bensì dev'essere rivolta alla “persona” in toto, al ristabilimento di un equilibrio psico-fisico generale in primis, uniti ad una corretta igiene intima e comportamentale alimentare (è stato più volte evidenziato il legame tra infezioni da candida e alterazioni della flora batterica intestinale).

Qui di seguito verranno proposti alcuni consigli di carattere generale per il trattamento della candida vaginale ricordando che, per quanto riguarda la cura omeopatica (cura quasi sempre fondamentale per la risoluzione a fondo del problema e per la prevenzione di eventuali ricadute), questa dovrà essere sempre individualizzata secondo la Legge dei Simili e consigliata quindi da un medico omeopata unicista esperto che abbia visitato il paziente.

LA DIETA

E' stato osservato da numerosi autori che le infezioni da candida si vanno sempre più diffondendo in concomitanza con la crescita dell'acidosi degli organismi. Un disequilibrio acido-basico intestinale che favorisca l'acidità e un eccesso di zuccheri e amidi, possono costituire un terreno fertile per la proliferazione dei funghi. E' importante quindi intervenire sull'alimentazione preferendo cibi basici ed eliminando alimenti acidi e ricchi di zuccheri.

CIBI BASICI
Acqua, anguria, broccoli, cannella, castagne, cavolo, fagiolini, indivia, lamponi, lenticchie, mandarini, mango, melassa, melone, more, papaia, patate dolci, peperoni, pomodoro, pompelmo, prezzemolo, radicchio, sale marino, salsa di soia, semi di papavero, senape, verza, yogurt bianco, zucchine

CIBI NEUTRI
Ananas, arance, banane, carote, cavolfiore, ciliege, cipolle, fagioli, fave, fichi, formaggio di capra, fragole, grano, latte intero, lattuga, limoni, melanzane, mele, miele, mirtilli, olio d'oliva, pane integrale, patate, pere, pesce, pesche, riso integrale, tacchino, uova (tuorlo) uva, zucca, zucchero di canna

CIBI ACIDI
Alcool, aragosta (crostacei), avena, birra, burro, cacao, cioccolato, confetture, crusca d'avena, dolcificanti, formaggi, cibi fritti, gelati, liquori, maiale, mais, manzo, nocciole, noci, pistacchi, polenta, pollo, porri, prugne, segale, soia, uovo (albume), vino, vitello, vongole, zucchero bianco

Cibi da evitare: latte, latticini, zuccheri, farine bianche, grano, frumento, mais, segale, orzo (sostituirli con riso integrale e pane azzimo integrale), arachidi, lieviti di ogni genere, carni di grossa taglia (preferire carni bianche), carni e pesci stagionati, affumicati o in scatola, wurstel, burro, margarina, pomodoro, cioccolato, vino, superalcolici e birra.

In abbondanza: verdure (soprattutto crude), yogurt biologico (non zuccherato), legumi, carote, kiwi, pere, mele verdi, arance, mandarini, ananas, pompelmo, noci, semi di papaia, liquirizia, aglio, cumino, zenzero, timo, origano, pepe di cayenna, olio di lino, olio d’oliva, olio di pesce e olio di semi di girasole.

NOTA
Può essere utile eseguire, almeno una volta nella vita, un test d'intolleranze alimentari (io consiglio il Vega test, praticato da professionisti competenti) eliminando gli alimenti che risultano essere controindicati. Tenere sempre a mente che tali test non sono infallibili e che, seguendo una terapia omeopatica, le intolleranze alimentari con il tempo possono risolversi.

INTEGRATORI

L'integrazione può essere di valido supporto alla dieta nell'ottimizzazione dei risultati. Consultare sempre un medico affinchè non vi siano controindicazioni all'assunzione di alcuni integratori.

Vit C: 1-3gr al dì fino anche a 10gr al dì nei casi acuti. Assumere mezza puntina di cucchiaino (circa 0,5gr), con acqua, più volte al giorno.

Probiotici: ottimo il "SIMBIOTI-CAN" della OTI da prendere nella dose di una capsula 3 volte al giorno, prima o durante i pasti, per 2-3 mesi.

Pseudowintera: si può trovare nel prodotto "Kolorex Capsule" da assumere nella dose di una capsula 2 volte al giorno, subito dopo colazione e dopo cena, da deglutire con acqua, per almeno due mesi.

Tea tree oil (olio essenziale di melaleuca alternifolia): 2-3 gocce tutte le mattine. Versare su un pezzetto di cibo e inghiottire con l’aiuto di un bicchiere d’acqua.

Estratto di semi di pomplemo (secco o liquido): 120-250mg al dì, secondo le necessità.

Bicarbonato di sodio: una punta di coltello in mezzo bicchiere d'acqua al mattino a digiuno, per un mese.

Tè al neem: mattina e sera lasciato in infusione per 15 minuti o masticare 5-20 foglie al neem la mattina a digiuno, tutti i giorni per almeno un mese.

IGIENE INTIMA

Anche in questo caso le sostanze andrebbero individualizzate e adattate alla persona. E' consigliabile inoltre modificare i prodotti usati, ogni 3-4 settimane circa, per non favorire l'insorgere di resistenze o irritazioni della zona trattata.

Crema vaginale: buona la AZUL crema della OTI. Applicare localmente una volta al dì per 20 – 40 giorni. Si possono eseguire dei cicli ripetuti, intervallati da 10 giorni di pausa.

Ovuli: BIOMYCO ovuli (OTI). Un ovulo al dì per sette giorni. Per i quadri recidivanti si consigliano due cicli di otto giorni intervallati da una settimana di sospensione.

Calendula (crema): può essere usata come lenitivo in caso di prurito e bruciore.

Lavaggi vaginali.
Scegliere una delle seguenti opzioni, preferibilmente alternandole nel tempo:
_ bicarbonato di sodio: una punta di coltello per tazza d’acqua, una volta al dì;
_ acido borico: due cucchiai in un litro di acqua tiepida, ogni giorno per una settimana;
_ propoli: 50 gocce di TM per litro d’acqua.

L'APPROCCIO OMEOPATICO

Come già menzionato l'omeopatia unicista dispone di molti rimedi potenzialmente efficaci nel trattamento della candidiasi (sia in fase acuta che cronica) che non sarebbe utile stare qui a elencare. Le cure omeopatiche devono essere sempre strettamente individualizzate sul paziente, sui suoi sintomi fisici, mentali, costituzionali e sulla sua storia biopatologica. E' quindi fondamentale rivolgersi sempre ad un medico omeopata unicista esperto ed evitare il fai-da-te o il ricorrere a preparati omeopatici preconfezionati ("complessi") che vengono prescritti indistintamente senza quasi alcuna individualizzazione sula persona. La somministrazione dell'appropriata cura omeopatica per "quel" paziente, unita ai consigli igienici e dietetici sopra indicati, offrono notevoli prospettive di successo nella cura di questo disturbo nel tempo e senza effetti collaterali indesiderati.


Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

 

OMEOPATIA E PLACEBO: IL GRANDE EQUIVOCO

La medicina omeopatica, nata più di due secoli fa ad opera del medico tedesco Samuel Hahnemann, si sta diffondendo sempre di più sia tra i medici che tra i pazienti, con un elevato grado di soddisfazione da entrambe le parti. Secondo la rilevazione Eurispes del gennaio 2010, emerge che gli italiani che fanno uso di medicine non convenzionali siano pari al 18,5% con un balzo, in appena 10 anni, di oltre 8 punti percentuali (nel 2000 erano il 10,6%). Un dato che, rapportato alla popolazione italiana totale, fa emergere più di 11 milioni di fruitori delle medicine alternative, omeopatia in primis.
Abbiamo inoltre sempre maggiori conferme dalla letteratura scientifica riguardo l’efficacia delle cure omeopatiche, sia in singole condizioni cliniche sia rispetto al placebo, pubblicate nelle più disparate e prestigiose riviste scientifiche anche non omeopatiche.
Nonostante ciò la maggior parte della comunità scientifica ancora si ostina a non prendere in considerazione tali studi, sostenendo che il meccanismo d’azione dei rimedi omeopatici (in cui le sostanze di partenza sono estremamente diuite), non sarebbe plausibile secondo le “attuali” conoscenze scientifiche.
Non pare questo però un modo di ragionare “scientifico” poiché è risaputo che quasi tutte le più grandi scoperte nella storia della medicina sono avvenute grazie all’intuito (per non dire ai colpi fortuiti) che hanno portato, dapprima all’osservazione di un fenomeno e poi, solo in seguito, alla sua comprensione razionale con il progredire degli studi e delle conoscenze scientifiche. L’aspirina è stato un esempio eclatante: scoperta alla fine dell’800 è stata usata per oltre 50 anni senza che nessuno ne avesse minimamente compreso il meccanismo d’azione; l’unica cosa certa era che funzionasse e che fosse relativamente sicura e questo è stato più che sufficiente nel farla diventare il farmaco più usato e venduto al mondo.
Per negare l’azione dei rimedi omeopatici ci si appella spesso al fatto che, a differenza di un farmaco tradizionale, nei rimedi omeopatici non c’è nulla di misurabile, nessuna molecola che possa produrre una reazione biochimica e quindi biologica nell’organismo. A queste considerazioni si può ribattere facilmente dicendo che non solo sostanze chimiche (come i farmaci) possono indurre modificazioni biologiche ma anche onde di tipo fisico possono avere una profonda azione sugli esseri viventi (basti pensare agli sfortunati medici che un tempo hanno dovuto imparare a loro spese l’effetto devastante delle radiazioni con cui effettuavano le radiografie ai loro pazienti, senza un’adeguata protezione) e vi è una crescente quantità di dati che dimostra chiaramente come una sostanza diluita e dinamizzata (rimedio omeopatico) possa provocare effetti biologici sia in cellule che in altri organismi viventi. Il meccanismo d’azione dei rimedi omeopatici è, con molta probabilità, di tipo fisico e noi siamo certi che con il progredire della ricerca scientifica (che in questo campo avrebbe bisogno di ben maggiori investimenti) arriveranno presto anche delle conferme inequivocabili, come pochi giorni fa è avvenuto per l’agopuntura, anch’essa da sempre considerata dagli scettici, priva di qualsiasi fondamento (1).
Siamo anche assolutamente convinti che al primo posto, nel valutare l'importanza di una qualsiasi metodica terapeutica, debbano essere considerate le sue evidenze di efficacia e sicurezza, evidenze che l’omeopatia classica, correttamente praticata da medici esperti, ha ampiamente dimostrato di possedere.

In quali disturbi l’omeopatia ha dimostrato la sua efficacia?
Negli ultimi decenni c’è stato un notevole aumento di studi scientifici sull’omeopatia e, citando solo quelli pubblicati su Medline, (la principale banca dati biomedica mondiale) l’omeopatia ha dimostrato di avere un effetto positivo (sia a livello sintomatologico che di parametri di laboratorio) in una vastissima varietà di disturbi clinici, anche importanti. Ne citiamo alcuni:

_ agitazione post operatoria
_ AIDS
_ allergie, artrite reumatoide,
_ cefalea,
_ colon irritabile,
_ controllo dei sintomi (fatica, caldane) da carenza estrogenica in pazienti sofferenti di cancro al seno dopo sospensione della terapia sostitutiva estrogenica
_ depressione
_ dermatite seborroica
_ diabete
_ diarrea infantile
_ dolore da lattazione indesiderata nel post-partum
_ effetti da chemioterapia sulla cute
_ ematoma post-operatorio
_ fibromialgia
_ forme allergiche del tratto respiratorio superiore e inferiore
_ infertilità
_ insonnia
_ ipertensione arteriosa in terapia d’emergenza
_ lombalgia cronica
_ neuropatia ottica
_ otite media e otiti acute
_ osteoartiti
_ patologie respiratorie superiori e inferiori
_ prurito persistente nei pazienti sottoposti ad emodialisi
_ sanguinamento post partum
_ sepsi severa (terapia aggiuntiva),
_ sindrome della fatica cronica,
_ sindrome di deficit di attenzione ed iperattività
_ sindrome pre-mestruale
_ vertigini

Quanto è potente l’effetto placebo?
Nonostante sempre più numerosi studi abbiano dimostrato l’efficacia dell’omeopatia in moltissime situazioni cliniche, gli oppositori convenzionali dell’omeopatia continuano a sostenere che i risultati positivi siano attribuibili soltanto all’effetto placebo (suggestione del paziente).
Andiamo quindi a vedere se questa conclusione può avere un fondamento o se si tratti piuttosto di un’affermazione ideologica pregiudiziale priva di qualsiasi conferma logico-scientifica.
La domanda che dobbiamo porci, per risolvere questo dubbio, è la seguente: quanto è potente l’effetto placebo nella situazione clinica reale?
Per fortuna a questa domanda possiamo rispondere in maniera ben precisa citando il più grosso studio scientifico mai fatto volto a valutare la differente evoluzione di varie una malattie, quando queste vengano lasciate al loro decorso naturale oppure quando si somministri al paziente un placebo. Si tratta dello studio (pubblicato la prima volta nel 2001 nel New England Journal of Medicine) di un noto epidemiologo danese, Gotzhe Peter del Nordic Cochrane Center il quale ha effettuato una rassegna sistematica di tutti i trials pubblicati in cui i pazienti sono tati divisi in due gruppi:

1) il primo gruppo riceveva un placebo di qualsiasi tipo (farmacologico: una pastiglia che sembrava un farmaco; fisico: una manipolazione; psicologico: conversazione ecc.)
2) il secondo gruppo non riceveva nessun trattamento (la malattia naturale veniva lasciata al suo decorso spontaneo).

Lo studio di Gotzche ha preso in esame ben 114 studi clinici per un totale di più di 8500 pazienti. Le condizioni cliniche maggiormente prese in esame sono state:

_ dolore
_ obesità
_ asma
_ ipertensione
_ insonnia
_ ansia

Conclusione dello studio
l’unico effetto visibile, anche se molto modesto, del placebo nei vari trials, è stato una diminuizione del 6,5% del dolore (e non delle altre patologie o situazioni cliniche) in una scala visuale da 1 a 100. Questi dati sono stati poi confermati da altre rassegne dello stesso autore, l’ultima delle quali pubblicata nel 2010 (2). La conclusione dell’autore nello studio è stata questa:
“Non vi è nessuna evidenza che l’effetto placebo abbia in generale un importante effetto clinico. Un possibile piccolo effetto sugli effetti a lungo termine riportati dai pazienti, soprattutto riguardanti il dolore, non può essere chiaramente distinto da altri fattori confondenti”.

CONCLUSIONE
Alla luce dei dati a nostra disposizione possiamo dire quindi che:

_ l’effetto placebo non ha in genere un effetto clinico rilevante
_ l’omeopatia ha dimostrato di avere effetti clinici importanti in una grande quantità di situazioni cliniche

possiamo quindi concludere, senza timore di sbagliare, che:

gli effetti clinici dell’omeopatia, nelle situazioni cliniche reali, NON possono essere dovuti (se non in minima parte, come in qualsiasi altro intervento medico-terapeutico) all’effetto placebo poiché in queste situazioni, l’effetto del placebo è irrilevante.

Nota
Nella storia della medicina abbiamo potuto osservare diversi casi di guarigioni o miglioramenti inspiegabili riguardanti pazienti affetti anche da malattie gravissime ai quali era stato somministrato solo un finto farmaco, un placebo appunto. Pur essendo tali casi possibili e ancora oggi oggetto di studio (è indubbio che mente e corpo interagiscono tra di loro in maniera estremamente complessa e che in alcune condizioni il placebo possa attivare dei meccanismi di autoguarigione sorprendenti) si è sempre trattato di casi eccezionali, rarissimi, che in alcun modo da soli potrebbero spiegare i continui risultati che migliaia di medici omeopatici hanno quotidianamente con i loro pazienti.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/05/30/visualizza_new.html_1817184068.html
2) “Placebo interventions for all clinical conditions”. Hróbjartsson A, Gøtzsche PC., Cochrane Database Syst Rev. 2010 Jan 20

Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

 

Le evidenze scientifiche favorevoli all'omeopatia: ci sono ma nessuno ne parla

"Potete ingannare qualcuno per tutto il tempo,
potete ingannare tutti per un pò di tempo,
ma non potete ingannare tutti per sempre."

Abramo Lincoln

E’ opinione diffusa, sia tra i normali cittadini, che tra personalità anche molto note del mondo scientifico, considerare l’omeopatia come una metodica terapeutica senza alcuna evidenza d’efficacia riconosciuta e che funzioni solo in virtù dell’effetto placebo (effetto autoindotto dal paziente dovuto alla sua suggestionabilità e non all’effetto specifico del medicinale che sta assumendo) e che non debba minimamente venir presa in considerazione in caso di trattamento di patologie “serie”. Ebbene, la realtà è molto diversa: un sempre maggior numero di lavori scientifici, pubblicati anche da riviste scientifiche non legate all’omeopatia (quali il Lancet, il British Medical Journal, il British Journal of Clinical Pharmacology, l’European Journal of Clinical Pharmacology ecc.), hanno dimostrato l’efficacia terapeutica dell’omeopatia in molteplici situazioni cliniche, anche gravi. Le prove a favore dell’omeopatia sono fondate sia sui dati della letteratura classica (studi clinici osservazionali) sia su un numero sempre crescente di dati della letteratura scientifica moderna (studi randomizzati e controllati). Solo fino al 2007 sono stati pubblicati 134 studi randomizzati e controllati (RCT), di questi 59 hanno dato esito positivo, 8 negativo e 67 conclusioni non valide statisticamente. Gli studi RCT che hanno dato esito positivo riguardano una gran varietà di disturbi clinici tra cui allergie, infezioni respiratorie, diarrea infantile, influenza, disturbi reumatici, vertigini, fibromialgia, osteoartriti, sinusiti, otiti acute, bronchiti, sindrome della fatica cronica e sindrome pre-mestruale. I dati fino ad oggi disponibili indicano con chiarezza che:

• l’omeopatia è efficace in numerose condizione cliniche;
• l’effetto dell’omeopatia è superiore a quello del placebo.

Studi clinici osservazionali dimostrano inoltre che oltre il 70% dei pazienti riferiscono benefici prodotti dal trattamento omeopatico.
Questa è la realtà dei fatti, che piaccia o meno, e chiunque desideri la bibliografia scientifica di quanto da me riportato può ricercarla nel mio sito, viewtopic.php?f=5&t=42, o contattarmi direttamente al mio indirizzo email: info@omeosan.it.
Come mai allora questa medicina viene di continuo attaccata o ignorata da medici e da scienziati con la complicità dei grandi media?
I motivi, ormai evidenti, hanno ben poco di scientifico e sono principalmente tre:

1) ignoranza;
2) interessi economici;
3) motivazioni politiche.

1) I detrattori dell’omeopatia sono quasi sempre esperti in altre branche della medicina convenzionale (a volte non sono neanche medici, spesso sono farmacologi, chimici ecc.) che non hanno nessuna competenza specifica sulla medicina omeopatica e trascurano gli studi scientifici fino ad oggi disponibili arrivando a trarre delle conclusioni affrettate basandosi solo sulle loro conoscenze di chimica o di farmacologia (per non dir sulla base di racconti negativi di qualche paziente o collega) che poco o nulla hanno a che fare con l’omeopatia, il cui meccanismo d’azione, ancora non noto, è certamente di natura fisica e non chimica (almeno nelle diluizioni più elevate).

2) I medicinali omeopatici sono ovviamente visti con grossa preoccupazione dalle grandi aziende farmaceutiche non omeopatiche. Basta pensare che esistono dei farmaci chemioterapici che costano più di mille euro a fiala per una spesa complessiva di diverse decine di migliaia di euro al mese, per paziente. Quale azienda farmaceutica potrebbe vedere di buon occhio il sostituire simili farmaci con dei rimedi omeopatici dal costo di pochi euro e il cui effetto può durare per mesi? E questo è solo uno degli aspetti in gioco. Il risparmio che si potrebbe avere con una maggiore diffusione dell’omeopatia è anche indiretto, dovuto cioè al fatto che è stato evidenziato da più studi che i pazienti curati omeopaticamente si ammalano meno frequentemente e riducono drasticamente l’uso di altri farmaci o di altri interventi medico-diagnostici con un ulteriore grande risparmio di denaro pubblico.

3) Pensate a quello che potrebbe accadere se venisse riconosciuta, in maniera unanime dall’establishment scientifico, l’efficacia delle basse dosi omeopatiche. Si tratterebbe di una svolta epocale e molti medici, scienziati e organizzazioni che hanno da sempre attaccato l’omeopatia e negato i suoi paradigmi, perderebbero subito gran parte della loro credibilità e probabilmente la loro attuale posizione di potere (con gravi ripercussioni anche economiche) .

E’ ovvio che si faccia di tutto per occultare i dati favorevoli all’omeopatia e per attaccarla in tutti i modi, fino a giungere addirittura a falsare le conclusioni di alcuni studi scientifici (si è arrivati persino a negare le conclusioni delle sei meta-analisi sull’omeopatia pubblicate fino ad oggi, che hanno evidenziato tutte l'efficacia dei trattamenti omeopatici) con la complicità dei grandi media, palesemente manipolati e tendenziosi, che non danno poi mai spazio alla controparte omeopatica di ribattere sulle gravi inesattezze riportate. E’ bene anche ricordare che la letteratura scientifica in medicina è piena di studi dall’esito negativo che hanno evidenziato un effetto terapeutico praticamente nullo di vari farmaci (che poi però vengono comunque tranquillamente commercializzati) ma non per questo si dichiara poi la fine di un’intera branca della medicina come avviene di regola nel caso dell’omeopatia. Se dovessimo adottare la stessa “spietatezza” verso la medicina convenzionale allora, tanto per fare un esempio, dovremmo bocciare subito l’intera psichiatria visto che la maggior parte degli studi a nostra disposizione concludono che l’efficacia dei farmaci antidepressivi sia pari a quella del placebo (tranne che per gli effetti collaterali, certamente superiori nei farmaci) e il loro meccanismo d’azione resti in gran parte sconosciuto.
Frequenti sono poi gli attacchi sul presunto pericolo per i pazienti nel ricorrere all’uso delle cosiddette “medicine naturali”, attacchi che sfociano spesso nel ridicolo come quello di poche settimane fa in cui una campagna promossa dall’Istituto Superiore di Sanità voleva allarmare e mettere in guardia la popolazione sostenendo che le medicine naturali avrebbero causato 400 effetti avversi dal 2002 al 2009 (in 8 anni quindi). Tale istituto, e i media che lo seguono in maniera acritica e servile, si guardano bene però dal riferire ai cittadini il numero degli effetti avversi provocati dai farmaci tradizionali che sono, in Italia, nell’ordine delle decine di migliaia l’anno!

Per quanto si è tentato in tutti i modi di mettere il bavaglio a questa meravigliosa medicina che è l’omeopatia, la sua popolarità, in continua crescita, è ormai diventata inarrestabile e questo è avvenuto soprattutto grazie al passaparola dei pazienti e dei medici che l’hanno sperimentata, certamente non grazie alle notizie riportate dai media o alla pubblicità, quest’ultima vietata in Italia, dei tanto “pericolosi” medicinali omeopatici. In appena 10 anni, i sostenitori dei medicinali omeopatici hanno registrato un balzo di oltre 8 punti percentuali, passando dal 10,6% nel 2000 al 18,5% nel 2010, spiega il "Rapporto Italia 2010" diffuso dall'Istituto Eurispes. L’italia si conferma come il terzo mercato europeo dopo Francia e Germania.

Questo enorme successo dell’omeopatia e i risultati positivi dei sempre più numerosi studi scientifici a nostra disposizione, che purtroppo non vengono mai citati, sono di continuo confermati dall’esperienza clinica di migliaia di medici e dal livello di soddisfazione di milioni di pazienti, in ogni parte del mondo.

"Tutte le verità passano attraverso tre stadi:
primo vengono ridicolizzate,
secondo vengono violentemente contestate,
terzo vengono accettate come evidenti."


Arthur Schopenhauer

Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica


INFLUENZA MEDIATICA

A tu per tu con il dott. Tancredi Ascani

Succede che per un ben determinato e preciso periodo di tempo sei allarmato fino all’esaurimento dall’informazione di massa e poi, da un giorno all’altro, queste notizie tendono a scomparire. Non si parla più di questa “pandemia influenzale”, niente più aperture straordinarie dei Tg nostrani o programmi speciali, niente più titoloni nei quotidiani italiani. Ma, attorno a questa influenza mediatica, ci sono in ballo milioni e milioni di soldi pubblici per l’ingrasso di potenti case farmaceutiche e, ancor più grave, c‘è la salute dei cittadini. Per un’informazione libera e corretta, poniamo qualche domanda al Dott. Tancredi Ascani, Medico Chirurgo perugino che pratica la medicina non convenzionale dell’omeopatia.

Non si parla più dell'influenza suina, come mai?

Ormai non fa più notizia, i grossolani errori commessi (e facilmente prevedibili fin dall'inizio) dai Governi e dalle maggiori istituzioni sanitarie devono essere dimenticati più in fretta possibile. Non credo però che stavolta la gente dimenticherà facilmente.

Che giro di soldi pubblici c'è stato per l'acquisto di questi vaccini? Chi ci ha guadagnato?

Si parla di cifre da capogiro, diverse decine di miliardi di dollari tra farmaci anti-influenzali e vaccini. Denaro pubblico che non possiamo permetterci di buttare, soprattutto in tempi come questi. Una campagna di vaccinazione di tal portata, se totalmente ingiustificata e irrazionale può ripercuotersi negativamente sulla salute delle popolazione in almeno tre modi. Primo, vengono sottratti numerosi fondi e risorse a emergenze sanitarie ben più reali e importanti, secondo, la rincorsa su vasta scala ai vaccini e agli antivirali inevitabilmente porta all'insorgenza di numerosi effetti collaterali e terzo, non per importanza, aumenta la paura e l'incertezza delle persone e lo stress psicologico, è stato dimostrato anche da un recente studio, è responsabile di almeno il 70% delle patologie mortali nell'uomo.

In Umbria, quanti vaccini sono statu utilizzati e quanti acquistati?

Non conosco i dati precisi ma da quello che riportano i quotidiani locali siamo in linea con il resto delle regioni d'Italia, quindi un flop quasi totale su tutte le categorie di persone. Pensi che dall'"alto" volevano che si vaccinasse il 40% della popolazione ovvero 24 milioni di persone. Se ipotizziamo un effetto grave del vaccino ogni 10.000 (come riportato nei bugiardini dei vaccini stessi) avremmo avuto migliaia di persone sane, gravemente danneggiate dal vaccino. Alcuni questi casi, purtroppo, già si iniziano a contare.

Dove finiranno i vaccini inutilizzati?

All'inizio abbiamo assistito alla prematura e insensata rincorsa dei vari Paesi a comprare milioni di dosi di vaccino, ora gli stessi Paesi stanno facendo a gara a chi riesce prima a svenderle ai paesi poveri. Questi vaccini, solo per essere conservati, necessitano di particolari celle frigorifere per un costo di migliaia di euro al giorno, inoltre, una volta scaduti, ci si troverà di fronte al costoso problema di eliminare questi rifiuti che dovranno essere eliminati tramite aziende specializzate per lo smaltimento di rifiuti speciali. Molto meglio eliminarli tramite i corpi di altre persone (sempre dei paesi poveri), per di più guadagnandoci anche un pò. All'ultimo vertice della FAO si è detto che muoiono 17 mila bambini al giorno di fame e noi cosa gli mandiamo? Vaccini per l'influenza.

Perchè bisogna dire no al vaccino?

I motivi sono tanti, in breve: il vaccino antinfluenzale ha da sempre un'efficacia molto bassa, nei bambini sotto i due anni pare avere un'efficacia addirittura nulla. L'influenza è una malattia lieve, soprattutto la "suina" che è ancor meno letale di quella stagionale (ricordo comunque che di influenza muoiono quasi sempre solo persone già in gravi condizioni psico-fisiche e particolarmente debilitate). Il vaccino contiene sostanze potenzialmente pericolose (mercurio delle multidosi, formaldeide, antibiotici ecc.) inoltre altera il sistema immunitario con possibili effetti collaterali, anche gravi, che possono manifestarsi a distanza di molto tempo. Perchè rischiare quindi la nostra salute per una banale influenza? La vera prevenzione delle malattie si attua attraverso un sano e corretto stile di vita quotidiano, rafforzando in maniera naturale il nostro sistema immunitario: mangiare e dormire bene, fare attività fisica, evitare il più possibile lo stress psicologico, essere sereni e cercare nella vita di perseguire sempre gli scopi più nobili verso i quali siamo portati. Questa è la migliore forma di prevenzione che ci protegge non contro uno ma contro tutti i milioni di microrganismi che ci circondano.

Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

Fonte:
http://www.tifogrifo.com/articolo.asp?articolo=5957


Omeopatia, Legge dei Simili, vaccinazioni

Similia similibus curentur, Ippocrate 460-375 a.C

La differenza principale tra la medicina omeopatica e la medicina tradizionale detta anche allopatica è di natura filosofica, la legge su cui si fondano è diametralmente opposta. La medicina tradizionale si basa soprattutto sulla Legge dei Contrari ovvero si somministra quel farmaco che è contrario all’azione iniziata dall’organismo. Per la febbre si somministra un anti-piretico, per l’ipertensione un anti-ipertensivo… L’omeopatia invece si fonda sulla dalla Legge dei Simili, si prescrive un rimedio omeopatico, cioè un medicinale che favorisce l’azione, il meccanismo, iniziato dall’organismo stesso perché a nostro giudizio il processo benefico curativo non va ostacolato ma favorito con rimedi che siano in grado di facilitare l’azione che l’organismo sta producendo. Soltanto in pochissimi casi anche la medicina tradizionale utilizza la Legge dei Simili, principalmente con le vaccinazioni.
Le vaccinazioni differiscono però molto dalla Legge dei Simili applicata in medicina omeopatica. I motivi principali sono due: il primo riguarda i medicinali omeopatici che sono estremamente diluiti, fino al punto in cui spesso non c’è più neanche una molecola chimica della sostanza di partenza. Questo garantisce la completa assenza di tossicità del medicinale omeopatico. I vaccini invece, come ogni altro farmaco, contengono sostanze a dosi ponderali ovvero a dosaggi farmacologicamente attivi e, come ogni farmaco, provocano effetti collaterali. La seconda differenza importantissima è l’individualizzazione. La medicina omeopatica viene detta anche “medicina dell’individualizzazione” in quanto il rimedio omeopatico viene strettamente individualizzato sulla persona sulla base dei suoi sintomi peculiari, mentali, fisici, costituzionali e in base alla sua storia biopatologica. La vaccinazione è l’antitesi di questo principio poiché a tutti, indistintamente, viene somministrato lo stesso tipo di vaccino senza alcuna individualizzazione sul paziente. E questo a volte può portare a gravi conseguenze su persone che non ne tollerano le sostanze ivi contenute. Purtroppo anche nel resto delle metodiche terapeutiche convenzionali le malattie vengono curate più o meno, sempre con gli stessi farmaci, tenendo conto poco o nulla della soggettività del paziente.
La Legge dei Simili ha origini antichissime e venne formulata da Ippocrate, padre della medicina moderna, già nel V secolo a C. Ippocrate formulò le due leggi, quella dei Simili e quella dei Contrari che avrebbero dovuto guidare ogni medico nella sua prescrizione e che andavano scelte a seconda dei casi. Arrivò alla Legge dei Simili attraverso l’osservazione e la sperimentazione: si rese conto ad esempio che l’helleborus, una pianta usata anche in omeopatia, ad alte dosi era in grado di provocare una diarrea simile a quella del colera mentre a dosi più basse era in grado di curare alcune forme di colera. Tutta la storia della medicina però si è sviluppata privilegiando la Legge dei Contrari perché molto più facile da applicare e più comprensibile per la nostra mentalità. La legge dei Simili è invece sempre apparsa come qualcosa di più ostico e misterioso, di difficile applicazione. La chiave per una sua corretta e sistematica applicazione in medicina la dobbiamo al grande medico tedesco Samuel Hahnemann (fondatore della medicina omeopatica) che capì, attraverso anni e anni di sperimentazioni, che diluendo e agitando le sostanze, queste mantenevano le loro proprietà terapeutiche ma perdevano i loro effetti tossici. La visita da un medico omeopatico è molto diversa da una visita medica tradizionale. Dura in genere più a lungo perché il medico omeopata, pur non trascurandole, ritiene le diagnosi mediche tradizionali insufficienti a caratterizzare e a individualizzare il malato nella sua complessità. La diagnosi medica omeopatica studia aspetti che la medicina convenzionale generalmente ignora come la costituzione del paziente, le sue modalità peculiari di manifestare i sintomi, il suo temperamento, insomma, tutto quello che riguarda la sua reattività. Da ciò si può ben capire quanto sia importante che il medico omeopata sappia ascoltare, osservare ed entrare in sintonia con il suo paziente (rapporto empatico), poiché questo è l’unico modo per comprendere a fondo il dramma della persona che dovrà curare. Il medico omeopata deve avere quindi non solo le adeguate competenze mediche ma anche grandi doti di intuito e sensibilità e queste sono doti che non tutti possiedono, non si possono imparare dai libri. Durante il passare degli anni sono nate tre diverse scuole di pensiero riguardo la somministrazione dei rimedi omeopatici. Abbiamo l’omeopatia “unicista”, hahnemaniana, che si basa sulla prescrizione di un solo rimedio omeopatico per volta, il cosiddetto “simillimum”, cioè il rimedio più simile alla sintomatologia totale e peculiare del paziente e che ha l’obiettivo di curare tutta la persona. L’omeopatia “pluralista” invece prescrive più rimedi contemporaneamente o in diversi momenti della giornata e deficita dell’individualizzazione concentrandosi su cure perlopiù mirate solo al sintomo e infine c’è l’omeopatia “complessista” basata sulla somministrazione di miscele di diversi composti omeopatici prodotti in formulazione fissa senza quasi nessuna individualizzazione sul paziente. È importante sottolineare che la vera omeopatia hahnemaniana è l’omeopatia unicista, la più scientifica e complessa perché focalizza la propria attenzione sull’uomo nella sua totalità mirando a guarire la “persona” e non a trattare solamente i sintomi. È bene anche ricordare che l’omeopatia hahnemanniana è una medicina assolutamente scientifica poiché adotta, per la prima volta in assoluto nella pratica medica occidentale, la sperimentazione dei medicinali sulle persone sane volontarie per comprenderne il meccanismo d’azione. Questa metodica è stata solo in seguito adottata anche dalla medicina allopatica. Perchè Hahnemann approvò solo l’omeopatia unicista? È semplice: noi conosciamo l’effetto di un solo rimedio omeopatico somministrato alla volta poiché questo viene sempre sperimentato “singolarmente” su persone sane; non possiamo conoscere invece l’effetto di più rimedi omeopatici somministrati contemporaneamente o in diversi orari della giornata, come avviene nell’omeopatia pluralista o complessista.
L’uomo non può essere conosciuto solo attraverso meccanismi lineari, meccanicisti, cartesiani, come avviene in medicina tradizionale. L’uomo e la malattia sono qualcosa di ben più complesso. La vera omeopatia hahnemanniana mantiene sempre una visione vitalistica e olistica dell’uomo con la consapevolezza che tutte le sue parti sono così legate tra di loro in maniera interdipendente e dinamica che è impossibile avere una conoscenza approfondita della persona senza mantenere sempre una visione d’insieme. L’uomo è un tutt’uno di mente, corpo e spirito e queste tre parti si influenzano tra loro in ogni istante. Nonostante la sempre maggiore diffusione che sta vivendo l’omeopatia in questi anni, questa medicina, estremamente complessa e che richiede anni e anni di studio alle spalle, non è mai stata così incompresa e malpraticata, sia dei medici che dai pazienti. E’ fondamentale affidarsi a medici omeopati professionalmente preparati, medici che non trascendono mai dai principi efficaci e scientifici della Legge dei Simili, del medicinale diluito e dinamizzato, della sperimentazione sull’Uomo Sano e del Rimedio Unico (omeopatia unicista). La scarsa preparazione di molti terapeuti porta discredito a questa medicina che è affatto lenta nella sua azione (semmai, lenti sono molti medici che la praticano) e può arrivare a curare anche patologie molto importanti.
Il sito http://www.omeosan.it da me creato e supportato vuole essere un servizio informativo, interattivo per il paziente che può richiedere on-line consulti gratuiti di carattere generale e può trovare approfondimenti sui principi della vera e unica omeopatia hahnemanniana. “Non esistono malattie ma solo malati”, questo il profondo pensiero di Hahnemann più di due secoli fa. Non bisogna curare la malattia o l’organo ma l’uomo. L’uomo da sempre viene prima dell’organo e dal principio alla fine la malattia e la cura devono seguire quest’ordine: dall’uomo all’organo e non viceversa.
Nel mondo più di trecento milioni di pazienti si curano con l’omeopatia, un metodo di cura dolce, rapido ed efficace che non dimezza solo l’uso dei farmaci ma abbatte anche i costi della farmacologia convenzionale.


Dott. Tancredi Ascani

Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

Fonte:
http://www.microscopionline.it/?p=232

Il grande bluff della suina (epilogo)

Tutto quello che i dati, fin dall’inizio a nostra disposizione, la letteratura scientifica e soprattutto il buon senso, ci avevano chiaramente predetto, si è verificato e quindi: non c’è stata nessuna grave pandemia, il vaccino antinfluenzale non doveva neanche essere proposto (bene fece la Polonia ha rifiutarlo), un fiume di denaro pubblico è andato sprecato e varie persone hanno subito gravi danni a causa di questo vaccino “assolutamente sicuro e necessario”. E lo spreco di denaro continua tutt’ora visto che la conservazione dei vaccini avanzati, in particolari celle frigorifere, ci costa migliaia di euro al giorno così come ci costerà molto altro denaro lo smaltimento dei vaccini, una volta scaduti, che dovranno essere eliminati tramite aziende specializzate per lo smaltimento di rifiuti speciali. Per recuperare qualcosa con tutti questi vaccini inutilizzati e profumatamente pagati (con un contratto con la Novartis che in Italia, persino alla Corte dei Conti, ha mostrato evidenti e sospette irregolarità) i paesi ricchi hanno pensato bene di lucrare sulla pelle dei paesi poveri, svendendogli o donandogli (poco cambia) i nostri scarti. Avremo così almeno risolto, in parte, il problema del costoso smaltimento di questi rifiuti.
Tutto quello che è successo è solo uno tra i tanti episodi di grave fallacia delle grandi istituzioni sanitarie che ogni anno ci allarmano in maniera del tutto ascientifica e irrealistica con previsioni catastrofiche che puntualmente mai si verificano (vedi HIV, mucca pazza, SARS, aviaria, suina, ogni nuova epidemia influenzale ecc.). E mentre si iniziano a contare i casi di persone rimaste gravemente invalide (che per aver firmato una delibera di responsabilità non saranno minimamente risarcite dai produttori del vaccino e forse neanche dallo Stato, cioè da noi) a seguito di questo inutile vaccinazione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per nulla pentita del grave danno creato all’umanità intera, oggi, in data 25 Febbraio 2010, quando tutto il mondo prova rabbia e delusione per questo ennesimo e gravissimo “abbaglio”, ha il coraggio di annunciarci con la sua solita spavalderia che “…sarebbe prematuro modificare la fase di allerta pandemia, che dunque resta al massimo livello”.
Si continua a ripetere che la “suina” attualmente abbia provocato circa 16 mila morti nel mondo, un numero quindi inferiore ai morti provocati ogni anno, solo negli Stati Uniti, dai farmaci antinfiammatori “correttamente prescritti”, solo per curare l’artrite. Qualcuno di voi ha mai sentito gridare all’allarme pandemico da aspirina?


Dott. Tancredi Ascani

Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

 

A/h1n1. Dov'è finita l'emergenza pandemia?

Sperperi di denaro pubblico per ingrassare gli ingranaggi dei colossi farmaceutici.
Tutto tace, questa dannosa e mediatica emergenza per l’influenza A/h1n1 che ha allarmato milioni di persone in tutto il mondo sembra definitivamente deceduta. Nonostante molti dottori si fossero detti contrari alla vaccinazione, sin da subito e con dati scientifici alla mano, l’informazione di massa planetaria aveva comunque continuato la corsa alla psicosi. Il Dott. Tancredi Ascani, medico chirurgo perugino che pratica la medicina, cosiddetta, non convenzionale dell’Omeopatia, sin da subito, si era attivato per contro informare sull’efficacia dei vaccini con articoli e conferenze tenute a Perugia. Lo abbiamo incontrato nel suo studio per porgli qualche domanda e subito ci “svela” il perché non si parla più di questa emergenza: “Si vuol far finire prima possibile questo grande flop, delle più grandi istituzioni sanitarie, nel dimenticatoio”. Il Dott. Ascani prosegue raccontandoci che una cosa simile era già accaduta per l'influenza suina del 1976 che colpì gli USA, dove il Governo, fece vaccinare quasi 50 milioni di persone dopo una campagna mediatica aggressiva e allarmistica e ne risultò un'epidemia di reazioni avverse al vaccino che furono responsabili anche di varie morti. “Ci furono numerose richieste di risarcimento – continua il Dott. Ascani - e la campagna venne interrotta dopo poche settimane ma tutto venne presto dimenticato”. Inoltre, ci spiega il Dott. Ascani, che se l'OMS non avesse modificato in maniera del tutto immotivata la definizione di pandemia poche settimane dopo l'isolamento di questo virus, per questa influenza suina, non si sarebbe potuto parlare di “pandemia influenzale” poiché, fino ad aprile 2009, con il termine di “pandemia influenzale”, si intendeva una malattia influenzale a diffusione estesa in molti Paesi del mondo e caratterizzata da un alto numero di morti e malattie legate al virus influenzale in questione. Da maggio 2009 invece l'OMS ha deciso - senza dare alcuna spiegazione valida in merito - di togliere dalla definizione il terzo punto, quello della mortalità, che in realtà è il punto più importante. “D'ora in poi, quindi, - afferma il Dott. Ascani - qualsiasi epidemia influenzale che si diffonda in maniera estesa, anche se banalissima, potrà essere definita “pandemia influenzale” con tutta l'attivazione di organizzazioni sanitarie, politiche e mediatiche che abbiamo potuto vedere”. I virus e i batteri sono ovunque, ma solo alcune persone si ammalano, L. Pasteur, padre della microbiologia moderna, verso la fine della sua vita arrivò a dire "...il terreno è tutto, ben più importante del microbo" e come ci spiega il Dott. Ascani: “è molto più importante aumentare le difese naturali del nostro organismo, che ci difendono efficacemente da tutti i microrganismi, piuttosto che impaurire la popolazione e concentrarsi ogni volta verso un nuovo virus o batterio, con la pretesa di eliminarlo tramite antibiotici o di renderlo innocuo tramite i vaccini” e continua “il vaccino antinfluenzale ha poi, scientificamente, una scarsissima efficacia su tutte le categorie di persone di tutte le età. L'unica cosa certa sono gli effetti collaterali”. Un altro aspetto che si cerca di nascondere, è quello legato allo smaltimento di tutti i vaccini ormai prodotti e inutilizzati. Per l’acquisto dei vaccini, è stato utilizzato denaro pubblico e, giorno dopo giorno, la spesa continua, in quanto, questi vaccini, devono essere conservati in celle frigorifere per impedire che si danneggino, “tutto questo – sottolinea il Dottore - costa decine di migliaia di euro al giorno perché dovranno essere mantenuti ‘freschi’ fino alla loro data di scadenza, dopodiché verranno affidati ad aziende specializzate per lo smaltimento di rifiuti speciali, spendendo tanto altro denaro pubblico”. L'OMS suggerisce di donarli ai Paesi del Terzo Mondo, alcuni Paesi europei vorrebbero invece venderli sottocosto ad altri Paesi poveri dell'Est, insomma, sarebbero due modi eleganti per liberarsi a basso costo di rifiuti speciali e i corpi delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo faranno da discarica. “La vera salute e la vera prevenzione – conclude il Dott. Ascani - non si raggiungono con farmaci e vaccini bensì con una corretta igiene comportamentale che prenda in considerazione non soltanto la nostra componente fisica ma anche quella mentale e soprattutto spirituale”. Quasi tutto, ai giorni nostri, è guidato dal denaro e le questioni di salute pubblica, purtroppo, non fanno eccezione a questa triste realtà. L'unica arma a nostra disposizione è l'informazione: corretta, libera e scientifica.


Dott. Tancredi Ascani

Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

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http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30867

 

Omeopatia unicista e disturbo bipolare

Si tratta in breve di un disturbo caratterizzato da episodi di mania alternati a periodi di depressione e a periodi di normalità del tono dell’umore. Seguono poi tutta una serie di sintomi fisici, più o meno direttamente correlati, al disturbo in questione. Il disturbo bipolare rientra nel rango delle malattie croniche che, secondo la medicina tradizionale, sarebbero inguaribili e che richiedono l'uso a vita di adeguate terapie farmacologiche, sia nelle fasi acute che nei periodi di benessere.
Per quanto si senta dire che questo disturbo venga efficacemente "curato" dalla medicina tradizionale è bene fare alcune considerazioni:
_ la terapia farmacologica, anche se continuativa, non esclude affatto l'eventualità di possibili ricadute;
_ la terapia farmacologica non guarisce dalla malattia, possiamo dire al massimo che riesce (in maniera più o meno efficace) a controllarla;
_ i pazienti che si rivolgono all'omeopatia lo fanno in genere sia perchè sentono gli effetti collaterali, spesso importanti, dei farmaci che assumono, sia perchè si rendono conto che il farmaco non aiuta a risolvere il loro problema (=guarire la persona) ma si limita a tenere sotto controllo in maniera sintomatica una situazione che è comunque destinata a rimanere tale e quale senza nessuna prospettiva di vera guarigione.

Il pensiero di Hahnemann (fondatore dell'omeopatia) è ben diverso.
La corretta terapia omeopatica ha un'azione profonda che mira alla risoluzione spontanea della malattia e al mantenimento dello stato di benessere generale della persona sia per quanto riguarda l'aspetto psicologico che quello fisico/costituzionale. L'obiettivo rimane certamente quello di far star bene il paziente diminuendo il più possibile l'uso di farmaci.
Si tratta di un percorso complesso in cui il paziente dev'essere veramente motivato a "cambiare strada" e spesso si ritrova abbandonato, criticato e a volte persino aggredito verbalmente sia dai familiari che dai conoscenti che non riescono/vogliono accettare la sua decisione.
A tutti questi pazienti che hanno avuto il "coraggio" di intraprendere questa strada dico che non bisogna mai perdere le speranze perchè l'organismo, se ben stimolato, ha delle potenzialità di auto-curarsi veramente notevoli ma questo richiede, oltrechè affidarsi ad un medico competente e scegliere la metodica terapeutica idonea, anche una corretta igiene comportamentale individuale che non coinvolga solo il nostro aspetto fisico ma anche e soprattutto la nostra componente psichica e spirituale. Soltanto agendo a 360 gradi gli effetti delle cure consigliate dal medico daranno il massimo dei risultati. Non si dia poi ascolto alle chiacchere di chi vorrebbero decidere al posto nostro su cose che in realtà non potà mai comprendere come il paziente stesso e il medico che lo sta seguendo. Ognuno sia medico di sè stesso e dia ascolto a quella voce che solo lui può sentire e che gli dice chiaramente se quello che sta facendo è giusto o sbagliato.
L'omeopatia unicista (praticata da medici molto esperti) agisce anche in questi casi riequilibrando l'umore in maniera sana, dolce e naturale. Le ricadute sono possibili (come lo sono del resto con la terapia farmacologica) ma abbiamo rimedi che si rivelano spesso efficaci anche nel controllo della fasi acute. Soltanto in caso di mancato effetto di questi, generalmente in rari casi quindi, faremo ricorso all'uso di farmaci che dovranno avere solo finalità di controllo sintomatico d'emergenza e non di terapia risolutrice continuativa. Nel caso si debbano maneggiare farmaci psichiatrici è auspicabile manterere sempre i contatti con uno psichiatra di fiducia che sia aperto ad un'integrazione tra diverse metodiche e che collabori con il medico omeopata nell'"aggiustamento" della terapia farmacologica a seconda dell'evolversi delle condizioni cliniche del paziente. L’associazione della cura omeopatica con un trattamento psicoterapeutico può inoltre consentire una maggiore stabilizzazione dei sintomi.


Dott. Tancredi Ascani

Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica


5 RAGIONI PER DIRE NO AL VACCINO

1) Efficacia scarsa o nulla. Numerosi studi hanno mostrato che i vaccini iniettabili dell'influenza offrono poca o nessuna protezione contro le infezioni e le malattie e non c'è ragione di credere che i vaccini contro l'influenza suina saranno diversi:
a) nei bambini: in una revisione del 2008 di più di 51 studi che hanno coinvolto nel complesso più di 294.000 bambini, si è arrivati alla conclusione che “non c’è nessuna evidenza che la somministrazione di un vaccino antinfluenzale a bambini dai 6 ai 24 mesi di età sia più efficace del placebo [cioè di un finto farmaco]. Nei bambini sopra i due anni d’età i vaccini iniettabili, fabbricati a partire da virus inattivi, prevenirono l'influenza solo nel 59% dei casi. La prevenzione della “sindrome simil-influenzale”, causata cioè da altri tipi di virus, fu rispettivamente solo del 33% e del 36% (secondo un dato che arriva dal Laboratorio di rife¬rimento della Lombardia all’Università di Milano, su 700 tamponi prelevati a persone non ricoverate, soltanto la metà è risultata positiva per l’H1N1). Non fu possibile analizzare la sicurezza dei vaccini dagli studi per l'assenza di informazioni e la mancanza di standardizzazione delle poche informazioni disponibili. Un rapporto pubblicato sempre nel 2008 stabilì che i vaccini antinfluenzali nei bambini piccoli non diminuirono la quantità di visite mediche e ospedaliere dovute all'influenza;
b) nei bambini asmatici: esiste uno studio compiuto su 800 bambini sofferenti di asma, metà dei quali sono stati vaccinati contro l’influenza mentre l’altra metà non ha ricevuto il vaccino. I due gruppi furono messi a paragone per ciò che riguarda visite cliniche, visite di pronto soccorso e ricoveri ospedalieri legati all’asma. CONCLUSIONE: “Questo studio non é riuscito a fornire alcun a evidenza che il vaccino antinfluenzale prevenga dai peggioramenti dell’asma pediatrico”;
c) negli anziani: in una revisione di 64 studi con anziani che vivono in ospizi, le vaccinazioni antinfluenzali non sono state significative nel prevenire l’influenza. Per i più anziani che vivono in tali comunità i vaccini non sono stati (significativamente) efficaci nel preveniere influenza, sindromi para-influenzali o polmoniti. Altri studi hanno dato risultati simili tant’è che possiamo dire che non ci sono prove scientifiche sufficienti che dimostrino l’efficacia del vaccino antinfluenzale nel ridurre la mortalità negli anziani.

2) Insufficienti prove sulla sua sicurezza. Il vaccino ha ricevuto l’autorizzazione dall’EMEA solo in virtù delle “circostanze eccezionali” (stato di pandemia dichiarato dall’OMS) perchè sappiamo molto poco sulla sua sicurezza vista la fretta in cui è stato preparato e messo in commercio. Non a caso, per la prima volta in caso di vaccino antinfluenzale, chiunque si vaccinerà sarà costretto a firmare un foglio dove si sollevano gli operatori sanitari e le ASL da qualsiasi responsabilità sugli eventuali effetti collaterali del vaccino. Il migliore studio sul vaccino contro l’influenza A fin’ora disponibile è uscito il 10 Settembre 2009, nella versione on-line del New England Journal of Medicine. Questo studio ci dice veramente poco perché:
a) ha coinvolto un numero eccessivamente ristretto di persone, solamente 175 adulti ed è noto che gli effetti collaterali più gravi compaiono nel rapporto di uno ogni migliaia di persone vaccinate. Quest’ultimo potrebbe sembrare un dato rassicurante ma non è affatto così perché dobbiamo sempre considerare il fatto che il vaccino verrà somministrato a milioni di persone, la maggior parte delle quali, sane. Facciamo un esempio: tra gli effetti molto rari che si manifestano in meno di un caso ogni 10.000 persone vaccinate possiamo avere degli effetti collaterali anche molto gravi come lo shock anafilattico, vasculiti, disturbi neurologici, encefalomieliti e una forma di paralisi nota come Sindrome di Guillàin-Barrè (GBS). Se noi calcolassimo un solo caso di tali effetti collaterali ogni 20 mila persone, moltiplicato per 20 milioni di vaccini (in Italia si vuol vaccinare almeno il 40% della popolazione) avremmo 1000, persone precedentemente “sane”, colpite da malattie gravissime indotte dal vaccino;
b) un terzo di questi volontari ha avuto effetti collaterali identici ai sintomi influenzali (febbre, mal di testa, mal di gola, malessere generale, dolori muscolari e articolari ecc), quindi il vaccino provoca, in maniera “molto comune”, proprio quei sintomi che dovrebbe prevenire;
c) non vi era alcun gruppo di controllo a cui è stato dato un placebo [un gruppo al quale sia stato somministrato un finto vaccino per fare un confronto];
d) lo studio è durato solo 3 settimane, un tempo troppo breve per fornire una sufficiente sicurezza, soprattutto verso l’eventuale insorgenza di malattie autoimmuni e neurodegenerative che il vaccino potrebbe provocare e che impiegherebbero ben più tempo a manifestarsi.

3) Il vaccino può essere potenzialmente molto pericoloso. Quasi tutti i vaccini che saranno disponibili in Europa conterranno sostanze potenzialmente molto pericolose come il Tiomersale, composto neurotossico a base di mercurio (che già nel 2000 la Food and Drug Administration – FDA - chiese di togliere dai vaccini per i potenziali rischi per la salute), la formaldeide, sostanza cancerogena per la specie umana e lo squalene, fortemente sospettato di provocare gravi malattie autoimmunitarie e neurodegenerative. Una ricerca del 2000, pubblicata nell’American Journal of Pathology, dimostrò ad esempio che una singola iniezione del coadiuvante squalene sui topi, ha attivato “una infiammazione cronica, mediata immunologicamente sull’articolazione,” detta anche artrite reumatoide. La Novartis (una delle aziende farmaceutiche produttrici del vaccino) afferma che gli adiuvanti sono già stati largamente impiegati senza alcun problema ma il Dr. Fauci, dell’Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive, ha ribattuto che i vaccini adiuvati della Novartis erano stati utilizzati principalmente tra gli anziani, che tendono ad avere un sistema immunitario più debole e che ci sono meno dati sul loro uso tra i bambini i giovani adulti e le donne gravide. Il Dr. Jesse Goodman, Ricercatore Capo dell’FDA, così si è espresso in merito: “non ci sono note specifiche di sicurezza, pericolo o rilascio” con i coadiuvanti, “c’è soltanto più incertezza”. Ha destato poi scandalo in Germania la notizia che i ministri e l'esercito tedeschi riceveranno un vaccino diverso da quello utilizzato dai cittadini. La diversità sta proprio nell'assenza dell’adiuvante allo squalene. In Svezia alcuni giornali riportano già centinaia di casi di gravi reazioni avverse al vaccino vi sono indagini in corso addirittura sulla morte di alcune persone a seguito della vaccinazione ma di queste notizie nessuno sente parlare, le prime pagine dei giornali sono solo per i morti a causa dell’influenza A, anche se poi quasi tutti avevano già la salute seriamente compromessa per altre gravi patologie. La realtà è che i vaccini sono farmaci e in quanto tali non sono esenti da effetti collaterali e possono anche provocare la morte. Basti pensare che nel 1976, negli USA, fu prodotto un vaccino simile all’attuale, sempre contro l’influenza suina, che provocò molte reazioni avverse gravi. Almeno 25 persone morirono e 500 svilupparono la sindrome paralitica di Guillain-Barré. I ricercatori non hanno ancora capito come mai i vaccini anti-influenza suina del 1976 paralizzarono così tante persone e ciò significa che, attualmente, non si ha nessuna certezza sul fatto che questo nuovo vaccino non possa causare gli stessi gravi effetti collaterali avvenuti nel ’76.

4) L’influenza A è un’influenza poco aggressiva. Il virus A/H1N1 (o virus dell’influenza “suina”), pur avendo un elevato grado di contagiosità, si è dimostrato essere 10-20 volte meno letale della comune influenza stagionale. Si manifesta come qualsiasi forma influenzale e le persone non immunocompromesse, guariscono praticamente tutte, in pochi giorni e senza ricorrere ad alcuna cura specifica. I pochi casi di persone decedute in Italia riguardavano quasi tutti persone già gravemente ammalate e ricordiamo che di influenza stagionale l’anno scorso sono morte circa 8000 persone senza che si sia verificata alcuna psicosi o dichiarazione di pandemia. In Australia, uno dei Paesi più colpiti e dove l'epidemia di influenza suina si è ormai conclusa, i dati sono molto confortanti: su una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti sono state 179 le morti associate al virus, mentre ne erano state previste oltre 3mila.

5) La vaccinazione di massa potrebbe favorire la mutazione del virus. I virus influenzali sono virus a RNA che mutano facilmente soprattutto in condizioni di ambiente ostile. Basta che il virus cambi, per mutazione o per riassortimento con altri virus, per rendere inefficace il vaccino già messo a punto. Sul piano teorico quindi, è proprio la vaccinazione di massa e l’abuso di farmaci che potrebbe indurre il virus a mutare in una forma più aggressiva. In Giappone e in Olanda questo è già successo, le autorità sanitarie hanno già identificato una nuova variante di influenza A resistente al Tamiflu (un farmaco antivirale) e tutti i casi individuati riguardavano pazienti cui era stato precedentemente somministrato lo stesso farmaco antivirale.

Cosa fare quindi? È evidente che ci sono modi più sicuri, semplici ed efficaci di combattere la pandemia che le vaccinazioni di massa:
_ rispettare le norme igieniche di base;
_ assumere adeguate dosi di vitamina C e D (secondo alcuni studi sono molto più efficaci e sicure del vaccino nel prevenire l’influenza);
_ evitare il più possibile gli inutili allarmismi e le fonti di stress psicologico che sono tra le principali cause di malattia nell’uomo.


Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica


INFLUENZA SUINA - E' il maiale che infetta l'uomo o l'uomo che infetta il maiale?

A fronte delle numerose richieste da parte di utenti e pazienti sull'effettiva gravità di questa influenza, riporto in sintesi alcune mie considerazioni che ritengo opportuno ognuno debba valutare prima di decidere come comportarsi sul vaccinarsi (o spaventarsi) o meno.

Ricordo inoltre che le principali cause di malattia, secondo la visione omeopatica, sono i disturbi che coinvolgono l’aspetto psicologico, affettivo ed emotivo della persona quindi, tra questi, possiamo certamente annoverare anche la paura.

1) Il virus A/H1N1 (o virus dell’influenza “suina”), pur avendo un elevato grado di contagiosità, si è dimostrato essere meno aggressivo della comune influenza stagionale. Si manifesta come qualsiasi forma influenzale con febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea, diarrea e tosse e le persone non immunocompromesse, nei Paesi occidentali, guariscono praticamente tutte, in pochi giorni e senza ricorrere ad alcuna cura specifica.

2) Secondo i dati forniti dall’EMEA (l’Agenzia Europea dei Medicinali) almeno 3 dei 4 vaccini che saranno disponibili in Europa conterranno adiuvanti alcuni dei quali potenzialmente molto pericolosi come il Tiomersale (composto a base di mercurio la cui neurotossicità è ormai nota), la formaldeide (sostanza dichiarata cancerogena certa per la specie umana) e lo squalene (fortemente sospettato, secondo alcuni ricercatori, di provocare la “Sindrome del Golfo” e tutta una serie di altre malattie debilitanti).

3) Nonostante il gran clamore, i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono ancora in fase di sperimentazione e nessuno è in grado di sapere con certezza, se e quanto saranno efficaci e sicuri.
Basta inoltre che il virus cambi (per mutazione o per riassortimento con altri virus) per rendere inefficace il vaccino già messo a punto. Sul piano teorico, proprio la vaccinazione di massa potrebbe indurre il virus a mutare in una forma più aggressiva.

4) Nel 1976 negli USA fu prodotto un vaccino simile, sempre contro l’influenza suina, che provocò molte reazioni avverse gravi (tra cui la sindrome di Guillan-Barrè, una malattia neurologica), per cui la campagna di vaccinazione fu subito sospesa. I ricercatori non hanno ancora capito come mai i vaccini anti-influenza suina del 1976 paralizzarono così tante persone e ciò significa che, attualmente, non si ha nessuna certezza sul fatto che questo nuovo vaccino non possa causare gli stessi gravi effetti collaterali avvenuti nel ’76.

5) Per curare l'influenza A occorrono semplicemente riposo, una buona idratazione, un’alimentazione adeguata e un’igiene corretta. Non esiste alcun trattamento farmacologico preventivo: i farmaci antivirali, Oseltamivir (Tamiflu) e Zanamivir (Relenza), non prevengono la malattia e su individui già ammalati l'azione dimostrata di questi farmaci è di poter accorciare di mezza giornata, o poco più, la durata dei sintomi dell'influenza. In compenso non sono scevri da effetti collaterali anche molto seri quali disturbi neurologici, psicologici e disturbi gastroenterici importanti.
Il costo di tali farmaci inoltre non è neanche così basso: una confezione di uno di essi, in Italia, può arrivare a costare circa 37 euro.

6) Ci sono sempre più sospetti che questo virus sia una conseguenza diretta del trattamento assolutamente sconsiderato operato dall’uomo verso i maiali nei grandi allevamenti intensivi dove tali animali vivono stressati, rinchiusi per tutta la vita in spazi estremamente ristretti e dove l’unico loro passatempo rimane quello di mordersi la coda a vicenda (che per questo gli viene tagliata assieme ai denti e alle orecchie). I maiali, in simili condizioni anti-igieniche e di degrado totale, si ammalano e a volte muoiono, di P.S.S. (Porcine Stress Syndrome) tant'è che gli vengono somministrati molti farmaci tra cui anche gli psicofarmaci. E tutto questo senza neanche aver citato le iniezioni di ormoni per accelerare la crescita delle carni, l’assunzione di antibiotici per le frequenti infezioni, i pesticidi ecc. ecc.
Molte di queste aziende di suini (come quella messicana da cui sembra essere iniziato tutto) poi, scaricano i liquami e i vari rifiuti chimici e organici nel territorio circostante, inquinando le falde e quindi l’acqua potabile dei paesi adiacenti, a volte riciclando addirittura l’acqua usata. In un simile agghiacciante scenario di precarissime condizioni igienico-sanitarie, non sarebbe assolutamente insolito il formarsi di nuovi virus e batteri che possano mutare e trasmettersi con il tempo dagli animali all’uomo.

E allora sorge spontanea una domanda: è il maiale ad aver infettato l'uomo o l'uomo che ha infettato il maiale?


Dott. Tancredi Ascani

Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica



Omeopatia e pandemia influenzale

A volte sono rozzi, sguaiati, atrocemente privi di equilibrio. Altre volte sono, al contrario, imprevedibilmente vaghi, fragili, trepidi, evidente frutto di mode e di miti collettivi.

Sono gli allarmi sulla nuova pandemia influenzale che (pare) sia in avvicinamento. Uno stato di pandemia che, come nota Tom Jefferson della Cochrane Vaccines Field, è stato dichiarato modificando addirittura i criteri stessi che la definiscono (non si fa più menzione ad esempio della elevata mortalità). Ma un discorso circolare e non provato finisce per diventare convincente. Un "entinema" direbbe Aristotele, un ragionamento che, malgrado le premesse incerte, si radica nella mente. E le credenze false che ne derivano sono assai difficili da estirpare. Molto di quel che si dice di sapere intorno a questa pandemia è infatti incerto, virato in toni sfumati, poco è, al contrario, quello che sappiamo per certo.
Sulla pandemia continuiamo invece a ricevere notizie che, animate da una eccitazione iperbolica, tendono a costruire un territorio minato ove è facile si ricorra più all'esorcismo che alla ragione ponderata. Oppure, quasi per contrasto, circolano sulla questione A/H1N1 prese di posizione che respirano superficialità e prediligono una caduta di qualità scientifica. Stretti in una impasse inarticolabile tra l'enunciato isterico "ci manca il tempo per affrontare la situazione" e quello ossessivo "abbiamo tutto il tempo" è difficile trovare un terzo tempo. Ci pare necessario dunque in primo luogo smorzare il furore del "presto occupiamocene", da ultima spiaggia disperata, utilizzando una comunicazione che dia spazio all'evidenza e alla precisione:
a) il virus A/H1N1 per ora si è dimostrato meno aggressivo della comune influenza stagionale; b) la mortalità è bassa (dello 0,3% in Europa e 0,4% negli USA);
c) i sintomi della nuova influenza sono assai generici e comuni al quadro clinico causato da molti altri virus o batteri, con il pericolo di sovrastimare i dati;
d) i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono allestiti con tecnologie nuove e sia l'Organizzazione Mondiale della Sanità che l'Agenzia Europea del farmaco sottolineano l'importanza di una sorveglianza sui loro effetti, soprattutto considerando l'utilizzo su grandi numeri (dal 40% al 100% della popolazione a seconda degli stati), per rilevare eventuali effetti collaterali che potrebbero manifestarsi ancora in fase di sperimentazione;
e) non è possibile prevedere oggi se questi vaccini siano del tutto efficaci (per diventare più aggressivo il virus dovrebbe andare incontro a mutazione, rendendo il vaccino non specifico).

La SIOMI ricorda che dal 2005 (do you remember "aviaria"?) è attivo un team internazionale per la cura omeopatica dell'influenza in caso di pandemia influenzale grave. Questo gruppo di omeopati è così pronto ad intervenire in tempo reale con protocolli di assistenza concordati in base alla situazione clinica della popolazione ammalata. Pensiamo che le nuove molecole antivirali (oseltamivir, zanamivir), attive in vitro ma con una efficacia in vivo ancora da dimostrare, possano essere un abbaglio. In molti paesi infatti (Danimarca, Giappone, Cina, USA) si è documentata l'insorgenza di resistenze del nuovo virus alla loro azione; inoltre sono frequenti gli effetti indesiderati, specie nella popolazione pediatrica (18% di sintomi neuropsichiatrici e 40% di sintomi gastroenterici in una serie di interventi in UK).
Il trattamento omeopatico sintomatico dell'influenza, la cui validità è documentata da una vasta mole di studi controllati ed osservazionali, si fonda al contrario su un pragmatismo fondato sul concetto di "more with less": un intervento terapeutico forte, efficace, consapevole, controllato e rispettoso del soggetto. Mentre i vari approcci farmacologici sembrano mostrarci dunque l'uno i limiti dell'altro, senza fornire una visione soddisfacente e definitiva, noi continuiamo a pensare che il trattamento omeopatico della nuova "pandemia" possa essere efficace, discreto, comodo. Anzi indispensabile.

Fonte:
Omeopatia33, 17 settembre 2009 - Anno 4, Numero 26
articolo di Massimo Saruggia

 

Multa di 2,3 miliardi di euro per il colosso farmaceutico Pfizer

Una multa record per uno dei leader dell’industria farmaceutica. Pfizer ha accettato di versare 2,3 di dollari – circa 1.6 miliardi di euro – per mettere fine a un contenzioso sulla commercializzazione inappropriata di alcuni medicinali, fra cui Bextra.

Il sostituto procuratore Tony West spiega: “Pfizer chiese alla Food and Drug Administration se potesse promuovere la vendita di Bextra, un antinfiammatorio, per altri usi, e in dosi maggiori del massimo consentito. La Fda disse di no per ragioni di salute. Ma Pfizer promosse lo stesso Bextra per gli usi non consentiti”.

Non è la prima volta che Pfizer, meglio noto come il produttore del Viagra, ha a che fare con la giustizia. Per questa ragione alla multa si aggiunge una misura di sorveglianza del colosso farmaceutico da parte delle autorità americane per cinque anni. Bextra è stato ritirato dal mercato nel 2005 per i rischi di ictus e infarto che provocava.

Fonte:
Euronews, 17/09/2009

http://it.euronews.net/2009/09/03/multa-di-23-miliardi-di-dollari-per-il-colosso-farmaceutico-pfizer/

 

The Lancet (*), le meta-analisi omeopatiche

Contrariamente a quello che afferma The Lancet, le conclusioni principali delle 6 meta-analisi pubblicate ad oggi evidenziano tutte l’efficacia dei trattamenti omeopatici. Di seguito la reazione della nostra azienda, Laboratoires Boiron, all’articolo polemico di The Lancet nei confronti dell’omeopatia. Chiediamo di giudicare oggettivamente l’affidabilità di questa rivista, cosiddetta scientifica.

Ciò che dice The Lancet:
«Sulle sperimentazioni in omeopatia esistono cinque importanti meta-analisi. Hanno tutte un unico risultato: escludendo le sperimentazioni inadeguate dal punto di vista metodologico e considerando il bias di pubblicazione, l’omeopatia non ha prodotto alcun beneficio significativamente superiore al placebo.»

La verità:
Le conclusioni principali di queste cinque meta-analisi sono positive:
Kleijnen J, Knipschild P, ter Riet G. Clinical trials of homoeopathy.
BMJ 1991; 302: 316–23:
«Il livello di prova degli studi clinici è positivo ma insufficiente per trarre conclusioni definitive»

- Boissel JP, Cucherat M, Haugh M, Gauthier E. Critical literature review on the effectiveness of homoeopathy: overview of data from homoeopathic medicine trials. Brussels, Belgium: Homoeopathic Medicine Research Group.
Report to the European Commission. 1996: 195–210 : «Per le 17 comparazioni, per ogni metodo utilizzato, il risultato è un valore di p ben inferiore a 0,001. Questo vuol dire che, almeno per uno studio, l’ipotesi nulla (assenza di effetti dell’omeopatia) deve essere rifiutata… Secondo ogni probabilità, il numero di risultati significativi non è dovuto al solo caso.»

- Linde K, Melchart D. Randomized controlled trials of individualized homeopathy: a state-of-the-art review.
J Alter Complement Med 1998;4: 371–88 : «I risultati degli studi randomizzati considerati indicano che l’omeopatia individualizzata ha un effetto superiore al placebo.»

- Cucherat M, Haugh MC, Gooch M, Boissel JP. Evidence of clinical efficacy of homeopathy: a meta-analysis of clinical trials.
Eur J Clin Pharmacol 2000; 56: 27–33: «Ci sono prove che i trattamenti omeopatici sono più efficaci del placebo.»

- Shang A, Huwiler-Müntener K, Nartey L, et al. Are the clinical effects ofhomoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlledtrials of homoeopathy and allopathy.
Lancet 2005; 366: 726–32 :« 21 (19%) degli studi sull’omeopatia e 9 (8%) studi sulla medicina convenzionale sono stati di qualità superiore. La maggioranza degli odds ratios hanno segnalato un effetto benefico dell’intervento. L’eterogeneità dei risultati è stata meno pronunciata per l’omeopatia che per la medicina convenzionale. E’ poco probabile che questa differenza possa essere attribuita al caso.»

Esiste una sesta meta-analisi importante, curiosamente non citata in questo articolo, tanto più che fu pubblicata su The Lancet nel 1997, e dà anch’essa risultati positivi.

«I risultati della nostra meta-analisi sono incompatibili con l’ipotesi che gli effetti clinici dell’omeopatia sono completamente dovuti ad un effetto placebo.»
Linde K, Clausius N, Ramirez G, et al. Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? A meta-analysis of placebo-controlled trials. Lancet 1997; 350: 834–43

* (The Lancet / 17 nov 2007 / vol 370 / pagg 1 672 a 1 673 ; pagg. 1 677 a 1 680)

Fonte:
informazione.it - comunicati stampa
Viviana Masperi
Laboratoires Boiron

 

Morti improvvise di bambini in USA per psicofarmaci: c'è correlazione

Pubblicati i risultati di un nuovo studio in USA finanziato dalla FDA: c’è correlazione tra l’uso di psicofarmaci per i bambini iperattivi (usati anche in Italia) e morti “improvvise ed inspiegabili”.
Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Nulla di inspiegabile, questi psicofarmaci sono metanfetamine, ovvero droghe: quindi in caso di assunzione prolungata uccidono”.
Bianchi di Castelbianco (psicoterapeuta dell’età evolutiva): “Questi bambini sono esposti a rischi di morte per curare una sindrome fantasma che probabilmente neppure esiste. Effetti avversi rari, solo 1 bimbo su 10.000? Non sono loro figli, perché allora ragionerebbero diversamente”


TORINO - La Food and Drug Administration (FDA) ed il National Institute of Mental Health hanno finanziato un nuovo studio sugli effetti avversi derivanti dalla somministrazione ai bambini degli psicofarmaci utilizzati per sedare l'iperattività. I risultati sono stati resi noti in questi giorni in America: la ricerca, coordinata da Madelyn Gould, Professore di epidemiologia e Psichiatria pediatrica alla Columbia University, ha analizzato 564 casi di decessi di minori trattati per l'ADHD nel decennio tra il 1985 e il 1996, e l'esito è quello di un possibile legame esistente tra l'assunzione di medicinali contro la Sindrome da Deficit dell'Attenzione e Iperattività (ADHD, ovvero bambini troppo agitati e distratti) ed il rischio di "morte improvvisa". “Gli eventi rilevati sono ancora da approfondire e comunque rari”, ha dichiarato il coordinatore della ricerca, “meno di un bambino ogni 10.000”, e peraltro attualmente la Food and Drug Administration (l’FDA, il massimo organismo di controllo sanitario in USA) non prevede di modificare le linee guida sull'impiego di questi prodotti, autorizzati all’uso anche in Italia. “Questo studio rileva una significativa associazione, o un segnale di correlazione, tra decessi improvvisi ed inspiegabili e l’assunzione di farmaci per l’ADHD - sottolineano gli autori della ricerca - in particolare per quanto riguarda la terapia a base di metilfenidato” (Ritalin® e prodotti simili). Ed aggiungono: “I risultati di questa ricerca invitano a puntare l'attenzione sui possibili rischi per bambini e adolescenti derivanti dall’assunzione di medicinali stimolanti”. L'invito degli specialisti ai genitori preoccupati è di discutere delle eventuali perplessità con il medico, evitando di sospendere di propria iniziativa la terapia ai loro figli, anche per evitare gli effetti avversi tipici della repentina interruzione dell'assunzione di queste droghe. Luca Poma - giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini®, il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica - ha dichiarato: “è l'ennesimo campanello d'allarme sui pericoli derivanti dall'assunzione di questi psicofarmaci in tenera età. È sconcertante poi l'ipocrisia: qui di ‘inspiegabile’ non c'è proprio nulla, questi bambini muoiono in diretta relazione con l'assunzione di queste metanfetamine, ma i poteri forti influenzano l'FDA in USA, che trae sostentamento finanziario dalle multinazionali farmaceutiche che dovrebbe controllare, ed anche l'Agenzia del Farmaco e l'Istituto Superiore di Sanità, che seguono le ‘mode’ prescrittive americane: questi enti che dovrebbero vegliare sulla sicurezza dei nostri figli fanno come gli struzzi e nascondono la testa sotto la sabbia. D'altra parte, se ci sono gravi complicazioni solo per 1 bambino ogni 10.000 non c'è mica da preoccuparsi, dicono loro, perchè mai applicare restrizioni più prudenti?" Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha dichiarato al riguardo: “Il problema è che gli psicofarmaci hanno pregi e difetti, ma perché esporre a pericolo di morte dei bambini che non avrebbero alcun bisogno di esporsi a questo rischio? Questi farmaci sono proprio necessari, dato che molti mettono addirittura in dubbio l’esistenza stessa della sindrome ‘ADHD’, che è considerata sempre più una ‘sindrome fantasma’, una moda prescrittiva del XX° secolo com’era all’epoca l’isteria femminile?”

Fonte:
portavoce@giulemanidaibambini.org
COMUNICATO STAMPA DEL 18/06/2009


I bambini italiani sono i più obesi d'Europa

L’Italia è in testa alla classifica europea dell’obesità infantile con oltre un milione di piccoli obesi di età compresa fra i sei e gli undici anni. L'Oms stima che in Europa l'obesita' interessera', entro il 2010, 150 milioni di adulti e 15 milioni di bambini. Si tratta pertanto di u problema di sanita' pubblica oramai diventato di portata mondiale tanto che gli esperti hanno coniato il termine 'globesity'. In Italia un'indagine condotta appena un anno fa nelle scuole italiane dal ministero del Lavoro e della Salute e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanita', su un campione di circa 46000 bambini di terza elementare di 18 regioni italiane, ha concluso che il 23,6% e' in sovrappeso ed il 12,3 e' obeso. Riportando questi valori a tutta la popolazione italiana di eta' compresa fra 6 e 11 anni, si stima che oltre un milione di bambini possano essere sovrappeso od obesi. La Coop, una delle insegne della grande distribuzione in Italia, sotto la supervisione di un Comitato Scientifico composto da Ecog (European Childhood Obesity Group) e Sio (Societa' Italiana dell'Obesita'), ha lanciato in questi giorni una campagna per una corretta alimentazione dell'infanzia: una nuova linea di prodotti destinati ai bambini, sviluppati seguendo le regole contenute nelle Linee guida Coop per una corretta alimentazione dell'infanzia, tra cui una merendina , un'etichetta nutrizionale ad hoc e un sito web dedicato al tema. Il problema dell'obesita' infantile diventa piu' grave specialmente perche', si legge nell'indagine, quattro genitori su dieci non si accorgono della complessita' del problema, ne' prendono in considerazione la necessita' di una migliore alimentazione unita ad un'adeguata attivita' fisica dei loro figli.

Fonte:
SanitaNews.it, Giugno, 2009


Il sole protegge le ginocchia

Chi si espone (anche d'inverno) rallenterebbe il danno provocato dall'artrosi

MILANO - Se quasi la metà delle persone, prima o poi, va incontro a un’artrosi alle ginocchia, c’è però modo di rallentare il danno che la malattia provoca all’articolazione: basta prendere il sole anche d’inverno. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori dell’Università della Tasmania, la grande isola a sud dell’Australia, dove il clima è temperato, ma la brutta stagione, che nell’emisfero sud cade in luglio e agosto, può essere anche più fredda e piovosa della nostra. «Eppure il tempo trascorso all’aria aperta, alla luce del sole, nonostante le temperature rigide, riduce il rischio di artrosi delle ginocchia» sostiene Changhai Ding, che ha coordinato la ricerca, pubblicata sulla rivista Arthritis & Rheumatism, organo ufficiale dell’American College of Rheumatology.

LO STUDIO - Insieme con i suoi collaboratori, lo studioso di origine cinese ha reclutato 880 ultracinquantenni, equamente distribuiti tra uomini e donne. A tutti è stata fatta una radiografia e una risonanza magnetica delle ginocchia, è stata valutata l’eventuale presenza di dolore e sono stati misurati nel sangue i livelli di vitamina D, che fissa il calcio nelle ossa e rispecchia il grado di esposizione al sole (la sostanza, infatti, non può essere prodotta dall’organismo senza l’aiuto della luce solare). Infine si è chiesto ai partecipanti di rispondere a un questionario su quanto si esponessero abitualmente al sole nelle diverse stagioni. Dopo quasi tre anni tutti sono stati richiamati, ma solo 350 hanno risposto all’appello. A questi sono stati ripetuti gli esami della volta precedente. «Le persone con valori più alti di vitamina D e che dichiaravano di esporsi al sole anche durante l’inverno» racconta lo studioso «mostravano una minore perdita di cartilagine e quindi un minor danno all’articolazione esaminata con la risonanza magnetica. Evidentemente avere una quantità sufficiente della vitamina può impedire o ridurre lo sviluppo dell’artrosi del ginocchio». «L’azione della vitamina D però è sull’osso, non sulla cartilagine» precisa Leonardo Maradei, caposezione della Chirurgia ortopedica mininvasiva dell’Istituto Humanitas di Milano. E’ possibile quindi che rinforzando l’osso sottostante, tutta l’articolazione ne tragga beneficio.

CONTRADDIZIONE? - Eppure molti medici sconsigliano di esporre al sole le parti dolenti. «Infatti è così, ma quando l’artrosi è nella sua fase acuta, il ginocchio è infiammato e magari c’è anche un versamento di liquido nell’articolazione» spiega l’ortopedico milanese. «Lo studio australiano non contraddice questo consiglio. Prende invece in considerazione l’abitudine a esporsi al sole durante l’anno, non in occasione di riesacerbazioni della malattia». Non occorre poi girare con le ginocchia nude: la vitamina D, infatti, si produce in qualunque parte della pelle esposta al sole, e da lì passa nel sangue e in tutto il corpo. Arrivando così anche alle ginocchia dove può produrre i suoi effetti benefici, anche sull’artrosi.

Fonte:
Corriere.it

Scoperto il significato della "materia oscura" del genoma

Un team di ricercatori internazionale spiega la funzione del misterioso «Dna-spazzatura»

ROMA - Lo chiamavano «Dna spazzatura» pensando fosse un residuo di codice genetico di cui l'evoluzione non ha saputo che fare. Ma ora sarà ben difficile che il cosiddetto «junk- Dna» , o almeno una parte di esso, venga ancora «apostrofato» in questo modo. Una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics, frutto anche di una robusta partecipazione italiana, getta infatti nuova luce sulla«materia oscura» del genoma.

DNA «INUTILE» - Una porzione del nostro Dna (quasi la metà) è costituita da sequenze di «basi» ripetute centinaia di migliaia di volte, che, per il solo fatto di sembrare prive di significato in base alle conoscenze acquisite finora, era stata classificata come «inutile residuo evolutivo». Un team di ricercatori internazionali (di cui fanno parte il gruppo di lavoro del Laboratorio di epigenetica del Dulbecco Telethon Institute, guidato da Valerio Orlando e ospitato dall'Irccs Fondazione Santa Lucia e dall'Ebri e il gruppo di Piero Carninci dell'Omics Centre del Riken di Yokohama in Giappone). hanno scoperto che in realtà queste sequenze rispondono a un preciso programma genetico. E contribuisce in maniera decisiva a dare un'identità alle diverse cellule dell'organismo umano.

TAPPA STORICA - Il lavoro - sottolineano i ricercatori - segna una «tappa storica» nella ricerca genetica, svelando come il lato «oscuro» del genoma si comporti esattamente come i geni, che invece rappresentano soltanto il 2% dell'intero genoma. Non solo: quelle sequenze ripetute sono essenziali per il corretto funzionamento dei geni stessi. La scoperta potrà contribuire all'analisi di tutti quei meccanismi che agiscono al di sopra dei geni (detti epigenetici) e che potrebbero influenzare, tra l'altro, la diversa manifestazione delle malattie tra singoli individui, la risposta individuale ai farmaci o, in casi particolari, l'applicabilità della terapia genica.

COME FUNZIONA - L'equipe ha dimostrato che alcune di queste sequenze vengono trascritte in precisi momenti della vita cellulare, per esempio durante le prime fasi dello sviluppo e del differenziamento. Altre sono in grado di inserirsi in prossimità dei geni e di regolarne l'attività: in alcuni casi, questo può avere anche effetti patologici importanti, come la trasformazione della cellula sana in una tumorale. Per la prima volta si dimostra, in pratica, come tali sequenze si comportino secondo un programma definito e in grado di influenzare la vita delle cellule. L'origine evolutiva delle sequenze ripetute - che rappresentano ben il 45% dell'intero genoma - va ricercato nei trasposoni, particolari segmenti di Dna che hanno la capacità di spostarsi da una parte all'altra di un cromosoma, oppure da uno all'altro. Svolgono un ruolo importante dal punto di vista evolutivo, perchè data la loro natura mobile sono in grado di creare variabilità e, potenzialmente, di far acquisire o perdere funzioni biologiche.

Fonte:
Corriere.it


La delusione del genoma "Malattie non prevedibili"

Scienza. Il «New England» e il «New York Times»: cambiare strada

I primi dubbi sulla utilità della mappa del Dna Milioni di investimenti e aziende che lanciano sempre nuovi test: ma è difficile stabilire un legame tra gene e malattia.

MILANO - Chi volesse «leggere», nel suo Dna, il rischio di ammalarsi di infarto o di diabete, di Alzheimer o di schizofrenia, deve attendere: l' analisi genetica delle malattie più comuni (e la possibilità quindi di avere test attendibili) si è rivelata molto, molto più complessa di quello che ci si aspettava. L' oroscopo genetico rimane, almeno per ora, un oroscopo da non prendere veramente sul serio. Da quando è stato decodificato il genoma umano nel 2003, i ricercatori si sono messi al lavoro per cercare alterazioni di geni che potessero predisporre alle malattie, soprattutto a quelle più diffuse. E ne hanno trovate moltissime. Parallelamente sono nate, come funghi, aziende che continuano a propagandare test per il Dna capaci di predirne la comparsa in ogni individuo: un vero e proprio boom anche in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti (per mille dollari si può conoscere, nei dettagli, il proprio genoma: basta un po' di saliva) e in Internet dove siti, come www.23andme.com o www.decodeme.com, offrono persino servizi «specializzati» in cardiologia o in oncologia. Una vera e propria «genomania». Sarà anche per questo che la più nota rivista medica americana, il New England, ha deciso di prendere posizione con una review sugli studi finora condotti e ben tre editoriali di commento. E la notizia è stata ripresa dal New York Times, secondo il quale l' era della medicina su misura è ancora lontana. «Per chiarezza è importante fare un passo indietro - commenta Paolo Vezzoni, genetista al Cnr presso l' Istituto Humanitas di Milano -. Nell' ultimo decennio sono stati compiuti enormi progressi nella scoperta di singoli geni responsabili, da soli, di specifiche malattie. Sono le cosiddette malattie mono-geniche, come la talassemia, che sono per lo più rare. Nella review si parla, invece, di un enorme studio sui polimorfismi, cioè su tutte quelle variazioni genetiche che sono legate a malattie complesse. Non passa giorno che qualche rivista non parli di scoperta di geni legati a questa o a quella patologia. E alla possibilità di mettere a punto un test per individuarne il rischio». Ecco però il problema. Anzi i problemi. Se è vero che alcune variazioni genetiche sono correlate alla probabilità di sviluppare una certa malattia, per esempio un infarto, è altrettanto vero che la loro presenza, nel genoma di un individuo, spesso indica un rischio molto basso, tipo il 2-3 per cento. Non solo. Una malattia può anche essere provocata dalla combinazione di più varianti e spesso da varianti rare, non da varianti comuni. Le malattie cardiovascolari, per esempio, riconoscono almeno una quindicina di varianti di predisposizione e se un test è basato soltanto sulla ricerca di una o due di queste, avrà una capacità predittiva bassa. A questo punto vale molto di più la pena valutare altri fattori di rischio dell' infarto, questa volta ambientali, come lo stress o la sedentarietà o il fumo che sono, al momento più attendibili. Come dire che, sul piano pratico, nella prevenzione di malattie multifattoriali, la genetica non dice granché. Rimane, invece, importantissima quando deve identificare, attraverso test già in uso (ce ne sono in commercio circa un migliaio), malattie ereditarie come appunto la talassemia, l' emofilia o la fibrosi cistica. La mancanza di un reale applicabilità pratica delle ultime ricerche sulle malattie comuni ha stimolato gli editorialisti del New England a porsi una serie di domande. Si chiede per esempio David Goldstein, della Duke University: «Vale la pena di continuare queste ricerche che costano milioni di dollari o è meglio trovare altre strategie, come studiare l' intero genoma di singoli pazienti? Questo secondo approccio potrebbe essere più utile per ottenere risultati più rapidamente trasferibili nella pratica clinica». Adriana Bazzi *** I test possibili Prenatali Test che permettono di individuare, nel feto, i geni responsabili di malattie come la fibrosi cistica, la talassemia, l' emofilia: malattie cioè provocate dall' alterazione di singoli geni Paternità Il test di paternità si basa sul principio che un figlio eredita metà del patrimonio genetico dal padre e metà dalla madre. Il genitore biologico ha metà del patrimonio genetico del figlio Identità I test del Dna usati dalla scientifica per identificare individui. Servono anche per dare un nome a vittime di catastrofi Le tappe Gli scienziati e le scoperte 1953 La doppia elica È il 25 aprile 1953 quando la rivista britannica Nature pubblica i risultati della ricerca di Watson e Crick che illustra la struttura a doppia elica del Dna 1966 La lettura del codice Nel 1966 viene decifrato il codice genetico. Nel 1997 il primo organismo eucariote ha l' intero genoma sequenziato dai ricercatori 2000 Il genoma «virtuale» Il genoma umano è sequenziato, ma solo attraverso il computer, da una azienda statunitense: la Celera Genomics, fondata da Craig Venter (in foto) 2003 Le ultime scoperte Nel 2003 Francis Collins, un ricercatore che aveva iniziato gli esperimenti con Venter, riesce a completare la decifrazione del genoma umano.

Fonte:
Corriere.it
diBazzi Adriana

 

Medicinali omeopatici bloccano sviluppo tumorale

Dall'Amala Cancer Research Centre arrivano i risultati di uno studio che analizza l'effetto citotossico e favorente l'apoptosi di dieci medicinali omeopatici in Tintura Madre (TM) ed in dinamizzazioni 30CH e 200CH, su linee cellulari ottenute da linfoma di Dalton (DLA), carcinoma ascitico di Ehrlich (EAC), da fibroblasti di polmone (L929) e da ovaio di criceto cinese (CHO). Dalla conta con emocitometro delle cellule sedimentate in piastre tarate, sulle linee DLA ed EAC è stato osservato a breve termine un effetto citotossico del 100% da parte di Thuja TM e Lycopodium TM, parziale del 40% da parte di Hydrastis TM e di poco più del 20% da parte di Condurango TM e Phytolacca TM. Citotossicità del 30% e del 20% rispettivamente hanno invece dimostrato Conium 200CH e Carcinosinum 200CH. Diverso è il risultato ottenuto nell'osservazione a lungo termine sulle cellule della linea L929, in cui si sono verificate efficaci sia le TM, sia le dinamizzazioni 200CH di Thuja, Conium e Carcinosinum, con una percentuale di cellule morte alla conta rispettivamente del 38%, 42,5% e 40%. Per Thuja e Conium è stata osservata una citotossicità significativa, ma inferiore, anche per la diluizione 30CH. Sulla linea CHO l'inibizione della formazione di colonie al 100% è stata ottenuta con le TM di Thuja, Hydrastis, Ruta, Chelidonium e Podophyllum, con le dinamizzazioni 30CH e 200CH di Thuja, Hydrastis, Carcinosinum e Podophyllum e con le dinamizzazioni 200CH di Conium, Ruta, Chelidonium, Condurango, e Phytolacca. È stato poi verificato l'uptake di timidina per la sintesi di DNA durante la proliferazione della linea L929: ne è risultata un'inibizione della captazione del 95% con tutte le TM, ad eccezione della Phytolacca, e del 40% con Thuja 30CH e 200CH, Hydrastis 30CH e Conium 200CH. In tutti i casi citati è stato preso in riferimento un controllo sia con colture cellulari non trattate, sia trattate con solvente dinamizzato, risultate sempre negative. Nell'analisi dell'effetto favorente l'apoptosi è stata osservata l'induzione dell'espressione del gene p53 (proapoptotico) nelle cellule trattate con Carcinosinum 200CH attraverso il confronto di bande elettroforetiche del DNA. In conclusione, nonostante i risultati positivi in vitro, ancora manca la descrizione di un esatto meccanismo di azione. Grande rimane però l'interesse per una possibile futura applicazione in campo oncologico.


Fonte:
:eCAM, 2007, doi:10.1093/ecam/nem082
di Federico Angelini



L'Omeop
atia migliora le prestazioni motorie e cognitive nell'autismo

Alcuni ricercatori brasiliani hanno cercato di dimostrare l'effetto terapeutico dei rimedi omeopatici sullo sviluppo cognitivo e motorio dei bambini affetti da autismo, attraverso uno strumento specifico convalidato
L'autismo viene considerato un disordine dello sviluppo infantile caratterizzato da deficit nella interazione e comunicazione sociale e da comportamento ripetitivo e inusuale. I livelli di autismo possono variare continuamente da stati di tipo non grave a stati molto severi. Sebbene non siano state ancora chiarite le cause della malattia, recenti studi suggeriscono una origine biologica, su base genetica, con interessamento delle strutture cerebrali. La diagnosi rimane esclusivamente clinica ed è essenzialmente basata su test comportamentali. A tutt'oggi non esiste un trattamento farmacologico specifico, ma solo un trattamento sintomatico.
Lo scopo di questo studio è stato quello di dimostrare l'effetto terapeutico dei rimedi omeopatici sullo sviluppo cognitivo e motorio dei bambini affetti da autismo, attraverso uno strumento specifico convalidato, il PEP-R (Psycho-educational Profile Revised test). La diagnosi con il PEP-R offre un approccio evolutivo della valutazione dei bambini autistici ed include un inventario di comportamenti e abilità concepite per identificare fattori di apprendimento irregolari e idiosincrasici, nei bambini di età compresa tra sei mesi e sette anni, ma può essere estesa anche a bambini più grandi, la cui alfabetizzazione non è completa. Il test PEP-R raccoglie dati sullo sviluppo attraverso imitazione, percezione, motricità fine, motricità globale, coordinazione oculo manuale, aspetto cognitivo, aspetto cognitivo verbale. Come strumento di diagnosi il PEP-R serve ad identificare il grado di anormalità del comportamento riguardo a relazioni ed affetti, gioco ed interesse per i materiali, risposte sensoriali e linguaggio.
Gli Autori hanno studiato una popolazione formata da 30 bambini di ambo i sessi, esaminati nella Clinica delle malattie mentali e comportamentali, della Federazione Brasiliana di Omeopatia di Rio de Janeiro, una istituzione non-profit Brasiliana con diagnosi di autismo secondo i criteri del DSM-IV. La prescrizione dei rimedi omeopatici è stata eseguita secondo il principio della similitudine, base metodologica dell'omeopatia, ricercando i sintomi specifici comuni e individualizzati dei singoli pazienti. I rimedi sono stati prescritti sia singolarmente che in combinazione, in accordo con i sintomi di ciascun paziente. I rimedi scelti sono stati: Carcinosinum, Stramonium, Natrum muriaticum, Arnica, Arsenicum album e Thebaicum. Le diluizioni sono state selezionate in accordo con il grado di similitudine patologica e patogenetica, comprese tra 30CH e 200CH. Lo schema terapeutico è stato completato da specifici rimedi organoterapici, scelti in rapporto alle disfunzioni delle aree cerebrali interessate dalla malattia autistica, come Corpus callosum, Thalamus, Hippocampus, Lobo frontale, Corteccia cerebrale, Cerebellum, Lobo parietale, Lobo temporale tutti in diluizione 6CH.
I risultati descritti nel lavoro fanno riferimento a 7 dei 30 pazienti presi in esame, che hanno già effettuato i test per due volte, la prima volta prima dell'inizio della terapia omeopatica, la seconda volta a 3-10 mesi dopo l'inizio della terapia stessa. I criteri utilizzati per l'indagine sono stati riportati su una scala di comportamento secondo l'intensità del comportamento autistico e suddivisi in: adeguato, moderato e grave. Tutti e sette i soggetti estrapolati dallo studio hanno mostrato un netto miglioramento del comportamento autistico, differenziandosi ciascuno in una particolare area di indagine. Nel sintetizzare i risultati possiamo riferire alcuni dati di estremo interesse, come il paziente 01 (Arnica montana 200CH) che è risultato migliorato per le risposte sensoriali, il gioco e gli interessi nei materiali, così come anche nella motricità fine e globale, mentre nel paziente 07 (Natrum muriaticum 200 CH), il progresso del quadro clinico è stato globale, abbracciando così tutte le aree oggetto dello studio.
Le conclusioni parziali sulla base dei dati raccolti e a cui si può fare riferimento, indicano con certezza l'efficacia della terapia omeopatica nelle prestazioni comportamentali, cognitive e motorie dei bambini autistici esaminati. Questi risultati suggeriscono inoltre che più la terapia viene prolungata nel tempo, più rimarchevoli sono i risultati del miglioramento nella scala del test PEP-R. Questi risultati preliminari incoraggiano gli Autori a riproporre lo studio su una popolazione molto più numerosa e a pianificare uno studio secondo i parametri del RCT, preservando comunque l'originalità del metodo omeopatico.

Fonte:
Omeopatia33 -
Newsletter della SIOMI (www.siomi.it)
di Roberto Pulcri

 

Omeopatia efficace quanto l'antibiotico

L'obiettivo di questo studio multicentrico e internazionale, è stato quello di valutare l'efficacia dell'omeopatia nel trattamento di fatti acuti inerenti l'orecchio e le prime vie respiratorie. Progettato come ricerca non randomizzata di coorte consecutiva, ha coinvolto dieci centri in Gran Bretagna, otto negli USA e in Austria, altri otto in Germania, sette nei Paesi Bassi, sei in Spagna e Russia, quattro in Ucraina; lo scopo era quello di verificare la risposta al trattamento omeopatico, versus terapia convenzionale, erogata a pazienti con caratteristiche omogenee. Sono stati arruolati, a tal fine, sia soggetti adulti che bambini, con disturbi acuti insorti da meno di 7 giorni e riguardanti naso, faringe ed orecchie. Complessivamente si sono valutati 1577 pazienti di cui 857 hanno ricevuto trattamenti omeopatici (H) e 720 convenzionali (C). In entrambi i gruppi la più parte dei pazienti ha avuto un miglioramento notevole o una guarigione in due settimane (H: 86,9%; C: 86,0%, p = 0,0003). Una ulteriore sottoanalisi ha invece mostrato differenze significative tra bambini (H: 88,5%; C: 84,5%) e adulti (H: 85,6%; C: 86,6%), con odds ratio (OR) del criterio principale che è stato 1,40 (0.89-2,22) nei bambini e 0,92 (0,63-1,34) negli adulti, a riprova di una migliore risposta al trattamento omeopatico in giovane età. Si è anche potuto documentare una risposta più rapida del trattamento omeopatico di quello condotto con antibiotici e FANS, sia nei bambini (p = 0,0488) che negli adulti (p = 0,0001). Infine le reazioni avverse, più frequenti negli adulti trattati in modo convenzionale (C: 7,6%; H: 3,1%, p = 0,0032), mentre nei bambini la comparsa di reazioni avverse al farmaco non è risultata significativamente diversa (H: 2,0 %; C: 2,4%, p = 0,7838).

La conclusione della ricerca è che, innegabilmente, il trattamento omeopatico delle affezioni respiratorie acute e dell'orecchio non è inferiore, per efficacia, al trattamento convenzionale, risulta meno costoso, più rapido e con minor numero di reazioni avverse nell'adulto.

Fonte:
BMC Compl Alt Med, 2007, 7, (7), 1472

 

In Australia contro il cancro si integrano le MNC

« ESTERO - La medicina ufficiale, in Australia, si interroga: quale via intraprendere per integrare terapie convenzionali e terapie complementari nella cura contro il cancro? Sebbene siano viste con scetticismo dalla comunità scientifica, secondo un recente sondaggio, circa la metà della popolazione australiana utilizza le medicine complementari e alternative (CAM) e un 20% viene visitato regolarmente da medici non convenzionali. Un altro studio, sempre australiano, ha stabilito che il 22% dei pazienti ammalati di cancro utilizzano terapie CAM.

Gli ammalati di cancro si servono di queste terapie per diversi motivi: migliorare la loro qualità di vita; per timori derivanti dalla tossicità delle terapie convenzionali; perché corrispondono alla loro fiducia; perché credono che possano combattere efficacemente il cancro o migliorare la situazione stimolando il sistema immunitario. A questo punto, dal momento che le CAM fanno parte di un approccio olistico alla cura del cancro, se utilizzate in appoggio alle terapie mediche convenzionali, gli autori di questo articolo auspicano una maggior collaborazione, informazione e reciproco sostegno da parte di queste due diversi settori della medicina. Si è arrivati a queste conclusioni, dopo che indagini statistiche condotte su pazienti in trattamento con radioterapia in Italia, Canada e nella stessa Australia hanno verificato che i medici operanti in questi paesi sottostimano grandemente il numero dei pazienti che utilizzano CAM: mentre i medici credono che il 4% ne faccia uso, in verità il numero uscito da indagini ufficiali è stato del 37%. La metà di questi ammalati non lo dice al proprio medico perché lo trovano disinteressato o apertamente ostile a queste terapie.

Integrare medicina ufficiale e CAM appare una necessità sempre più importante e urgente. Una ricerca combinata e un programma clinico di medicina integrata, come comunemente già praticato nel Nord America, potrebbe favorire questo dialogo tra CAM e medicina convenzionale per creare nuove opportunità di collaborazione e, assieme, esplorare il potenziale di nuovi trattamenti, dopo una rigorosa valutazione. Occorre, quindi, da una parte uno sforzo dei medici praticanti le CAM: accettare prove metodologiche controllate randomizzate, fino ad oggi avversate in virtù del fatto che queste terapie si basano sul trattamento individualizzato del paziente; stabilire collaborazioni con cliniche e trovare i non facili fondi per queste prove; reclutare commissioni etiche e scientifiche per la valutazione di questi test sulla salute umana. Dall'altra parte è tempo che la comunità medica accetti un dialogo, dal momento che le CAM non sono una moda passeggera che godono soltanto di un'enorme popolarità; ma per salvaguardare le scelte e la salute dei loro pazienti è tempo per clinici, oncologi e medici della salute pubblica di sapere qualcosa in più di "ciò che sta dall'altra parte". »


Fonte:
Omeopatia33 -
Newsletter del 09 ottobre 2008 (Num. 30 - Anno 3)
eMJA, 2006, 185, (7), 377
di Italo Grassi


Rischia l'infertilità chi assume antidepressivi

Rischio di infertilita' per gli uomini che assumono uno dei piu' comuni antidepressivi: la paroxetina.

A mettere in dubbio la sicurezza di questo tipo di farmaco uno studio realizzato negli Stati Uniti i cui risultati sono stati anticipati dalla rivista New Scientist. Lo studio, realizzato da ricercatori della Cornell University ha infatti rilevato che maschi sani che assumono per quattro settimane una dose giornaliera di questo farmaco hanno un alto livello di spermatozoi danneggiati a livello di Dna rispetto a quelli che invece non assumono questo specifico antidepressivo.

Alla prova del microscopio i campioni prelevati ai 35 volontari prima e dopo la terapia a base di paroxetina non hanno mostrato significative differenze. Quando pero' i ricercatori sono passati ad analizzare la struttura genetica degli spermatozoi, hanno riscontrato problemi in ciascuno dei 35 campioni prelevati durante la terapia antidepressiva. Non solo, ma il tasso di cellule con Dna frammentato nel corso della terapia e' aumentato passando dal 13,8 per cento della prima settimana al 30,3 della quarta.

http://www.paginemediche.it/it/news/news/agi-news/detail_92372_rischia-linfertilita-chi-assume-antidepressivi.aspx?c2=5938

 

Guerra al cancro - Fallimento totale?

IMPORTANTE
In questo articolo non ci si vuole sostituire al parere del medico o consigliare una strada terapeutica piuttosto che un’altra. Il nostro scopo è puramente divulgativo ma in particolare desideriamo fornire delle informazioni, che spesso non trovano facile accesso nei media, affinché chiunque possa avere una maggiore conoscenza (e coscienza) su un problema di così grande importanza.

Nonostante si senta un gran parlare, da parte dei media o da personalità anche molto note del mondo scientifico, di grandi passi in avanti compiuti dalla medicina nella cura del cancro, un’analisi approfondita della letteratura scientifica sullo stato effettivo dell’efficacia delle moderne terapie sembra mostrare una realtà completamente diversa. Qui di seguito riportiamo le dichiarazioni e alcuni studi provenienti da fonti di riconosciuta autorevolezza in materia.

Una grande ricerca scientifica inserita nel più grande database medico ufficiale del mondo “www.pubmed.gov”, è quella a firma di Grame Morgan (professore associato e radiologo al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore, oncologo alla University of New South Wales) e Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation, Liverpool Health Service di Sidney). Tale ricerca (“Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti”)(1) è stata pubblicata, nel Dicembre 2004, in una delle più prestigiose riviste di oncologia al mondo: Clinical Oncology. Il loro meticoloso studio si è basato sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati (RTC) condotti in Australia e negli Stati Uniti, nel periodo da Gennaio 1990 a gennaio 2004. Analisi che ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi e “curate” solo con la chemioterapia. Quando i dati erano incerti, gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. Nonostante questo, lo studio ha concluso che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza! “Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori. “In realtà - continua il professor Grame Morgan - malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”. Gli autori hanno messo in evidenza che, per ragioni spiegate nello studio, i risultati raggiunti (circa il 2%) dovrebbero essere visti come il limite massimo di efficacia!

 Un’altra importante ricerca è quella del professor Ulrich Abel, un epidemiologo tedesco della Heidelberg/Mannheim Tumor Clinic. Questo ricercatore chiese a circa 350 centri medici sparsi nel mondo, l’invio di tutti gli studi ed esperimenti clinici sulla chemioterapia. L’analisi durò parecchi anni ma alla fine quello che risultò fu la non disponibilità di riscontri scientifici in grado di dimostrare che la pratica della chemioterapia prolunghi la vita in modo apprezzabile. Abel sottolinea che di rado la chemioterapia riesce a migliorare la qualità della vita, la descrive come uno “squallore scientifico” e sostiene che almeno l’80% della chemioterapia somministrata nel mondo è priva di qualsiasi valore e anche se non esiste alcuna prova scientifica che la chemioterapia funzioni, né i medici né i pazienti sono disposti a rinunciarvi! (Lancet, 10 agosto 1991). Nessuno, fra i principali media, ha mai nemmeno citato questo esaustivo studio che sembra sia stato completamente insabbiato.(2) Già nel 1990 il prof. Abel affermava: “…sebbene i farmaci chemioterapici portino ad una risposta, cioè ad una diminuzione di massa del tumore, questa riduzione non produce un prolungamento della sopravvivenza del paziente; anzi, il cancro ritorna più aggressivo di prima, poiché la chemioterapia favorisce la crescita di ceppi tumorali resistenti. Inoltre la chemioterapia danneggia gravemente le difese dell’organismo, tra cui il sistema immunitario, spesso i reni e il fegato…”.

Anche gli studi effettuati dall’ECRI (Emergency Care Research Institute) concordano affermando che “…la riduzione di massa tumorale a seguito della chemioterapia, non si correla affatto con il prolungamento della sopravvivenza della vita del paziente. Remissione non significa affatto sopravvivere più a lungo”. Abel conclude affermando: “…Un’analisi bilanciata e imparziale della letteratura medica mostra un indice di successi terapeutici quasi nullo nei trattamenti impiegati convenzionalmente per la cura delle forme avanzate dei tumori solidi”.(3)
Conclusioni ancora peggiori erano state raggiunte già nel 1975 dal professor Hardin Jones, docente presso l’Università della California, il quale dimostrò per la prima volta, in uno studio su ampia scala durato 23 anni, che per gli ammalati di cancro che si sono rifiutati di sottoporsi a chirurgia, radioterapia, e chemioterapia, (comunque con alimentazione libera, senza diete particolari), la sopravvivenza media è di 3-4 volte più alta, rispetto a quelli che si sono sottoposti a trattamenti medici standard (chirurgia, radioterapia e chemioterapia). Il Dr. Jones quindi, dopo aver analizzato per molti decenni le statistiche relative alla sopravvivenza al cancro, ha concluso che ...“quando non vengono curati, i malati non peggiorano, o addirittura migliorano”. Le inquietanti conclusioni del Dr. Jones non sono mai state confutate. (4)
Tale constatazione è stata confermata, da allora, più volte nella letteratura medica, ad esempio per il cancro al seno dove in assenza di terapie mediche ufficiali la sopravvivenza media di donne affette da tumore al seno è di 12 anni e mezzo, mentre quelle che si sono sottoposte a trattamenti medici standard (chirurgia, radioterapia e chemioterapia), sono morte in media entro 3 anni.(5) Secondo i dati presenti in letteratura possiamo quindi ritenere, senza timore di sbagliare che, ad esclusione di pochi tumori che presentano scarsa malignità come i tumori del sistema linfatico, il morbo di Hodgkin, le leucemie, i sarcomi e il cancro ai testicoli, sembra che le terapie tradizionali non abbiano contribuito praticamente in nulla nella cura dei cosiddetti tumori solidi in stadio avanzato. E’ quanto mostrano anche le stime del National Cancer Institute degli Stati Uniti. “Il tasso di sopravvivenza dei soggetti affetti da forme tumorali ormai metastatizzate è rimasto pressoché invariato negli ultimi 20 anni” conferma Ruth Etzioni del Fred Hutchinson Cancer Reserach Center di Seattle. (6)
Nel 1991, l’oncologo Albert Braverman scriveva: “…nessun tipo di tumore solido che era considerato incurabile nel 1975 è curabile oggi. Molti oncologi raccomandano la chemioterapia per praticamente qualsiasi forma di tumore, con aspettative che il sistematico fallimento non scoraggia…”(7)
Ma non è finita qui. Alcuni scienziati di stanza presso il McGill Cancer Center inviarono a 118 medici, esperti di cancro ai polmoni, un questionario per determinare quale grado di fiducia essi nutrissero nelle terapie che applicavano; fu loro chiesto di immaginare di aver contratto essi stessi la malattia e quale delle sei attuali terapie sperimentali avrebbero scelto. Risposero 79 medici, 64 dei quali non avrebbero acconsentito a sottoporsi ad alcun trattamento che contenesse Cisplatino (un chemioterapico molto utilizzato a base di platino) mentre 58 dei 79 reputavano che tutte le terapie sperimentali in questione fossero inaccettabili, a causa dell’inefficacia e dell’elevato grado di tossicità. Questo significa che l’81% degli oncologi intervistati, in caso di tumore, non si farebbero somministrare un chemioterapico, mentre il 73% di loro reputano addirittura le “terapie sperimentali inaccettabili per l’elevato grado di tossicità”! (8)
Riportiamo qui di seguito i tassi di sopravvivenza di alcune importanti neoplasie sottolineando che, interessa poco se si riescono ad estirpare delle neoformazioni subcentimetriche, che non danno quasi mai nessun problema (e che vengono invece sempre conteggiate per dimostrare l’efficacia delle terapie oncologiche). E’ invece nelle neoplasie avanzate che le terapie ufficiali dovrebbero far regredire e guarire per dimostrare la loro efficacia. E qui, i dati estratti dal libro di oncologia (Bonadonna) della facoltà di medicina, parlano da soli:
 
Tumore Sopravvivenza a 5 anni
 Glomi maligni (cervello) <10%
 Distretto cervico facciale <5%
 Melanomi maligni <20%
 Neoplasie maligne dell'orecchio e della mastoide <25%
 Polmone 7,5%
 Mesotelioma della pleura 0%
 Carcinoma dell'esofago <10%
 Carcinoma dello stomaco <13%
 Neoplasie del piccolo intestino <25%
 Carcinoma del fegato 0-2%
 Carcinoma della colicisti <3%
 Carcinoma del pancreas 2%
 Carcinoma mammario localmente avanzato <5%

Nota (Bonadonna 1, p.779, 2 p. 804, 3 p.847, 4 p.850, 5 p.857, 6 p.898, 7 p.913, 8 p.925, 9 p.949, 10 p.937, 11 p.939, 12 p.948, 13 p.752)

I trattamenti oncologici, considerando soltanto la chemioterapia e la radioterapia, costano allo stato italiano centinaia di miliardi di euro l’anno.(9)

Riferimenti bibliografici
1. Morgan G, Ward R, Barton M. The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies. Clin Oncol (R Coll Radiol) 2004;16: 549-60
2. Chemotherapy - an unproven procedure, presso http://www.thedoctorwithin.com index20.html
3. Chemothrapy of advanced epithelial cancer: a critical survey. HippokratesVerlag, Stuttgart, 1990; Healing Journal, No.1-2, Vol.7, 1990
4. Last, Walter, The Ecologist, vol.28, no.2, marzo-aprile 1998
5. The natural history of breast carcinoma in the elderly: implications for screening and treatment, Cancer 2004; 100(9), pp. 1807-1813
6. R. Etzioni et al., The Case of Early Detection, Nature Reviews/Cancer, n.3, 2003, pp. 1-10
7. A. Braverman, MD, “Medical Oncology in the 90s”, Lancet 1991, vol 337, p. 901
8. M. Pamio, “Cancro SPA”, Il Nuovo Mondo edizioni, 2008, p. 40
9. M. Pamio, “Cancro SPA”, Il Nuovo Mondo edizioni, 2008, pp. 53-55


Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

 

Il paracetamolo potrebbe aumentre il rischio d’asma

« ROMA - L’aumento globale dell’incidenza dell’asma potrebbe essere legata all’uso del paracetamolo: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Independent, citando uno studio apparso sulla rivista scientifica The Lancet. La ricerca - che ha riguardato 200mila bambini di 31 Paesi diversi - indica infatti che coloro ai quali veniva somministrato regolarmente il farmaco mostravano un rischio di asma tre volte superiore al normale, così come più numerosi erano i casi di eczemi e riniti.
Fino ad oggi la teoria più accreditata era quella di un progressivo disadattamento del sistema immunitario agli allergeni grazie ad ambienti più puliti e alla maggiore igiene personale, ma l’asma è in aumento anche nei Paesi in via di sviluppo. Il paracetamolo - sviluppato negli anni Cinquanta come alternativa all’aspirina, specialmente per i bambini - è invece distribuito in tutti i Paesi: l’ipotesi è che il farmaco inibisca la produzione di un antiossidante nei polmoni, aumentando il rischio di infiammazione in presenza di allergeni.
I ricercatori sottolineano come lo studio mostri l’esistenza di un’associazione fra la somministrazione del paracetamolo e l’asma, non di un rapporto di causa ed effetto: «Il paracetamolo rimane l’antidolorifico e l’antipiretico di preferenza per i bambini, ma non dovrebbe essere utilizzato spesso: solo in caso di febbre alta, superiore ai 38,5 gradi», conclude lo studio. »

Fonte:
La Stampa.it - Scienza - MEDICINA , 19/09/08 http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=947&ID_sezione=243&sezione=News

 

Lo stress si accumula sulla pancia
Il colpevole è l’ormone “neuropeptide Y” che fa depositare il grasso sul tessuto adiposo

« Roma - Lo stress fa ingrassare. E non solo perché può indurre a mangiare di più ma soprattutto perché fa assimilare di più di quello che mangiamo. E’ l’effetto causato da un ormone ad essere particolarmente disastroso. I grassi che si accumulano per lo stress si dispongono, infatti, proprio dove sono più pericolosi e cioè attorno alla vita, conferendo quella forma a mela (obesità centrale) che è legata a ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari.
Secondo gli studi di Zofia Zukowska della Georgetown University di Washington DC che hanno approfondito un fenomeno in parte conosciuto ma che ora hanno portato anche all’individuazione del meccanismo che è alla base dell’aumento di peso indotto proprio dallo stress. Il colpevole, secondo la ricercatrice, è l’ormone “neuropeptide Y” (NPY) che in condizioni di stress fa accumulare maggiori quantità di grasso alle cellule del tessuto adiposo.
Lo studio, pubblicato sulla rivista “Nature Medicine”, mostra infatti che topolini ingrassano in condizioni di stress emotivo o fisico. “Sotto stress - spiega all’Ansa Zukowska - molte persone tendono a mangiare di più per cui si pensa che lo stress danneggi la silhouette perché induce a mangiare troppo. Ma questa è solo una parte del problema”, sottolinea Zukowska.
“Noi abbiamo dimostrato che lo stress fa ingrassare anche per altre vie - spiega Zukowska - e non perché induce a mangiare troppo ma perché fa assimilare di più quello che mangiamo”.
Studiando topolini messi sotto stress, l’equipe di Zukowska ha scoperto infatti che il neuropeptide T, fin’ora noto per il suo ruolo di controllo dell’appetito nel cervello, ha in realtà un secondo ruolo extra-cerebrale prima sconosciuto.
“Abbiamo scoperto che NPY agisce anche a livello dei nervi periferici che innervano il tessuto adiposo, spiega Zukowska. Lo stress attiva questi nervi al rilascio di NPY che stimola l’accumulo di grasso”. Questo effetteo, precisa l’esperta, diventa ancor più marcato quando, proprio perché sotto stress, si è presi da “fame nervosa” e si mangia troppo. “Abbiamo visto che se mangi il doppio delle calorie a causa di stress - spiega Zukowska - il corrispondente aumento di peso non sarà due volte (cioè equivalente all’ammontare delle calorie) ma 4 volte tanto”, come se sotto stress si accumulasse il doppio.
Ma ci sono anche alcuni soggetti che in periodi di stress tendono a dimagrire, precisa infine la ricercatrice. C’è una spiegazione anche per loro: i loro nervi periferici rilasciano un altro messaggero chimico, la noradrenalina, che al contrario di NPY induce a bruciare più grassi.
Stress a parte, conclude la dottoressa Zukowska, se si riuscisse a manipolare questo meccanismo, si potrebbe indurre a comando l’eliminazione dei grassi e quindi il dimagrimento… »

Fonte:
Corriere Nazionale, 02/07/07

Riflessioni

Questa è un’ulteriore conferma che quando si vuole impostare un programma dietetico non è sufficiente il solo controllo dell’alimentazione ma bisogna intervenire a 360 gradi prendendo in considerazione cioè, anche l’aspetto psicologico, costituzionale e ormonale del paziente.
La cura omeopatica interviene proprio in questi punti, ottimizzando e velocizzando gli effetti del programma dietetico che da solo non è quasi mai sufficiente a garantire i risultati sperati. Un altro aspetto molto importante è infine quello farmacologico. Molti farmaci infatti possono causare aumento di peso e ritenzione idrica tramite alterazioni metaboliche o ormonali. L’omeopatia può offrire anche qui un valido aiuto in quanto spesso con la cura omeopatica si riescono a togliere o a diminuire gran parte dei farmaci imputati.



Antibiotici e troppa igiene - Difese immunitarie in tilt
Nell’organismo che non sa più produrre anticorpi si moltiplicano l’artrite reumatoide, gli eritemi della pelle e le dermatosi croniche

« L’eccessiva igiene, l’uso massiccio di vaccini e antibiotici, hanno profondamente modificato il comportamento del sistema immunitario umano che ora ha molta più difficoltà a comprendere quando è il caso di produrre anticorpi per difendere l’organismo da qualche malattia, da quando invece non è necessario.
Il risultato? L’esplosione di patologie che fino a trent’anni fa erano rare o sconosciute. Il riferimento è soprattutto alle cosiddette malattie autoimmuni, dovute al sistema immunitario che aggredisce l’organismo, anziché proteggerlo.
Secondo le più recenti conclusioni di studiosi dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, dilagano soprattutto malattie come il diabete insulino-dipendente, disfunzioni della tiroide o della paratiroide e malattie dell’ovaio. Nel primo caso viene preso di mira il pancreas che, repentinamente, perde la sua naturale capacità di produrre insulina e quindi di regolare la quantità di zuccheri nel sangue. Negli altri casi abbiamo invece il sistema immunitario che si avventa sulla tiroide o gli organi riproduttivi femminili.
In realtà sono anche molte altre le malattie di questo tipo che si stanno diffondendo a macchia d’olio in Italia e in generale, in tutti i Paesi industrializzati. Ci sono l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico (LES) e la vitiligine…definita “malattia della modernità”… Alla luce luce di ciò gli scienziati di tutto il mondo stanno indagando per cercare di comprendere meglio queste malattie. Soprattutto si tende a sensibilizzare i medici di famiglia che, troppo spesso, davanti a patologie in cui il sistema immunitario va in tilt, brancolano nel buio: in un numero considerevole di casi la malattia autoimmune viene diagnosticata molto tardi, dopo un numero eccessivo di visite e uno spreco di risorse umane e finanziarie notevole. »

Fonte:
Libero - Scienza, 28/03/2007, pag. 35

 

Decine di morti sospette - Bloccato il nuovo farmaco
Stop della Pfizer ai test sul medicinale anti-colesterolo

« La Pfizer, la massima società farmaceutica del mondo, non produrrà il Torcetrapib, il suo nuovo e atteso farmaco contro il colesterolo. Il suo presidente Jeffrey Kindler ha ordinato la fine di tutte le ricerche e gli esperimenti, “a causa dell’ inaspettato numero di decessi e di problemi cardiovascolari riscontrati nei pazienti”, e ha chiesto che il Torcetrapib non venga più somministrato a nessuno. La Pfizer ha preso la decisione dopo che il Monitoring board, un organo di controllo indipendente, ha dato l’allarme. Il direttore del board, il dottor Philip Barter, ha detto di avere riscontrato “morti sorprendenti alla luce degli studi svolti in precedenza. Siamo tutti dispiaciuti - ha precisato - perché si trattava di un farmaco dal grande potenziale”.
CONTROLLI - Barter, un medico dell' Istituto di ricerca cardiovascolare dell' Australia, ha spiegato di avere svolto i più rigidi controlli coi suoi collaboratori per due anni e di avere creduto che il Torcetrapib fosse sicuro. La Pfizer, ha aggiunto, ha agito appena letto il suo rapporto. L’annuncio della società ha scosso l’America e suscitato polemiche al Congresso, dove i democratici, che ne assumeranno il controllo a gennaio, intendono riesaminare l’intera industria farmaceutica, una delle più proficue - e delle più protette dalla concorrenza straniera - degli Stati Uniti. Il Torcetrapib alza il livello del colesterolo cosiddetto buono, e andava somministrato con il Lipitor, che abbassa il livello di quello cattivo, e che è il farmaco più venduto al mondo. La Pfizer aveva condotto esperimenti su 7.500 pazienti con entrambi i farmaci, e su altri 7.500 con il solo Lipitor. “Purtroppo nel primo gruppo si sono riscontrati 82 decessi contro 51 nel secondo, una forte differenza che ha scosso tutti”, ha riferito il portavoce Paul Fitzhenry. Dal rapporto del Monitoring board, sembra che il Tercetrapib causasse un aumento della pressione, mentre il Lipitor non presentava problemi. Ha sottolineato il presidente Kindler: “Ci siamo subito preoccupati di salvaguardare i pazienti”.
INVESTIMENTI - Appena tre giorni fa la Pfizer aveva annunciato di essere pronta a chiedere alla Food and drug administration l’ autorizzazione a mettere il Torcetrapib sul mercato nel secondo semestre del 2007. La società aveva investito 800 milioni di dollari nel nuovo farmaco, e sperava di eguagliare col tempo le vendite annue del Lipitor di 12 miliardi di dollari. Secondo Kindler, il suo ritiro non danneggerà la Pfizer: “Le previsioni di bilancio del 2006 verranno rispettate”. Ma a Wall street si temono dure ripercussioni. Nel triennio 2005-2007 la società perderà brevetti per un totale di 14 miliardi di dollari, e il brevetto del Lipitor finirà nel 2011. Le sue quotazioni in borsa potrebbero soffrirne.
PROGRAMMI - A una conferenza stampa, Kindler ha evidenziato di avere in corso 242 programmi di ricerche ed esperimenti “su farmaci promettenti” e di credere che la Pfizer continuerà a eccellere in essi. Ha tuttavia ammesso che la società dovrà ridurre i costi e rinnovarsi. Il suo predecessore Hank McKinnell, dimessosi la scorsa estate, aveva già previsto una riduzione del 20 per cento del personale addetto alle vendite, e potrebbero seguirne altre. Kindler ha riscosso il plauso della Food and drug administration.
L’OBIETTIVO - Il Torcetrapib della Pfizer è stato concepito come farmaco in grado di alzare il livello di colesterolo buono e quindi capace di diminuire il rischio di infarti e ictus.
LA SPERIMENTAZIONE - È stata condotta su 15.000 pazienti: tra i 7.500 trattati con Torcetrapib e il tradizionale Lipitor i decessi sono stati 82, 31 in più rispetto a quelli curati solo con il secondo medicinale.
I PRECEDENTI. 2001 La Bayer, nel 2001, ha ritirato dal commercio il farmaco anticolesterolo Lipobay, a base di cerivastatina: avrebbe provocato 52 morti; 2004 Antinfiammatorio di nuovo tipo, il Vioxx (a base di rofecoxib), nel 2004 è stato ritirato dalla Merck per l’ aumentato rischio di infarto miocardio; 2005 Biogen Idec ed Elan Corporation nel 2005 hanno ritirato dal mercato il Tysabri, un nuovo trattamento per la sclerosi multipla approvato con procedura rapida pochi mesi prima. »

Fonte:
Corriere della Sera, 04/12/06

 


La febbre
? Meglio se alta
L’organismo reagisce più in fretta. La temperatura elevata stimola il sistema immunitario a riconoscere e attaccare con estrema rapidità gli agenti infettivi

« Roma – Febbre alta? Forse è meglio non abbassarla, perché la temperatura elevata stimola il sistema immunitario a riconoscere ed attaccare con estrema rapidità gli agenti infettivi che hanno invaso l’organismo.
E’ quanto suggerisce uno studio effettuato sui topi e pubblicato in questi giorni sulla rivista Nature Immunology. La febbre,infatti, raddoppia il numero di linfociti che passano per i linfonodi (la sede dove i linfociti migliori vengono selezionati e moltiplicati, per mandarli all’attacco dei patogeni attraverso il circolo sanguigno), spiega Sharon Evans che ha diretto lo studio al Roswell Park Cancer Institute di Buffalo, New York.
“ Non stiamo certo consigliando di non abbassare la febbre tourt court - dichiara la Evans - ma i nostri risultati fanno sorgere qualche dubbio sui vantaggi di abbassare la temperatura, infatti abbiamo trovato un meccanismo fisiologico per innalzare la sorveglianza immunologia dell’organismo”.
Gli esperti hanno sperimentato gli effetti della febbre sui topi: sperimentalmente hanno loro causato un “febbrone”, portando la temperatura a 39,5 gradi centigradi, ovvero 2,6 gradi sopra la norma. L’effetto è stato notevole: i linfonodi, che sono le sedi deputate a scegliere le migliori “cellule killer” per poi moltiplicarle e mandarle all’attacco, diventano più efficaci e veloci in questa operazione e il numero dei linfociti che entra e viene selezionato nei linfonodi raddoppia. In pratica, la febbre rende più efficiente il sistema di sorveglianza immunologico dell’organismo, che entra più prontamente in azione e mette sotto controllo l’infezione.
“ Le terapie basate sul calore hanno una storia antichissima - ha concluso Evans - e questo studio. Pur non volendo essere un suggerimento a non tenere sotto controllo febbri alte, potrebbe indirizzare verso nuove terapie basate sul calore per curare diverse malattie”. Insomma un passo in avanti nella sperimentazione che può portare ad affrontare in modo diverso la cura di alcune malattie. »

Fonte:
Corriere Nazionale, 16/11/06, pag. 5

Riflessioni

Utilizzare il calore per abbassare la febbre, cos’è questa se non l’applicazione della “Legge dei Simili” omeopatica? L’omeopatia da sempre utilizza questo principio di cura, che venne già individuato da Ippocrate, padre della medicina, nel IV sec. a.C.. Per abbassare la febbre infatti, si usano rimedi omeopatici che, in una persona sana, sono in grado di provocare sintomi febbrili. Simile cosa fanno i Tuareg del deserto che per contrastare la sete intensa provocata dal caldo del deserto, bevono tè bollente. Il caldo somministrato non è lo stesso ma è pur sempre caldo.
Dopo quasi due secoli la scienza tradizionale sta confermando la validità della Legge dei Simili, mancano ad essa però i mezzi per poterla applicare nelle diverse patologie (come curare una febbre usando farmaci che aumentino ancora di più la temperatura?). Hahnemann (fondatore dell’omeopatia) invece, più di due secoli fa ebbe la geniale intuizione, confermata poi sperimentalmente, di utilizzare sostanze diluite e dinamizzate (i rimedi omeopatici) per poter applicare il principio di similitudine in moltissimi disturbi, senza provocare un pericoloso aggravamento della sintomatologia in atto.
Applicare la Legge dei Simili in medicina, significa andare il più possibile incontro alla Natura, incontro cioè al tentativo dell’organismo di ristabilire il proprio equilibrio (se compare la febbre ad esempio, è quasi sempre per combattere i virus o i batteri che l’hanno provocata) e questa, a nostro avviso e quando è possibile, è la strada migliore per poter attuare una terapia che sia dolce, efficace e duratura al tempo stesso.


Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina Omeopatica

 

Vaccino antinfluenzale: quanto serve veramente?
Un esperto, Tom Jefferson, riesamina le ricerche della sua efficacia. Il verdetto: mancano le prove

« …Chi scompiglia uno scenario ormai scontato è Tom Jefferson, esperto di vaccini di livello internazionale, nato a Viareggio da mamma italiana e papà britannico, responsabile del Cochrane Vaccines Field di Anguillara, nei pressi di Roma. Epidemiologo noto per la sua capacità di dissacrare certezze consolidate e la presunta “solidità” dei risultati di una ricerca scientifica inquinata da conflitti di interesse e smanie di carriera, pubblica su uno degli ultimi numeri della rivista inglese British Medical Journal un’indagine sull’influenza assolutamente “speciale”. Speciale perché il ricercatore ha fatto un accuratissimo lavoro di revisione che non era fin’ora venuto in mente a nessuno: ha setacciato tutti gli studi sul vaccino antinfluenzale, sulla sua efficacia nella popolazione generale, nei bambini ma soprattutto negli anziani, candidati d’elezione alla “punturina” perché destinati ad andare incontro alle complicazioni della malattia, polmoniti e bronchiti gravi. Ebbene le evidenze che questa iniezione (intramuscolare) sia lo scudo contro un sacco di malanni appaiono improvvisamente incerte: soprattutto per quanto riguarda gli anziani, gli studi ci sono, ma non sono realizzati con metodi di selezione validi. Ad esempio dei 40 che Jefferson ha trovato per verificare l’efficacia del vaccino nella popolazione di età avanzata che vive nelle case di riposo, solo 26 riportavano i dati sui ceppi virali influenzali in circolazione in quella stagione e solo 21 fornivano informazioni su quelli contenuti nel vaccino. Pochissime anche le ricerche in cui il gruppo dei vaccinati fosse messo a confronto con un gruppo di non (il famoso “controllo”).
Ma emergono limiti anche sulla sicurezza del vaccino, sul fatto, cioè, che non causi effetti collaterali importanti nella settimana successiva all’iniezione: dei tantissimi studi fatti, solo cinque hanno preso in considerazione quest’aspetto. Se le certezze per gli anziani vacillano, si disintegra nel nulla qualsiasi convinzione di un effetto protettivo sulla popolazione sana in generale: non c’è dimostrazione che la vaccinazione risparmi giorni di lavoro, riduca i ricoveri in ospedale e, in ultima analisi, la mortalità in chi ha meno di sessantacinque anni. Altro punto debole, anzi debolissimo, è l’efficacia della vaccinazione nei bambini sotto i due anni di vita che risulta pari a quella del placebo, cioè di un vaccino che contenga acqua fresca… Sta di fatto che la vaccinazione contro l’influenza in Italia è coperta in larga misura dallo Stato, ora dalle Regioni, comunque dai soldi dei cittadini… In Italia si vendono ogni anno 16 milioni di dosi di vaccino; ¾ pagate dal SSN… Alla luce delle considerazioni emerse dal lavoro di Jefferson, ci chiediamo però se abbia senso continuare, come se niente fosse successo, le campagne per arrivare a vaccinare tutti gli over 65… Ma mentre ci arrovella non poco il dubbio, Jefferson affonda ancora di più il coltello nella piaga, affermando che tutta l’emergenza influenza è un artefatto, creato facendo un gran miscuglio di virus influenzali e para-influenzali. La verità è che non disponiamo di una rete di sorveglianza capace di distinguerli. »

Fonte:
Corriere della Sera, 12/11/06  http://archiviostorico.corriere.it/2006/novembre/12/Vaccino_antinfluenzale_quanto_serve_veramente_co_9_061112015.shtml

 

L' omeopatia classica è efficace nelle malattie croniche e dimezza il consumo dei farmaci

« Pubblicato da un’equipe di epidemiologi dell’Università di Berlino, per la prima volta sono stati studiati gli effetti a lungo termine dell’omeopatia nella pratica clinica corrente. Lo studio è stato compiuto da 103 medici omeopati diplomati in omeopatia classica [1].

Lo studio ha coinvolto 3981 pazienti (di cui 1139 bambini) affetti nella quasi totalità da malattie croniche (le più comuni erano rinite allergica negli uomini, cefalea nelle donne, dermatite atopica nei bambini). Dopo 24 mesi è stato effettuato il controllo del risultato della terapia omeopatica, utilizzando un sistema che permetteva di controllare non solo l’evoluzione della malattia principale ma anche della totalità dei sintomi (e quindi lo stato di salute complessivo). Questi i risultati:

adulti: la gravità della malattia è diminuita di oltre il 50% (da 6.2 a 3.0)

bambini: la gravità della malattia è diminuita di oltre il 70% (da 6.1 a 2.2)

Contemporaneamente si è osservato un miglioramento dello stato di salute generale sia negli adulti che nei bambini. Lo stato di salute è stato valutato con un questionario validato internazionalmente (SF-36).

Inoltre, il consumo di medicinali convenzionali passò dal 45% all’inzio dello studio al 26.8% dopo 24 mesi.

Lo studio è molto importante in quanto:

1. dimostra su di un ampio gruppo di pazienti, seguiti per lungo tempo, che la medicina omeopatica è altamente efficace, cioè modifica in modo sostanziale il decorso della malattia del paziente (diminuzione di gravità della malattia dal 50 al 70%);

2. conferma che l’efficacia sulla singola malattia si ha in quanto il medicinale omeopatico, a differenza di quello convenzionale, ha un’azione d’insieme su tutto l'organismo (cura la malattia e l’individuo, infatti lo stato di salute complessivo migliora);

3. dimostra che questi risultati sono stati ottenuti con l’omeopatia classica: questa metodica quindi, non solo ha solide basi scientifiche (è basata su dati sperimentali, le sperimentazioni sull’uomo sano), ma dà anche importanti risultati clinici;

4. sottolinea l’importanza della competenza dei medici omeopati per ottenere risultati così favorevoli: dopo un training in omeopatia, i medici dovevano avere almeno 3 anni di pratica clinica per partecipare allo studio;

5. dimostra che in un periodo di tempo medio (2 anni) il consumo di farmaci convenzionali diminuisce quasi del 50%. Lo studio non è stato progettato per valutare il risparmio economico prodotto dalla medicina omeopatica classica ma è evidente che l'omeopatia, usata su larga scala, produce un enorme risparmio come costo, in farmaci convenzionali.

Inoltre l’omeopatia classica costa molto poco perchè usa un solo medicinale omeopatico, composto da una sola sostanza. Questi medicinali, detti Unitari, costano in media 4-8 euro e si utilizzano a lungo.

Nota:

[1] omeopatia classica: metodologia omeopatica in cui si utilizza un solo medicinale omeopatico per volta basandosi, per la prescrizione, sulla totalità dei sintomi del paziente (e non su un sintomo o due, come si fa normalmente nella medicina convenzionale). »

Claudia Witt1, Rainer Lüdtke2, Roland Baur1, Stefan N Willich1. Pratica medica omeopatica: I risultati a lungo termine di uno studio di coorte su 3981 pazienti. BMC Public Health. 2005 Nov 3;5:115                                                                                                                                      

1Istituto di Medicina Social]e, Epidemiologia, Economia della Salute; Centro Medico dell’Università di Charité, D-10098 Berlino, Germania
2Fondazione Karl e Veronica Carstens, Deimelsberg 36, D-45276 Essen,Germania

Fonte:
Andrea Valeri, resp. dipartimento di ricerca scientifica, Soc. Italiana di Medicina Omeopatica

 

Medicinali inefficaci per metà dei pazienti
Londra, la denuncia di un direttore della GlaxoSmithKline

« Che le medicine non funzionino sempre e che quel che fa bene a uno non serva a un altro è scontato, ma, se il problema viene sollevato da una persona che ricopre un ruolo importante in una industria farmaceutica, fa scalpore. Ieri il quotidiano The Independent ha dato grande risalto alle dichiarazioni di Allen Roses, direttore della divisione di ricerche genetiche della GlaxoSmithKline, il quale ha ammesso candidamente che per quasi la metà dei pazienti i farmaci con cui si stanno curando sono inefficaci. Acqua fresca o, peggio, fonte di fastidiosi effetti collaterali. “Ma il problema è la classica tempesta in un bicchiere d' acqua - afferma Giuseppe Recchia, direttore medico della divisione italiana della GlaxoSmithKline -. Che i farmaci non siano efficaci al 100% in tutti i malati, ai quali vengono dati, è un fatto noto, anzi arcinoto. Se avessimo raggiunto questo traguardo, non ci sarebbe bisogno della ricerca: potremmo utilizzare i tanti preparati, fin troppi, di cui disponiamo”. “Io credo che sia necessario metterci d' accordo su cosa intendiamo per farmaco efficace - prosegue Recchia -; la scienza, ma anche le autorità regolatorie, sia europee sia nazionali, ritengono tale un farmaco che ha dimostrato di migliorare lo stato di salute di un gruppo di persone in una misura significativamente superiore rispetto all' assenza di trattamento, ma anche rispetto alla migliore terapia disponibile fino a quel momento. Se vediamo le cose in questa chiave, che è realistica, anche il 2% in più di probabilità di guarigione rappresenta un grande vantaggio. Faccio un esempio: nessuno oggi autorizzerebbe la commercializzazione di un farmaco per la pressione alta che funzionasse nel 30% soltanto dei pazienti, ma la messa sul mercato avverrebbe in tempi fulminei se si scoprisse una molecola capace di dare una speranza di sopravvivenza accettabile al 30% delle persone colpite da un tumore al polmone». L' equivoco probabilmente nasce dal fatto che la maggior parte di noi considera i farmaci senza chiaroscuri; un medicinale, se è indicato per una certa patologia, deve sortire lo stesso effetto in tutti quelli che lo prendono.
Equivoco alimentato dall' industria che nel marketing di un nuovo preparato si guarda bene dal pubblicizzare il problema dei non “responder”; gli addetti ai lavori sanno che esiste una quota di persone refrattarie a quella terapia, ma il dato resta, per lo più, in penombra. “Bene ha fatto Allen Roses a metterlo in risalto - prosegue Recchia -. E' un problema noto ai medici, ai ricercatori e alle industrie che, proprio in questi ultimi anni, hanno investito milioni di euro in un nuovo settore della ricerca, la farmacogenetica che si propone di adattare le cure modellandole sul patrimonio genetico delle persone malate”. L' ipotesi di partenza è che, conoscendo per ogni individuo i geni (frammenti del Dna) che governano la produzione delle proteine coinvolte nel processo di assorbimento e di degradazione del farmaco all' interno dell' organismo, si possa prevedere chi risponderà positivamente a quel trattamento e chi no. Un cammino lungo e complesso che, partito dalle scoperte sul genoma, punta all' individualizzazione delle cure e alla riduzione degli effetti collaterali. Quello che lo stesso Roses, in un articolo comparso sulla rivista Lancet qualche anno fa, definì “la medicina giusta per il giusto paziente”. La GlaxoSmithKline è, fra le industrie, una delle più impegnate e su questo nuovo versante: le affermazioni di Roses vanno, perciò, lette anche come promozione di un settore della ricerca che gli sta a cuore. Ma i risultati della farmacogenomica non sono vicinissimi. Come risolvere il problema oggi? “Attenzione al disfattismo - risponde Gianfranco Gensini, preside della Facoltà di medicina e chirurgia dell' Università di Firenze -. Noi medici siamo consapevoli dei limiti delle cure che proponiamo e difficilmente ci affidiamo a un solo farmaco, ad esempio nella cura dell' ipertensione. Ne proviamo più di uno, informando il malato che esiste la possibilità che sia un “non responder”. Ma la comunicazione deve essere ben calibrata; altrimenti si ingenera sfiducia e otteniamo, come unico risultato, la compliance zero, ovvero l' abbandono del trattamento ».

Fonte:
Corriere della Sera, 09/12/03, pag. 23

 

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Questo sito propone contenuti a solo scopo informativo e che in nessun caso possono costituire la prescrizione di un trattamento o sostituire la visita specialistica o il rapporto diretto con il proprio medico curante.Questo sito propone contenuti a solo scopo informativo e che in nessun caso possono costituire la prescrizione di urattamento o sostituire la visita specialistica o il rapporto diretto con il proprio medico curante