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INFEZIONI DA CANDIDA:
L' APPROCCIO OLISTICO OMEOPATICO
Le
infezioni da candida (candidiasi) stanno diventando
un problema sempre più frequente ai giorni nostri e comportano
spesso la presenza di sintomi ricorrenti ed estremamente fastidiosi,
sia locali che sistemici.
Ricordiamo che la Candida albicans è
un fungo normalmente presente nell’organismo anche in
persone sane e che assume carattere patogeno soltanto
quando le difese della persona si indeboliscono o esiste
un ambiente favorevole alla proliferarazione del microrganismo.
E’ per questi motivi che la nostra attenzione non dev’essere focalizzata
sul fungo in sé, come se fosse un nemico da distruggere
(ad esempio con antimicotici che, oltre a non essere esenti da
effetti collaterali, non risolvono il problema alla radice ma
possono facilitare l’insorgere di resistenze), bensì dev'essere
rivolta alla “persona” in toto, al ristabilimento
di un equilibrio psico-fisico generale in primis,
uniti ad una corretta igiene intima e comportamentale
alimentare (è stato più volte evidenziato il legame
tra infezioni da candida e alterazioni della flora batterica intestinale).
Qui
di seguito verranno proposti alcuni consigli di carattere generale
per il trattamento della candida vaginale ricordando
che, per quanto riguarda la cura omeopatica (cura
quasi sempre fondamentale per la risoluzione a fondo del problema
e per la prevenzione di eventuali ricadute), questa dovrà
essere sempre individualizzata secondo la Legge dei Simili
e consigliata quindi da un medico omeopata unicista
esperto che abbia visitato il paziente.
LA
DIETA
E'
stato osservato da numerosi autori che le infezioni da candida
si vanno sempre più diffondendo in concomitanza con la
crescita dell'acidosi degli organismi. Un disequilibrio acido-basico
intestinale che favorisca l'acidità e
un eccesso di zuccheri e amidi, possono costituire un terreno
fertile per la proliferazione dei funghi. E' importante quindi
intervenire sull'alimentazione preferendo cibi basici ed eliminando
alimenti acidi e ricchi di zuccheri.
CIBI BASICI
Acqua, anguria, broccoli, cannella, castagne, cavolo, fagiolini,
indivia, lamponi, lenticchie, mandarini, mango, melassa, melone,
more, papaia, patate dolci, peperoni, pomodoro, pompelmo, prezzemolo,
radicchio, sale marino, salsa di soia, semi di papavero, senape,
verza, yogurt bianco, zucchine
CIBI NEUTRI
Ananas, arance, banane, carote, cavolfiore, ciliege, cipolle,
fagioli, fave, fichi, formaggio di capra, fragole, grano, latte
intero, lattuga, limoni, melanzane, mele, miele, mirtilli, olio
d'oliva, pane integrale, patate, pere, pesce, pesche, riso integrale,
tacchino, uova (tuorlo) uva, zucca, zucchero di canna
CIBI ACIDI
Alcool, aragosta (crostacei), avena, birra, burro, cacao, cioccolato,
confetture, crusca d'avena, dolcificanti, formaggi, cibi fritti,
gelati, liquori, maiale, mais, manzo, nocciole, noci, pistacchi,
polenta, pollo, porri, prugne, segale, soia, uovo (albume), vino,
vitello, vongole, zucchero bianco
Cibi da evitare: latte, latticini, zuccheri,
farine bianche, grano, frumento, mais, segale, orzo (sostituirli
con riso integrale e pane azzimo integrale), arachidi, lieviti
di ogni genere, carni di grossa taglia (preferire carni bianche),
carni e pesci stagionati, affumicati o in scatola, wurstel, burro,
margarina, pomodoro, cioccolato, vino, superalcolici e birra.
In abbondanza: verdure (soprattutto crude),
yogurt biologico (non zuccherato), legumi, carote, kiwi, pere,
mele verdi, arance, mandarini, ananas, pompelmo, noci, semi di
papaia, liquirizia, aglio, cumino, zenzero, timo, origano, pepe
di cayenna, olio di lino, olio d’oliva, olio di pesce e olio di
semi di girasole.
NOTA
Può essere utile eseguire, almeno una volta nella vita,
un test d'intolleranze alimentari (io consiglio
il Vega test, praticato da professionisti competenti)
eliminando gli alimenti che risultano essere controindicati. Tenere
sempre a mente che tali test non sono infallibili e che, seguendo
una terapia omeopatica, le intolleranze alimentari con il tempo
possono risolversi.
INTEGRATORI
L'integrazione può essere di valido
supporto alla dieta nell'ottimizzazione dei risultati. Consultare
sempre un medico affinchè non vi siano controindicazioni
all'assunzione di alcuni integratori.
Vit
C: 1-3gr al dì fino anche a 10gr al dì
nei casi acuti. Assumere mezza puntina di cucchiaino (circa 0,5gr),
con acqua, più volte al giorno.
Probiotici:
ottimo il "SIMBIOTI-CAN" della OTI
da prendere nella dose di una capsula 3 volte al giorno, prima
o durante i pasti, per 2-3 mesi.
Pseudowintera:
si può trovare nel prodotto "Kolorex Capsule"
da assumere nella dose di una capsula 2 volte al giorno,
subito dopo colazione e dopo cena, da deglutire con acqua, per
almeno due mesi.
Tea
tree oil (olio essenziale di melaleuca alternifolia):
2-3 gocce tutte le mattine. Versare su un pezzetto di cibo e inghiottire
con l’aiuto di un bicchiere d’acqua.
Estratto
di semi di pomplemo (secco o liquido): 120-250mg al dì,
secondo le necessità.
Bicarbonato
di sodio: una punta di coltello in mezzo bicchiere d'acqua
al mattino a digiuno, per un mese.
Tè
al neem: mattina e sera lasciato in infusione per 15
minuti o masticare 5-20 foglie al neem la mattina a digiuno, tutti
i giorni per almeno un mese.
IGIENE INTIMA
Anche in questo caso le sostanze andrebbero
individualizzate e adattate alla persona. E' consigliabile inoltre
modificare i prodotti usati, ogni 3-4 settimane circa, per non
favorire l'insorgere di resistenze o irritazioni della zona trattata.
Crema
vaginale: buona la AZUL crema della
OTI. Applicare localmente una volta al dì per 20 – 40 giorni.
Si possono eseguire dei cicli ripetuti, intervallati da 10 giorni
di pausa.
Ovuli:
BIOMYCO ovuli (OTI). Un ovulo al dì per sette
giorni. Per i quadri recidivanti si consigliano due cicli di otto
giorni intervallati da una settimana di sospensione.
Calendula
(crema): può essere usata come lenitivo in caso
di prurito e bruciore.
Lavaggi
vaginali.
Scegliere una delle seguenti opzioni, preferibilmente alternandole
nel tempo:
_ bicarbonato di sodio: una punta di coltello
per tazza d’acqua, una volta al dì;
_ acido borico: due cucchiai in un litro di acqua
tiepida, ogni giorno per una settimana;
_ propoli: 50 gocce di TM per litro d’acqua.
L'APPROCCIO
OMEOPATICO
Come
già menzionato l'omeopatia unicista dispone
di molti rimedi potenzialmente efficaci nel trattamento della
candidiasi (sia in fase acuta che cronica) che non sarebbe utile
stare qui a elencare. Le cure omeopatiche devono essere sempre
strettamente individualizzate sul paziente, sui suoi sintomi
fisici, mentali, costituzionali e sulla sua storia
biopatologica. E' quindi fondamentale rivolgersi sempre
ad un medico omeopata unicista esperto ed evitare
il fai-da-te o il ricorrere a preparati omeopatici preconfezionati
("complessi") che vengono prescritti
indistintamente senza quasi alcuna individualizzazione sula persona.
La somministrazione dell'appropriata cura omeopatica per "quel"
paziente, unita ai consigli igienici e dietetici sopra indicati,
offrono notevoli prospettive di successo nella cura di questo
disturbo nel tempo e senza effetti collaterali indesiderati.
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
OMEOPATIA E PLACEBO:
IL GRANDE EQUIVOCO
La
medicina omeopatica, nata più di due secoli fa ad opera
del medico tedesco Samuel Hahnemann, si sta diffondendo
sempre di più sia tra i medici che tra i pazienti, con
un elevato grado di soddisfazione da entrambe le parti. Secondo
la rilevazione Eurispes del gennaio 2010, emerge che gli italiani
che fanno uso di medicine non convenzionali siano pari al 18,5%
con un balzo, in appena 10 anni, di oltre 8 punti percentuali
(nel 2000 erano il 10,6%). Un dato che, rapportato alla popolazione
italiana totale, fa emergere più di 11 milioni
di fruitori delle medicine alternative, omeopatia in primis.
Abbiamo inoltre sempre maggiori conferme dalla letteratura scientifica
riguardo l’efficacia delle cure omeopatiche, sia in singole condizioni
cliniche sia rispetto al placebo, pubblicate nelle più
disparate e prestigiose riviste scientifiche anche non omeopatiche.
Nonostante ciò la maggior parte della comunità scientifica
ancora si ostina a non prendere in considerazione tali studi,
sostenendo che il meccanismo d’azione dei rimedi omeopatici (in
cui le sostanze di partenza sono estremamente diuite), non sarebbe
plausibile secondo le “attuali” conoscenze scientifiche.
Non pare questo però un modo di ragionare “scientifico”
poiché è risaputo che quasi tutte le più
grandi scoperte nella storia della medicina sono avvenute grazie
all’intuito (per non dire ai colpi fortuiti)
che hanno portato, dapprima all’osservazione di un fenomeno e
poi, solo in seguito, alla sua comprensione razionale con il progredire
degli studi e delle conoscenze scientifiche. L’aspirina è
stato un esempio eclatante: scoperta alla fine dell’800 è
stata usata per oltre 50 anni senza che nessuno ne avesse minimamente
compreso il meccanismo d’azione; l’unica cosa certa era che funzionasse
e che fosse relativamente sicura e questo è stato più
che sufficiente nel farla diventare il farmaco più usato
e venduto al mondo.
Per negare l’azione dei rimedi omeopatici ci si appella spesso
al fatto che, a differenza di un farmaco tradizionale, nei rimedi
omeopatici non c’è nulla di misurabile, nessuna molecola
che possa produrre una reazione biochimica e quindi biologica
nell’organismo. A queste considerazioni si può ribattere
facilmente dicendo che non solo sostanze chimiche
(come i farmaci) possono indurre modificazioni biologiche ma anche
onde di tipo fisico possono avere una profonda
azione sugli esseri viventi (basti pensare agli sfortunati medici
che un tempo hanno dovuto imparare a loro spese l’effetto devastante
delle radiazioni con cui effettuavano le radiografie ai loro pazienti,
senza un’adeguata protezione) e vi è una crescente quantità
di dati che dimostra chiaramente come una sostanza diluita e dinamizzata
(rimedio omeopatico) possa provocare effetti biologici sia in
cellule che in altri organismi viventi. Il meccanismo d’azione
dei rimedi omeopatici è, con molta probabilità,
di tipo fisico e noi siamo certi che con il progredire della ricerca
scientifica (che in questo campo avrebbe bisogno di ben maggiori
investimenti) arriveranno presto anche delle conferme inequivocabili,
come pochi giorni fa è avvenuto per l’agopuntura,
anch’essa da sempre considerata dagli scettici, priva di qualsiasi
fondamento (1).
Siamo anche assolutamente convinti che al primo posto, nel valutare
l'importanza di una qualsiasi metodica terapeutica, debbano essere
considerate le sue evidenze di efficacia e sicurezza,
evidenze che l’omeopatia classica, correttamente
praticata da medici esperti, ha ampiamente dimostrato di possedere.
In
quali disturbi l’omeopatia ha dimostrato la sua efficacia?
Negli ultimi decenni c’è stato un notevole aumento di studi
scientifici sull’omeopatia e, citando solo quelli pubblicati su
Medline, (la principale banca dati biomedica mondiale) l’omeopatia
ha dimostrato di avere un effetto positivo (sia a livello sintomatologico
che di parametri di laboratorio) in una vastissima varietà
di disturbi clinici, anche importanti. Ne citiamo alcuni:
_ agitazione
post operatoria
_ AIDS
_ allergie, artrite reumatoide,
_ cefalea,
_ colon irritabile,
_ controllo dei sintomi (fatica, caldane) da carenza estrogenica
in pazienti sofferenti di cancro al seno dopo sospensione della
terapia sostitutiva estrogenica
_ depressione
_ dermatite seborroica
_ diabete
_ diarrea infantile
_ dolore da lattazione indesiderata nel post-partum
_ effetti da chemioterapia sulla cute
_ ematoma post-operatorio
_ fibromialgia
_ forme allergiche del tratto respiratorio superiore e inferiore
_ infertilità
_ insonnia
_ ipertensione arteriosa in terapia d’emergenza
_ lombalgia cronica
_ neuropatia ottica
_ otite media e otiti acute
_ osteoartiti
_ patologie respiratorie superiori e inferiori
_ prurito persistente nei pazienti sottoposti ad emodialisi
_ sanguinamento post partum
_ sepsi severa (terapia aggiuntiva),
_ sindrome della fatica cronica,
_ sindrome di deficit di attenzione ed iperattività
_ sindrome pre-mestruale
_ vertigini
Quanto
è potente l’effetto placebo?
Nonostante sempre più numerosi studi abbiano dimostrato
l’efficacia dell’omeopatia in moltissime situazioni cliniche,
gli oppositori convenzionali dell’omeopatia continuano a sostenere
che i risultati positivi siano attribuibili soltanto all’effetto
placebo (suggestione del paziente).
Andiamo quindi a vedere se questa conclusione può avere
un fondamento o se si tratti piuttosto di un’affermazione ideologica
pregiudiziale priva di qualsiasi conferma logico-scientifica.
La domanda che dobbiamo porci, per risolvere questo dubbio, è
la seguente: quanto è potente l’effetto placebo nella situazione
clinica reale?
Per fortuna a questa domanda possiamo rispondere in maniera ben
precisa citando il più grosso studio scientifico mai fatto
volto a valutare la differente evoluzione di varie una malattie,
quando queste vengano lasciate al loro decorso naturale oppure
quando si somministri al paziente un placebo. Si tratta dello
studio (pubblicato la prima volta nel 2001 nel New England
Journal of Medicine) di un noto epidemiologo danese,
Gotzhe Peter del Nordic Cochrane Center il quale
ha effettuato una rassegna sistematica di tutti i trials pubblicati
in cui i pazienti sono tati divisi in due gruppi:
1) il primo
gruppo riceveva un placebo di qualsiasi tipo (farmacologico: una
pastiglia che sembrava un farmaco; fisico: una manipolazione;
psicologico: conversazione ecc.)
2) il secondo gruppo non riceveva nessun trattamento (la malattia
naturale veniva lasciata al suo decorso spontaneo).
Lo
studio di Gotzche ha preso in esame ben 114 studi clinici
per un totale di più di 8500 pazienti.
Le condizioni cliniche maggiormente prese in esame sono state:
_ dolore
_ obesità
_ asma
_ ipertensione
_ insonnia
_ ansia
Conclusione
dello studio
l’unico effetto visibile, anche se molto modesto, del
placebo nei vari trials, è stato una diminuizione del 6,5%
del dolore (e non delle altre patologie o situazioni cliniche)
in una scala visuale da 1 a 100. Questi dati sono stati
poi confermati da altre rassegne dello stesso autore, l’ultima
delle quali pubblicata nel 2010 (2). La conclusione dell’autore
nello studio è stata questa:
“Non vi è nessuna evidenza che l’effetto placebo
abbia in generale un importante effetto clinico. Un possibile
piccolo effetto sugli effetti a lungo termine riportati dai pazienti,
soprattutto riguardanti il dolore, non può essere chiaramente
distinto da altri fattori confondenti”.
CONCLUSIONE
Alla luce dei dati a nostra disposizione possiamo dire quindi
che:
_ l’effetto
placebo non ha in genere un effetto clinico rilevante
_ l’omeopatia ha dimostrato di avere effetti clinici importanti
in una grande quantità di situazioni cliniche
possiamo quindi
concludere, senza timore di sbagliare, che:
gli
effetti clinici dell’omeopatia, nelle situazioni cliniche reali,
NON possono essere dovuti (se non in minima parte, come in qualsiasi
altro intervento medico-terapeutico) all’effetto placebo poiché
in queste situazioni, l’effetto del placebo è irrilevante.
Nota
Nella storia della medicina abbiamo potuto osservare diversi casi
di guarigioni o miglioramenti inspiegabili riguardanti pazienti
affetti anche da malattie gravissime ai quali era stato somministrato
solo un finto farmaco, un placebo appunto. Pur essendo tali casi
possibili e ancora oggi oggetto di studio (è indubbio che
mente e corpo interagiscono tra di loro in maniera estremamente
complessa e che in alcune condizioni il placebo possa attivare
dei meccanismi di autoguarigione sorprendenti) si è sempre
trattato di casi eccezionali, rarissimi, che in alcun modo da
soli potrebbero spiegare i continui risultati che migliaia di
medici omeopatici hanno quotidianamente con i loro pazienti.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
1) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/05/30/visualizza_new.html_1817184068.html
2) “Placebo interventions for all clinical conditions”. Hróbjartsson
A, Gøtzsche PC., Cochrane Database Syst Rev. 2010 Jan 20
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Le evidenze scientifiche
favorevoli all'omeopatia: ci sono ma nessuno ne parla
"Potete
ingannare qualcuno per tutto il tempo,
potete ingannare tutti per un pò di tempo,
ma non potete ingannare tutti per sempre."
Abramo Lincoln
E’ opinione diffusa, sia tra i normali cittadini,
che tra personalità anche molto note del mondo scientifico,
considerare l’omeopatia come una metodica terapeutica senza alcuna
evidenza d’efficacia riconosciuta e che funzioni solo in virtù
dell’effetto placebo (effetto autoindotto dal paziente dovuto
alla sua suggestionabilità e non all’effetto specifico
del medicinale che sta assumendo) e che non debba minimamente
venir presa in considerazione in caso di trattamento di patologie
“serie”. Ebbene, la realtà è molto diversa: un sempre
maggior numero di lavori scientifici, pubblicati anche da riviste
scientifiche non legate all’omeopatia (quali il Lancet, il British
Medical Journal, il British Journal of Clinical Pharmacology,
l’European Journal of Clinical Pharmacology ecc.), hanno dimostrato
l’efficacia terapeutica dell’omeopatia in molteplici situazioni
cliniche, anche gravi. Le prove a favore dell’omeopatia sono fondate
sia sui dati della letteratura classica (studi clinici osservazionali)
sia su un numero sempre crescente di dati della letteratura scientifica
moderna (studi randomizzati e controllati). Solo fino al 2007
sono stati pubblicati 134 studi randomizzati e controllati (RCT),
di questi 59 hanno dato esito positivo, 8 negativo e 67 conclusioni
non valide statisticamente. Gli studi RCT che hanno dato esito
positivo riguardano una gran varietà di disturbi clinici
tra cui allergie, infezioni respiratorie, diarrea infantile, influenza,
disturbi reumatici, vertigini, fibromialgia, osteoartriti, sinusiti,
otiti acute, bronchiti, sindrome della fatica cronica e sindrome
pre-mestruale. I dati fino ad oggi disponibili indicano con chiarezza
che:
•
l’omeopatia è efficace in numerose condizione cliniche;
• l’effetto dell’omeopatia è superiore a quello del placebo.
Studi clinici osservazionali dimostrano inoltre
che oltre il 70% dei pazienti riferiscono benefici prodotti dal
trattamento omeopatico.
Questa è la realtà dei fatti, che piaccia o meno,
e chiunque desideri la bibliografia scientifica di quanto da me
riportato può ricercarla nel mio sito, viewtopic.php?f=5&t=42,
o contattarmi direttamente al mio indirizzo email: info@omeosan.it.
Come mai allora questa medicina viene di continuo attaccata o
ignorata da medici e da scienziati con la complicità dei
grandi media?
I motivi, ormai evidenti, hanno ben poco di scientifico e sono
principalmente tre:
1)
ignoranza;
2) interessi economici;
3) motivazioni politiche.
1) I detrattori dell’omeopatia sono quasi sempre
esperti in altre branche della medicina convenzionale (a volte
non sono neanche medici, spesso sono farmacologi, chimici ecc.)
che non hanno nessuna competenza specifica sulla medicina omeopatica
e trascurano gli studi scientifici fino ad oggi disponibili arrivando
a trarre delle conclusioni affrettate basandosi solo sulle loro
conoscenze di chimica o di farmacologia (per non dir sulla base
di racconti negativi di qualche paziente o collega) che poco o
nulla hanno a che fare con l’omeopatia, il cui meccanismo d’azione,
ancora non noto, è certamente di natura fisica e non chimica
(almeno nelle diluizioni più elevate).
2) I medicinali omeopatici sono ovviamente visti
con grossa preoccupazione dalle grandi aziende farmaceutiche non
omeopatiche. Basta pensare che esistono dei farmaci chemioterapici
che costano più di mille euro a fiala per una spesa complessiva
di diverse decine di migliaia di euro al mese, per paziente. Quale
azienda farmaceutica potrebbe vedere di buon occhio il sostituire
simili farmaci con dei rimedi omeopatici dal costo di pochi euro
e il cui effetto può durare per mesi? E questo è
solo uno degli aspetti in gioco. Il risparmio che si potrebbe
avere con una maggiore diffusione dell’omeopatia è anche
indiretto, dovuto cioè al fatto che è stato evidenziato
da più studi che i pazienti curati omeopaticamente si ammalano
meno frequentemente e riducono drasticamente l’uso di altri farmaci
o di altri interventi medico-diagnostici con un ulteriore grande
risparmio di denaro pubblico.
3) Pensate a quello che potrebbe accadere se venisse
riconosciuta, in maniera unanime dall’establishment scientifico,
l’efficacia delle basse dosi omeopatiche. Si tratterebbe di una
svolta epocale e molti medici, scienziati e organizzazioni che
hanno da sempre attaccato l’omeopatia e negato i suoi paradigmi,
perderebbero subito gran parte della loro credibilità e
probabilmente la loro attuale posizione di potere (con gravi ripercussioni
anche economiche) .
E’ ovvio che si faccia di tutto per occultare
i dati favorevoli all’omeopatia e per attaccarla in tutti i modi,
fino a giungere addirittura a falsare le conclusioni di alcuni
studi scientifici (si è arrivati persino a negare le conclusioni
delle sei meta-analisi sull’omeopatia pubblicate fino ad oggi,
che hanno evidenziato tutte l'efficacia dei trattamenti omeopatici)
con la complicità dei grandi media, palesemente manipolati
e tendenziosi, che non danno poi mai spazio alla controparte omeopatica
di ribattere sulle gravi inesattezze riportate. E’ bene anche
ricordare che la letteratura scientifica in medicina è
piena di studi dall’esito negativo che hanno evidenziato un effetto
terapeutico praticamente nullo di vari farmaci (che poi però
vengono comunque tranquillamente commercializzati) ma non per
questo si dichiara poi la fine di un’intera branca della medicina
come avviene di regola nel caso dell’omeopatia. Se dovessimo adottare
la stessa “spietatezza” verso la medicina convenzionale allora,
tanto per fare un esempio, dovremmo bocciare subito l’intera psichiatria
visto che la maggior parte degli studi a nostra disposizione concludono
che l’efficacia dei farmaci antidepressivi sia pari a quella del
placebo (tranne che per gli effetti collaterali, certamente superiori
nei farmaci) e il loro meccanismo d’azione resti in gran parte
sconosciuto.
Frequenti sono poi gli attacchi sul presunto pericolo per i pazienti
nel ricorrere all’uso delle cosiddette “medicine naturali”, attacchi
che sfociano spesso nel ridicolo come quello di poche settimane
fa in cui una campagna promossa dall’Istituto Superiore di Sanità
voleva allarmare e mettere in guardia la popolazione sostenendo
che le medicine naturali avrebbero causato 400 effetti avversi
dal 2002 al 2009 (in 8 anni quindi). Tale istituto, e i media
che lo seguono in maniera acritica e servile, si guardano bene
però dal riferire ai cittadini il numero degli effetti
avversi provocati dai farmaci tradizionali che sono, in Italia,
nell’ordine delle decine di migliaia l’anno!
Per quanto si è tentato in tutti i modi
di mettere il bavaglio a questa meravigliosa medicina che è
l’omeopatia, la sua popolarità, in continua crescita, è
ormai diventata inarrestabile e questo è avvenuto soprattutto
grazie al passaparola dei pazienti e dei medici che l’hanno sperimentata,
certamente non grazie alle notizie riportate dai media o alla
pubblicità, quest’ultima vietata in Italia, dei tanto “pericolosi”
medicinali omeopatici. In appena 10 anni, i sostenitori dei medicinali
omeopatici hanno registrato un balzo di oltre 8 punti percentuali,
passando dal 10,6% nel 2000 al 18,5% nel 2010, spiega il "Rapporto
Italia 2010" diffuso dall'Istituto Eurispes. L’italia si
conferma come il terzo mercato europeo dopo Francia e Germania.
Questo enorme successo dell’omeopatia e i risultati
positivi dei sempre più numerosi studi scientifici a nostra
disposizione, che purtroppo non vengono mai citati, sono di continuo
confermati dall’esperienza clinica di migliaia di medici e dal
livello di soddisfazione di milioni di pazienti, in ogni parte
del mondo.
"Tutte
le verità passano attraverso tre stadi:
primo vengono ridicolizzate,
secondo vengono violentemente contestate,
terzo vengono accettate come evidenti."
Arthur Schopenhauer
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
INFLUENZA MEDIATICA
A
tu per tu con il dott. Tancredi Ascani
Succede che per un
ben determinato e preciso periodo di tempo sei allarmato fino
all’esaurimento dall’informazione di massa e poi, da un giorno
all’altro, queste notizie tendono a scomparire. Non si parla più
di questa “pandemia influenzale”, niente più aperture straordinarie
dei Tg nostrani o programmi speciali, niente più titoloni
nei quotidiani italiani. Ma, attorno a questa influenza mediatica,
ci sono in ballo milioni e milioni di soldi pubblici per l’ingrasso
di potenti case farmaceutiche e, ancor più grave, c‘è
la salute dei cittadini. Per un’informazione libera e corretta,
poniamo qualche domanda al Dott. Tancredi Ascani, Medico Chirurgo
perugino che pratica la medicina non convenzionale dell’omeopatia.
Non
si parla più dell'influenza suina, come mai?
Ormai non fa più
notizia, i grossolani errori commessi (e facilmente prevedibili
fin dall'inizio) dai Governi e dalle maggiori istituzioni sanitarie
devono essere dimenticati più in fretta possibile. Non
credo però che stavolta la gente dimenticherà facilmente.
Che
giro di soldi pubblici c'è stato per l'acquisto di questi
vaccini? Chi ci ha guadagnato?
Si parla di cifre da
capogiro, diverse decine di miliardi di dollari tra farmaci anti-influenzali
e vaccini. Denaro pubblico che non possiamo permetterci di buttare,
soprattutto in tempi come questi. Una campagna di vaccinazione
di tal portata, se totalmente ingiustificata e irrazionale può
ripercuotersi negativamente sulla salute delle popolazione in
almeno tre modi. Primo, vengono sottratti numerosi fondi e risorse
a emergenze sanitarie ben più reali e importanti, secondo,
la rincorsa su vasta scala ai vaccini e agli antivirali inevitabilmente
porta all'insorgenza di numerosi effetti collaterali e terzo,
non per importanza, aumenta la paura e l'incertezza delle persone
e lo stress psicologico, è stato dimostrato anche da un
recente studio, è responsabile di almeno il 70% delle patologie
mortali nell'uomo.
In
Umbria, quanti vaccini sono statu utilizzati e quanti acquistati?
Non conosco i dati
precisi ma da quello che riportano i quotidiani locali siamo in
linea con il resto delle regioni d'Italia, quindi un flop quasi
totale su tutte le categorie di persone. Pensi che dall'"alto"
volevano che si vaccinasse il 40% della popolazione ovvero 24
milioni di persone. Se ipotizziamo un effetto grave del vaccino
ogni 10.000 (come riportato nei bugiardini dei vaccini stessi)
avremmo avuto migliaia di persone sane, gravemente danneggiate
dal vaccino. Alcuni questi casi, purtroppo, già si iniziano
a contare.
Dove
finiranno i vaccini inutilizzati?
All'inizio abbiamo
assistito alla prematura e insensata rincorsa dei vari Paesi a
comprare milioni di dosi di vaccino, ora gli stessi Paesi stanno
facendo a gara a chi riesce prima a svenderle ai paesi poveri.
Questi vaccini, solo per essere conservati, necessitano di particolari
celle frigorifere per un costo di migliaia di euro al giorno,
inoltre, una volta scaduti, ci si troverà di fronte al
costoso problema di eliminare questi rifiuti che dovranno essere
eliminati tramite aziende specializzate per lo smaltimento di
rifiuti speciali. Molto meglio eliminarli tramite i corpi di altre
persone (sempre dei paesi poveri), per di più guadagnandoci
anche un pò. All'ultimo vertice della FAO si è detto
che muoiono 17 mila bambini al giorno di fame e noi cosa gli mandiamo?
Vaccini per l'influenza.
Perchè
bisogna dire no al vaccino?
I
motivi sono tanti, in breve: il vaccino antinfluenzale ha da sempre
un'efficacia molto bassa, nei bambini sotto i due anni pare avere
un'efficacia addirittura nulla. L'influenza è una malattia
lieve, soprattutto la "suina" che è ancor meno
letale di quella stagionale (ricordo comunque che di influenza
muoiono quasi sempre solo persone già in gravi condizioni
psico-fisiche e particolarmente debilitate). Il vaccino contiene
sostanze potenzialmente pericolose (mercurio delle multidosi,
formaldeide, antibiotici ecc.) inoltre altera il sistema immunitario
con possibili effetti collaterali, anche gravi, che possono manifestarsi
a distanza di molto tempo. Perchè rischiare quindi la nostra
salute per una banale influenza? La vera prevenzione delle malattie
si attua attraverso un sano e corretto stile di vita quotidiano,
rafforzando in maniera naturale il nostro sistema immunitario:
mangiare e dormire bene, fare attività fisica, evitare
il più possibile lo stress psicologico, essere sereni e
cercare nella vita di perseguire sempre gli scopi più nobili
verso i quali siamo portati. Questa è la migliore forma
di prevenzione che ci protegge non contro uno ma contro tutti
i milioni di microrganismi che ci circondano.
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Fonte:
http://www.tifogrifo.com/articolo.asp?articolo=5957
Omeopatia,
Legge dei Simili, vaccinazioni
Similia
similibus curentur, Ippocrate 460-375 a.C
La
differenza principale tra la medicina omeopatica e la medicina
tradizionale detta anche allopatica è di natura filosofica,
la legge su cui si fondano è diametralmente opposta. La
medicina tradizionale si basa soprattutto sulla Legge dei Contrari
ovvero si somministra quel farmaco che è contrario all’azione
iniziata dall’organismo. Per la febbre si somministra un anti-piretico,
per l’ipertensione un anti-ipertensivo… L’omeopatia invece si
fonda sulla dalla Legge dei Simili, si prescrive un rimedio omeopatico,
cioè un medicinale che favorisce l’azione, il meccanismo,
iniziato dall’organismo stesso perché a nostro giudizio
il processo benefico curativo non va ostacolato ma favorito con
rimedi che siano in grado di facilitare l’azione che l’organismo
sta producendo. Soltanto in pochissimi casi anche la medicina
tradizionale utilizza la Legge dei Simili, principalmente con
le vaccinazioni.
Le vaccinazioni differiscono però molto dalla Legge dei
Simili applicata in medicina omeopatica. I motivi principali sono
due: il primo riguarda i medicinali omeopatici che sono estremamente
diluiti, fino al punto in cui spesso non c’è più
neanche una molecola chimica della sostanza di partenza. Questo
garantisce la completa assenza di tossicità del medicinale
omeopatico. I vaccini invece, come ogni altro farmaco, contengono
sostanze a dosi ponderali ovvero a dosaggi farmacologicamente
attivi e, come ogni farmaco, provocano effetti collaterali. La
seconda differenza importantissima è l’individualizzazione.
La medicina omeopatica viene detta anche “medicina dell’individualizzazione”
in quanto il rimedio omeopatico viene strettamente individualizzato
sulla persona sulla base dei suoi sintomi peculiari, mentali,
fisici, costituzionali e in base alla sua storia biopatologica.
La vaccinazione è l’antitesi di questo principio poiché
a tutti, indistintamente, viene somministrato lo stesso tipo di
vaccino senza alcuna individualizzazione sul paziente. E questo
a volte può portare a gravi conseguenze su persone che
non ne tollerano le sostanze ivi contenute. Purtroppo anche nel
resto delle metodiche terapeutiche convenzionali le malattie vengono
curate più o meno, sempre con gli stessi farmaci, tenendo
conto poco o nulla della soggettività del paziente.
La Legge dei Simili ha origini antichissime e venne formulata
da Ippocrate, padre della medicina moderna, già nel V secolo
a C. Ippocrate formulò le due leggi, quella dei Simili
e quella dei Contrari che avrebbero dovuto guidare ogni medico
nella sua prescrizione e che andavano scelte a seconda dei casi.
Arrivò alla Legge dei Simili attraverso l’osservazione
e la sperimentazione: si rese conto ad esempio che l’helleborus,
una pianta usata anche in omeopatia, ad alte dosi era in grado
di provocare una diarrea simile a quella del colera mentre a dosi
più basse era in grado di curare alcune forme di colera.
Tutta la storia della medicina però si è sviluppata
privilegiando la Legge dei Contrari perché molto più
facile da applicare e più comprensibile per la nostra mentalità.
La legge dei Simili è invece sempre apparsa come qualcosa
di più ostico e misterioso, di difficile applicazione.
La chiave per una sua corretta e sistematica applicazione in medicina
la dobbiamo al grande medico tedesco Samuel Hahnemann (fondatore
della medicina omeopatica) che capì, attraverso anni e
anni di sperimentazioni, che diluendo e agitando le sostanze,
queste mantenevano le loro proprietà terapeutiche ma perdevano
i loro effetti tossici. La visita da un medico omeopatico è
molto diversa da una visita medica tradizionale. Dura in genere
più a lungo perché il medico omeopata, pur non trascurandole,
ritiene le diagnosi mediche tradizionali insufficienti a caratterizzare
e a individualizzare il malato nella sua complessità. La
diagnosi medica omeopatica studia aspetti che la medicina convenzionale
generalmente ignora come la costituzione del paziente, le sue
modalità peculiari di manifestare i sintomi, il suo temperamento,
insomma, tutto quello che riguarda la sua reattività. Da
ciò si può ben capire quanto sia importante che
il medico omeopata sappia ascoltare, osservare ed entrare in sintonia
con il suo paziente (rapporto empatico), poiché questo
è l’unico modo per comprendere a fondo il dramma della
persona che dovrà curare. Il medico omeopata deve avere
quindi non solo le adeguate competenze mediche ma anche grandi
doti di intuito e sensibilità e queste sono doti che non
tutti possiedono, non si possono imparare dai libri. Durante il
passare degli anni sono nate tre diverse scuole di pensiero riguardo
la somministrazione dei rimedi omeopatici. Abbiamo l’omeopatia
“unicista”, hahnemaniana, che si basa sulla prescrizione di un
solo rimedio omeopatico per volta, il cosiddetto “simillimum”,
cioè il rimedio più simile alla sintomatologia totale
e peculiare del paziente e che ha l’obiettivo di curare tutta
la persona. L’omeopatia “pluralista” invece prescrive più
rimedi contemporaneamente o in diversi momenti della giornata
e deficita dell’individualizzazione concentrandosi su cure perlopiù
mirate solo al sintomo e infine c’è l’omeopatia “complessista”
basata sulla somministrazione di miscele di diversi composti omeopatici
prodotti in formulazione fissa senza quasi nessuna individualizzazione
sul paziente. È importante sottolineare che la vera omeopatia
hahnemaniana è l’omeopatia unicista, la più scientifica
e complessa perché focalizza la propria attenzione sull’uomo
nella sua totalità mirando a guarire la “persona” e non
a trattare solamente i sintomi. È bene anche ricordare
che l’omeopatia hahnemanniana è una medicina assolutamente
scientifica poiché adotta, per la prima volta in assoluto
nella pratica medica occidentale, la sperimentazione dei medicinali
sulle persone sane volontarie per comprenderne il meccanismo d’azione.
Questa metodica è stata solo in seguito adottata anche
dalla medicina allopatica. Perchè Hahnemann approvò
solo l’omeopatia unicista? È semplice: noi conosciamo l’effetto
di un solo rimedio omeopatico somministrato alla volta poiché
questo viene sempre sperimentato “singolarmente” su persone sane;
non possiamo conoscere invece l’effetto di più rimedi omeopatici
somministrati contemporaneamente o in diversi orari della giornata,
come avviene nell’omeopatia pluralista o complessista.
L’uomo non può essere conosciuto solo attraverso meccanismi
lineari, meccanicisti, cartesiani, come avviene in medicina tradizionale.
L’uomo e la malattia sono qualcosa di ben più complesso.
La vera omeopatia hahnemanniana mantiene sempre una visione vitalistica
e olistica dell’uomo con la consapevolezza che tutte le sue parti
sono così legate tra di loro in maniera interdipendente
e dinamica che è impossibile avere una conoscenza approfondita
della persona senza mantenere sempre una visione d’insieme. L’uomo
è un tutt’uno di mente, corpo e spirito e queste tre parti
si influenzano tra loro in ogni istante. Nonostante la sempre
maggiore diffusione che sta vivendo l’omeopatia in questi anni,
questa medicina, estremamente complessa e che richiede anni e
anni di studio alle spalle, non è mai stata così
incompresa e malpraticata, sia dei medici che dai pazienti. E’
fondamentale affidarsi a medici omeopati professionalmente preparati,
medici che non trascendono mai dai principi efficaci e scientifici
della Legge dei Simili, del medicinale diluito e dinamizzato,
della sperimentazione sull’Uomo Sano e del Rimedio Unico (omeopatia
unicista). La scarsa preparazione di molti terapeuti porta discredito
a questa medicina che è affatto lenta nella sua azione
(semmai, lenti sono molti medici che la praticano) e può
arrivare a curare anche patologie molto importanti.
Il sito http://www.omeosan.it da me creato e supportato vuole
essere un servizio informativo, interattivo per il paziente che
può richiedere on-line consulti gratuiti di carattere generale
e può trovare approfondimenti sui principi della vera e
unica omeopatia hahnemanniana. “Non esistono malattie ma solo
malati”, questo il profondo pensiero di Hahnemann più di
due secoli fa. Non bisogna curare la malattia o l’organo ma l’uomo.
L’uomo da sempre viene prima dell’organo e dal principio alla
fine la malattia e la cura devono seguire quest’ordine: dall’uomo
all’organo e non viceversa.
Nel mondo più di trecento milioni di pazienti si curano
con l’omeopatia, un metodo di cura dolce, rapido ed efficace che
non dimezza solo l’uso dei farmaci ma abbatte anche i costi della
farmacologia convenzionale.
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Fonte:
http://www.microscopionline.it/?p=232
Il
grande bluff della suina (epilogo)
Tutto
quello che i dati, fin dall’inizio a nostra disposizione, la letteratura
scientifica e soprattutto il buon senso, ci avevano chiaramente
predetto, si è verificato e quindi: non c’è stata
nessuna grave pandemia, il vaccino antinfluenzale non doveva neanche
essere proposto (bene fece la Polonia ha rifiutarlo), un fiume
di denaro pubblico è andato sprecato e varie persone hanno
subito gravi danni a causa di questo vaccino “assolutamente sicuro
e necessario”. E lo spreco di denaro continua tutt’ora visto che
la conservazione dei vaccini avanzati, in particolari celle frigorifere,
ci costa migliaia di euro al giorno così come ci costerà
molto altro denaro lo smaltimento dei vaccini, una volta scaduti,
che dovranno essere eliminati tramite aziende specializzate per
lo smaltimento di rifiuti speciali. Per recuperare qualcosa con
tutti questi vaccini inutilizzati e profumatamente pagati (con
un contratto con la Novartis che in Italia, persino alla Corte
dei Conti, ha mostrato evidenti e sospette irregolarità)
i paesi ricchi hanno pensato bene di lucrare sulla pelle dei paesi
poveri, svendendogli o donandogli (poco cambia) i nostri scarti.
Avremo così almeno risolto, in parte, il problema del costoso
smaltimento di questi rifiuti.
Tutto quello che è successo è solo uno tra i tanti
episodi di grave fallacia delle grandi istituzioni sanitarie che
ogni anno ci allarmano in maniera del tutto ascientifica e irrealistica
con previsioni catastrofiche che puntualmente mai si verificano
(vedi HIV, mucca pazza, SARS, aviaria, suina, ogni nuova epidemia
influenzale ecc.). E mentre si iniziano a contare i casi di persone
rimaste gravemente invalide (che per aver firmato una delibera
di responsabilità non saranno minimamente risarcite dai
produttori del vaccino e forse neanche dallo Stato, cioè
da noi) a seguito di questo inutile vaccinazione, l’Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS), per nulla pentita del grave
danno creato all’umanità intera, oggi, in data 25 Febbraio
2010, quando tutto il mondo prova rabbia e delusione per questo
ennesimo e gravissimo “abbaglio”, ha il coraggio di annunciarci
con la sua solita spavalderia che “…sarebbe prematuro modificare
la fase di allerta pandemia, che dunque resta al massimo livello”.
Si continua a ripetere che la “suina” attualmente abbia provocato
circa 16 mila morti nel mondo, un numero quindi inferiore ai morti
provocati ogni anno, solo negli Stati Uniti, dai farmaci antinfiammatori
“correttamente prescritti”, solo per curare l’artrite. Qualcuno
di voi ha mai sentito gridare all’allarme pandemico da aspirina?
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
A/h1n1.
Dov'è finita l'emergenza pandemia?
Sperperi
di denaro pubblico per ingrassare gli ingranaggi dei colossi farmaceutici.
Tutto tace, questa dannosa e mediatica emergenza per l’influenza
A/h1n1 che ha allarmato milioni di persone in tutto il mondo sembra
definitivamente deceduta. Nonostante molti dottori si fossero
detti contrari alla vaccinazione, sin da subito e con dati scientifici
alla mano, l’informazione di massa planetaria aveva comunque continuato
la corsa alla psicosi. Il Dott. Tancredi Ascani, medico chirurgo
perugino che pratica la medicina, cosiddetta, non convenzionale
dell’Omeopatia, sin da subito, si era attivato per contro informare
sull’efficacia dei vaccini con articoli e conferenze tenute a
Perugia. Lo abbiamo incontrato nel suo studio per porgli qualche
domanda e subito ci “svela” il perché non si parla più
di questa emergenza: “Si vuol far finire prima possibile questo
grande flop, delle più grandi istituzioni sanitarie, nel
dimenticatoio”. Il Dott. Ascani prosegue raccontandoci che una
cosa simile era già accaduta per l'influenza suina del
1976 che colpì gli USA, dove il Governo, fece vaccinare
quasi 50 milioni di persone dopo una campagna mediatica aggressiva
e allarmistica e ne risultò un'epidemia di reazioni avverse
al vaccino che furono responsabili anche di varie morti. “Ci furono
numerose richieste di risarcimento – continua il Dott. Ascani
- e la campagna venne interrotta dopo poche settimane ma tutto
venne presto dimenticato”. Inoltre, ci spiega il Dott. Ascani,
che se l'OMS non avesse modificato in maniera del tutto immotivata
la definizione di pandemia poche settimane dopo l'isolamento di
questo virus, per questa influenza suina, non si sarebbe potuto
parlare di “pandemia influenzale” poiché, fino ad aprile
2009, con il termine di “pandemia influenzale”, si intendeva una
malattia influenzale a diffusione estesa in molti Paesi del mondo
e caratterizzata da un alto numero di morti e malattie legate
al virus influenzale in questione. Da maggio 2009 invece l'OMS
ha deciso - senza dare alcuna spiegazione valida in merito - di
togliere dalla definizione il terzo punto, quello della mortalità,
che in realtà è il punto più importante.
“D'ora in poi, quindi, - afferma il Dott. Ascani - qualsiasi epidemia
influenzale che si diffonda in maniera estesa, anche se banalissima,
potrà essere definita “pandemia influenzale” con tutta
l'attivazione di organizzazioni sanitarie, politiche e mediatiche
che abbiamo potuto vedere”. I virus e i batteri sono ovunque,
ma solo alcune persone si ammalano, L. Pasteur, padre della microbiologia
moderna, verso la fine della sua vita arrivò a dire "...il
terreno è tutto, ben più importante del microbo"
e come ci spiega il Dott. Ascani: “è molto più importante
aumentare le difese naturali del nostro organismo, che ci difendono
efficacemente da tutti i microrganismi, piuttosto che impaurire
la popolazione e concentrarsi ogni volta verso un nuovo virus
o batterio, con la pretesa di eliminarlo tramite antibiotici o
di renderlo innocuo tramite i vaccini” e continua “il vaccino
antinfluenzale ha poi, scientificamente, una scarsissima efficacia
su tutte le categorie di persone di tutte le età. L'unica
cosa certa sono gli effetti collaterali”. Un altro aspetto che
si cerca di nascondere, è quello legato allo smaltimento
di tutti i vaccini ormai prodotti e inutilizzati. Per l’acquisto
dei vaccini, è stato utilizzato denaro pubblico e, giorno
dopo giorno, la spesa continua, in quanto, questi vaccini, devono
essere conservati in celle frigorifere per impedire che si danneggino,
“tutto questo – sottolinea il Dottore - costa decine di migliaia
di euro al giorno perché dovranno essere mantenuti ‘freschi’
fino alla loro data di scadenza, dopodiché verranno affidati
ad aziende specializzate per lo smaltimento di rifiuti speciali,
spendendo tanto altro denaro pubblico”. L'OMS suggerisce di donarli
ai Paesi del Terzo Mondo, alcuni Paesi europei vorrebbero invece
venderli sottocosto ad altri Paesi poveri dell'Est, insomma, sarebbero
due modi eleganti per liberarsi a basso costo di rifiuti speciali
e i corpi delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo faranno
da discarica. “La vera salute e la vera prevenzione – conclude
il Dott. Ascani - non si raggiungono con farmaci e vaccini bensì
con una corretta igiene comportamentale che prenda in considerazione
non soltanto la nostra componente fisica ma anche quella mentale
e soprattutto spirituale”. Quasi tutto, ai giorni nostri, è
guidato dal denaro e le questioni di salute pubblica, purtroppo,
non fanno eccezione a questa triste realtà. L'unica arma
a nostra disposizione è l'informazione: corretta, libera
e scientifica.
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30867
Omeopatia
unicista e disturbo bipolare
Si tratta in breve di un disturbo caratterizzato
da episodi di mania alternati a periodi di depressione e a periodi
di normalità del tono dell’umore. Seguono poi tutta una
serie di sintomi fisici, più o meno direttamente correlati,
al disturbo in questione. Il disturbo bipolare rientra nel rango
delle malattie croniche che, secondo la medicina tradizionale,
sarebbero inguaribili e che richiedono l'uso a vita di adeguate
terapie farmacologiche, sia nelle fasi acute che nei periodi di
benessere.
Per quanto si senta dire che questo disturbo venga efficacemente
"curato" dalla medicina tradizionale è bene fare
alcune considerazioni:
_ la terapia farmacologica, anche se continuativa, non esclude
affatto l'eventualità di possibili ricadute;
_ la terapia farmacologica non guarisce dalla malattia, possiamo
dire al massimo che riesce (in maniera più o meno efficace)
a controllarla;
_ i pazienti che si rivolgono all'omeopatia lo fanno in genere
sia perchè sentono gli effetti collaterali, spesso importanti,
dei farmaci che assumono, sia perchè si rendono conto che
il farmaco non aiuta a risolvere il loro problema (=guarire la
persona) ma si limita a tenere sotto controllo in maniera sintomatica
una situazione che è comunque destinata a rimanere tale
e quale senza nessuna prospettiva di vera guarigione.
Il pensiero di Hahnemann (fondatore dell'omeopatia)
è ben diverso.
La corretta terapia omeopatica ha un'azione profonda che mira
alla risoluzione spontanea della malattia e al mantenimento dello
stato di benessere generale della persona sia per quanto riguarda
l'aspetto psicologico che quello fisico/costituzionale. L'obiettivo
rimane certamente quello di far star bene il paziente diminuendo
il più possibile l'uso di farmaci.
Si tratta di un percorso complesso in cui il paziente dev'essere
veramente motivato a "cambiare strada" e spesso si ritrova
abbandonato, criticato e a volte persino aggredito verbalmente
sia dai familiari che dai conoscenti che non riescono/vogliono
accettare la sua decisione.
A tutti questi pazienti che hanno avuto il "coraggio"
di intraprendere questa strada dico che non bisogna mai perdere
le speranze perchè l'organismo, se ben stimolato, ha delle
potenzialità di auto-curarsi veramente notevoli ma questo
richiede, oltrechè affidarsi ad un medico competente e
scegliere la metodica terapeutica idonea, anche una corretta igiene
comportamentale individuale che non coinvolga solo il nostro aspetto
fisico ma anche e soprattutto la nostra componente psichica e
spirituale. Soltanto agendo a 360 gradi gli effetti delle cure
consigliate dal medico daranno il massimo dei risultati. Non si
dia poi ascolto alle chiacchere di chi vorrebbero decidere al
posto nostro su cose che in realtà non potà mai
comprendere come il paziente stesso e il medico che lo sta seguendo.
Ognuno sia medico di sè stesso e dia ascolto a quella voce
che solo lui può sentire e che gli dice chiaramente se
quello che sta facendo è giusto o sbagliato.
L'omeopatia unicista (praticata da medici molto esperti) agisce
anche in questi casi riequilibrando l'umore in maniera sana, dolce
e naturale. Le ricadute sono possibili (come lo sono del resto
con la terapia farmacologica) ma abbiamo rimedi che si rivelano
spesso efficaci anche nel controllo della fasi acute. Soltanto
in caso di mancato effetto di questi, generalmente in rari casi
quindi, faremo ricorso all'uso di farmaci che dovranno avere solo
finalità di controllo sintomatico d'emergenza e non di
terapia risolutrice continuativa. Nel caso si debbano maneggiare
farmaci psichiatrici è auspicabile manterere sempre i contatti
con uno psichiatra di fiducia che sia aperto ad un'integrazione
tra diverse metodiche e che collabori con il medico omeopata nell'"aggiustamento"
della terapia farmacologica a seconda dell'evolversi delle condizioni
cliniche del paziente. L’associazione della cura omeopatica con
un trattamento psicoterapeutico può inoltre consentire
una maggiore stabilizzazione dei sintomi.
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
5
RAGIONI PER DIRE NO AL VACCINO
1)
Efficacia scarsa o nulla. Numerosi studi hanno
mostrato che i vaccini iniettabili dell'influenza offrono poca
o nessuna protezione contro le infezioni e le malattie e non c'è
ragione di credere che i vaccini contro l'influenza suina saranno
diversi:
a) nei bambini: in una revisione del 2008 di più di 51
studi che hanno coinvolto nel complesso più di 294.000
bambini, si è arrivati alla conclusione che “non c’è
nessuna evidenza che la somministrazione di un vaccino antinfluenzale
a bambini dai 6 ai 24 mesi di età sia più efficace
del placebo [cioè di un finto farmaco]. Nei bambini sopra
i due anni d’età i vaccini iniettabili, fabbricati a partire
da virus inattivi, prevenirono l'influenza solo nel 59% dei casi.
La prevenzione della “sindrome simil-influenzale”, causata cioè
da altri tipi di virus, fu rispettivamente solo del 33% e del
36% (secondo un dato che arriva dal Laboratorio di rife¬rimento
della Lombardia all’Università di Milano, su 700 tamponi
prelevati a persone non ricoverate, soltanto la metà è
risultata positiva per l’H1N1). Non fu possibile analizzare la
sicurezza dei vaccini dagli studi per l'assenza di informazioni
e la mancanza di standardizzazione delle poche informazioni disponibili.
Un rapporto pubblicato sempre nel 2008 stabilì che i vaccini
antinfluenzali nei bambini piccoli non diminuirono la quantità
di visite mediche e ospedaliere dovute all'influenza;
b) nei bambini asmatici: esiste uno studio compiuto su 800 bambini
sofferenti di asma, metà dei quali sono stati vaccinati
contro l’influenza mentre l’altra metà non ha ricevuto
il vaccino. I due gruppi furono messi a paragone per ciò
che riguarda visite cliniche, visite di pronto soccorso e ricoveri
ospedalieri legati all’asma. CONCLUSIONE: “Questo studio non é
riuscito a fornire alcun a evidenza che il vaccino antinfluenzale
prevenga dai peggioramenti dell’asma pediatrico”;
c) negli anziani: in una revisione di 64 studi con anziani che
vivono in ospizi, le vaccinazioni antinfluenzali non sono state
significative nel prevenire l’influenza. Per i più anziani
che vivono in tali comunità i vaccini non sono stati (significativamente)
efficaci nel preveniere influenza, sindromi para-influenzali o
polmoniti. Altri studi hanno dato risultati simili tant’è
che possiamo dire che non ci sono prove scientifiche sufficienti
che dimostrino l’efficacia del vaccino antinfluenzale nel ridurre
la mortalità negli anziani.
2)
Insufficienti prove sulla sua sicurezza. Il vaccino
ha ricevuto l’autorizzazione dall’EMEA solo in virtù delle
“circostanze eccezionali” (stato di pandemia dichiarato dall’OMS)
perchè sappiamo molto poco sulla sua sicurezza vista la
fretta in cui è stato preparato e messo in commercio. Non
a caso, per la prima volta in caso di vaccino antinfluenzale,
chiunque si vaccinerà sarà costretto a firmare un
foglio dove si sollevano gli operatori sanitari e le ASL da qualsiasi
responsabilità sugli eventuali effetti collaterali del
vaccino. Il migliore studio sul vaccino contro l’influenza A fin’ora
disponibile è uscito il 10 Settembre 2009, nella versione
on-line del New England Journal of Medicine. Questo studio ci
dice veramente poco perché:
a) ha coinvolto un numero eccessivamente ristretto di persone,
solamente 175 adulti ed è noto che gli effetti collaterali
più gravi compaiono nel rapporto di uno ogni migliaia di
persone vaccinate. Quest’ultimo potrebbe sembrare un dato rassicurante
ma non è affatto così perché dobbiamo sempre
considerare il fatto che il vaccino verrà somministrato
a milioni di persone, la maggior parte delle quali, sane. Facciamo
un esempio: tra gli effetti molto rari che si manifestano in meno
di un caso ogni 10.000 persone vaccinate possiamo avere degli
effetti collaterali anche molto gravi come lo shock anafilattico,
vasculiti, disturbi neurologici, encefalomieliti e una forma di
paralisi nota come Sindrome di Guillàin-Barrè (GBS).
Se noi calcolassimo un solo caso di tali effetti collaterali ogni
20 mila persone, moltiplicato per 20 milioni di vaccini (in Italia
si vuol vaccinare almeno il 40% della popolazione) avremmo 1000,
persone precedentemente “sane”, colpite da malattie gravissime
indotte dal vaccino;
b) un terzo di questi volontari ha avuto effetti collaterali identici
ai sintomi influenzali (febbre, mal di testa, mal di gola, malessere
generale, dolori muscolari e articolari ecc), quindi il vaccino
provoca, in maniera “molto comune”, proprio quei sintomi che dovrebbe
prevenire;
c) non vi era alcun gruppo di controllo a cui è stato dato
un placebo [un gruppo al quale sia stato somministrato un finto
vaccino per fare un confronto];
d) lo studio è durato solo 3 settimane, un tempo troppo
breve per fornire una sufficiente sicurezza, soprattutto verso
l’eventuale insorgenza di malattie autoimmuni e neurodegenerative
che il vaccino potrebbe provocare e che impiegherebbero ben più
tempo a manifestarsi.
3)
Il vaccino può essere potenzialmente molto pericoloso.
Quasi tutti i vaccini che saranno disponibili in Europa conterranno
sostanze potenzialmente molto pericolose come il Tiomersale, composto
neurotossico a base di mercurio (che già nel 2000 la Food
and Drug Administration – FDA - chiese di togliere dai vaccini
per i potenziali rischi per la salute), la formaldeide, sostanza
cancerogena per la specie umana e lo squalene, fortemente sospettato
di provocare gravi malattie autoimmunitarie e neurodegenerative.
Una ricerca del 2000, pubblicata nell’American Journal of Pathology,
dimostrò ad esempio che una singola iniezione del coadiuvante
squalene sui topi, ha attivato “una infiammazione cronica, mediata
immunologicamente sull’articolazione,” detta anche artrite reumatoide.
La Novartis (una delle aziende farmaceutiche produttrici del vaccino)
afferma che gli adiuvanti sono già stati largamente impiegati
senza alcun problema ma il Dr. Fauci, dell’Istituto Nazionale
delle Allergie e delle Malattie Infettive, ha ribattuto che i
vaccini adiuvati della Novartis erano stati utilizzati principalmente
tra gli anziani, che tendono ad avere un sistema immunitario più
debole e che ci sono meno dati sul loro uso tra i bambini i giovani
adulti e le donne gravide. Il Dr. Jesse Goodman, Ricercatore Capo
dell’FDA, così si è espresso in merito: “non ci
sono note specifiche di sicurezza, pericolo o rilascio” con i
coadiuvanti, “c’è soltanto più incertezza”. Ha destato
poi scandalo in Germania la notizia che i ministri e l'esercito
tedeschi riceveranno un vaccino diverso da quello utilizzato dai
cittadini. La diversità sta proprio nell'assenza dell’adiuvante
allo squalene. In Svezia alcuni giornali riportano già
centinaia di casi di gravi reazioni avverse al vaccino vi sono
indagini in corso addirittura sulla morte di alcune persone a
seguito della vaccinazione ma di queste notizie nessuno sente
parlare, le prime pagine dei giornali sono solo per i morti a
causa dell’influenza A, anche se poi quasi tutti avevano già
la salute seriamente compromessa per altre gravi patologie. La
realtà è che i vaccini sono farmaci e in quanto
tali non sono esenti da effetti collaterali e possono anche provocare
la morte. Basti pensare che nel 1976, negli USA, fu prodotto un
vaccino simile all’attuale, sempre contro l’influenza suina, che
provocò molte reazioni avverse gravi. Almeno 25 persone
morirono e 500 svilupparono la sindrome paralitica di Guillain-Barré.
I ricercatori non hanno ancora capito come mai i vaccini anti-influenza
suina del 1976 paralizzarono così tante persone e ciò
significa che, attualmente, non si ha nessuna certezza sul fatto
che questo nuovo vaccino non possa causare gli stessi gravi effetti
collaterali avvenuti nel ’76.
4)
L’influenza A è un’influenza poco aggressiva.
Il virus A/H1N1 (o virus dell’influenza “suina”), pur avendo un
elevato grado di contagiosità, si è dimostrato essere
10-20 volte meno letale della comune influenza stagionale. Si
manifesta come qualsiasi forma influenzale e le persone non immunocompromesse,
guariscono praticamente tutte, in pochi giorni e senza ricorrere
ad alcuna cura specifica. I pochi casi di persone decedute in
Italia riguardavano quasi tutti persone già gravemente
ammalate e ricordiamo che di influenza stagionale l’anno scorso
sono morte circa 8000 persone senza che si sia verificata alcuna
psicosi o dichiarazione di pandemia. In Australia, uno dei Paesi
più colpiti e dove l'epidemia di influenza suina si è
ormai conclusa, i dati sono molto confortanti: su una popolazione
di oltre 20 milioni di abitanti sono state 179 le morti associate
al virus, mentre ne erano state previste oltre 3mila.
5)
La vaccinazione di massa potrebbe favorire la mutazione
del virus. I virus influenzali sono virus a RNA che mutano
facilmente soprattutto in condizioni di ambiente ostile. Basta
che il virus cambi, per mutazione o per riassortimento con altri
virus, per rendere inefficace il vaccino già messo a punto.
Sul piano teorico quindi, è proprio la vaccinazione di
massa e l’abuso di farmaci che potrebbe indurre il virus a mutare
in una forma più aggressiva. In Giappone e in Olanda questo
è già successo, le autorità sanitarie hanno
già identificato una nuova variante di influenza A resistente
al Tamiflu (un farmaco antivirale) e tutti i casi individuati
riguardavano pazienti cui era stato precedentemente somministrato
lo stesso farmaco antivirale.
Cosa
fare quindi? È evidente che ci sono modi più
sicuri, semplici ed efficaci di combattere la pandemia che le
vaccinazioni di massa:
_ rispettare le norme igieniche di base;
_ assumere adeguate dosi di vitamina C e D (secondo alcuni studi
sono molto più efficaci e sicure del vaccino nel prevenire
l’influenza);
_ evitare il più possibile gli inutili allarmismi e le
fonti di stress psicologico che sono tra le principali cause di
malattia nell’uomo.
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
INFLUENZA
SUINA - E' il maiale che infetta l'uomo o l'uomo che infetta il
maiale?
A
fronte delle numerose richieste da parte di utenti e pazienti
sull'effettiva gravità di questa influenza, riporto in
sintesi alcune mie considerazioni che ritengo opportuno ognuno
debba valutare prima di decidere come comportarsi sul vaccinarsi
(o spaventarsi) o meno.
Ricordo
inoltre che le principali cause di malattia, secondo la visione
omeopatica, sono i disturbi che coinvolgono l’aspetto psicologico,
affettivo ed emotivo della persona quindi, tra questi, possiamo
certamente annoverare anche la paura.
1)
Il virus A/H1N1 (o virus dell’influenza “suina”),
pur avendo un elevato grado di contagiosità, si è
dimostrato essere meno aggressivo della comune influenza stagionale.
Si manifesta come qualsiasi forma influenzale con febbre, mal
di testa, dolori muscolari, nausea, diarrea e tosse e le persone
non immunocompromesse, nei Paesi occidentali, guariscono praticamente
tutte, in pochi giorni e senza ricorrere ad alcuna cura specifica.
2)
Secondo i dati forniti dall’EMEA (l’Agenzia Europea
dei Medicinali) almeno 3 dei 4 vaccini che saranno disponibili
in Europa conterranno adiuvanti alcuni dei quali potenzialmente
molto pericolosi come il Tiomersale (composto
a base di mercurio la cui neurotossicità
è ormai nota), la formaldeide (sostanza
dichiarata cancerogena certa per la specie umana) e lo squalene
(fortemente sospettato, secondo alcuni ricercatori, di provocare
la “Sindrome del Golfo” e tutta una serie di altre malattie debilitanti).
3)
Nonostante il gran clamore, i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1
sono ancora in fase di sperimentazione e nessuno è in grado
di sapere con certezza, se e quanto saranno efficaci e sicuri.
Basta inoltre che il virus cambi (per mutazione o per riassortimento
con altri virus) per rendere inefficace il vaccino già
messo a punto. Sul piano teorico, proprio la vaccinazione di massa
potrebbe indurre il virus a mutare in una forma più aggressiva.
4)
Nel 1976 negli USA fu prodotto un vaccino simile, sempre contro
l’influenza suina, che provocò molte reazioni avverse gravi
(tra cui la sindrome di Guillan-Barrè,
una malattia neurologica), per cui la campagna di vaccinazione
fu subito sospesa. I ricercatori non hanno ancora capito come
mai i vaccini anti-influenza suina del 1976 paralizzarono così
tante persone e ciò significa che, attualmente, non si
ha nessuna certezza sul fatto che questo nuovo vaccino non possa
causare gli stessi gravi effetti collaterali avvenuti nel ’76.
5)
Per curare l'influenza A occorrono semplicemente riposo, una buona
idratazione, un’alimentazione adeguata e un’igiene corretta. Non
esiste alcun trattamento farmacologico preventivo: i farmaci antivirali,
Oseltamivir (Tamiflu) e Zanamivir (Relenza), non prevengono la
malattia e su individui già ammalati l'azione dimostrata
di questi farmaci è di poter accorciare di mezza giornata,
o poco più, la durata dei sintomi dell'influenza. In compenso
non sono scevri da effetti collaterali anche molto seri quali
disturbi neurologici, psicologici e disturbi gastroenterici importanti.
Il costo di tali farmaci inoltre non è neanche così
basso: una confezione di uno di essi, in Italia, può arrivare
a costare circa 37 euro.
6)
Ci sono sempre più sospetti che questo virus sia una conseguenza
diretta del trattamento assolutamente sconsiderato operato dall’uomo
verso i maiali nei grandi allevamenti intensivi dove tali animali
vivono stressati, rinchiusi per tutta la vita in spazi estremamente
ristretti e dove l’unico loro passatempo rimane quello di mordersi
la coda a vicenda (che per questo gli viene tagliata assieme ai
denti e alle orecchie). I maiali, in simili condizioni anti-igieniche
e di degrado totale, si ammalano e a volte muoiono, di P.S.S.
(Porcine Stress Syndrome) tant'è che gli vengono somministrati
molti farmaci tra cui anche gli psicofarmaci.
E tutto questo senza neanche aver citato le iniezioni di ormoni
per accelerare la crescita delle carni, l’assunzione di antibiotici
per le frequenti infezioni, i pesticidi ecc.
ecc.
Molte di queste aziende di suini (come quella messicana da cui
sembra essere iniziato tutto) poi, scaricano i liquami e i vari
rifiuti chimici e organici nel territorio circostante, inquinando
le falde e quindi l’acqua potabile dei paesi adiacenti, a volte
riciclando addirittura l’acqua usata. In un simile agghiacciante
scenario di precarissime condizioni igienico-sanitarie, non sarebbe
assolutamente insolito il formarsi di nuovi virus e batteri che
possano mutare e trasmettersi con il tempo dagli animali all’uomo.
E
allora sorge spontanea una domanda: è il maiale
ad aver infettato l'uomo o l'uomo che ha infettato il maiale?
Dott. Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Omeopatia e pandemia influenzale
A volte sono rozzi, sguaiati, atrocemente
privi di equilibrio. Altre volte sono, al contrario, imprevedibilmente
vaghi, fragili, trepidi, evidente frutto di mode e di miti collettivi.
Sono gli allarmi sulla nuova pandemia influenzale
che (pare) sia in avvicinamento. Uno stato di pandemia che, come
nota Tom Jefferson della Cochrane Vaccines Field, è stato
dichiarato modificando addirittura i criteri stessi che la definiscono
(non si fa più menzione ad esempio della elevata mortalità).
Ma un discorso circolare e non provato finisce per diventare convincente.
Un "entinema" direbbe Aristotele, un ragionamento che,
malgrado le premesse incerte, si radica nella mente. E le credenze
false che ne derivano sono assai difficili da estirpare. Molto
di quel che si dice di sapere intorno a questa pandemia è
infatti incerto, virato in toni sfumati, poco è, al contrario,
quello che sappiamo per certo.
Sulla pandemia continuiamo invece a ricevere notizie che, animate
da una eccitazione iperbolica, tendono a costruire un territorio
minato ove è facile si ricorra più all'esorcismo
che alla ragione ponderata. Oppure, quasi per contrasto, circolano
sulla questione A/H1N1 prese di posizione che respirano superficialità
e prediligono una caduta di qualità scientifica. Stretti
in una impasse inarticolabile tra l'enunciato isterico "ci
manca il tempo per affrontare la situazione" e quello ossessivo
"abbiamo tutto il tempo" è difficile trovare
un terzo tempo. Ci pare necessario dunque in primo luogo smorzare
il furore del "presto occupiamocene", da ultima spiaggia
disperata, utilizzando una comunicazione che dia spazio all'evidenza
e alla precisione:
a) il virus A/H1N1 per ora si è dimostrato meno aggressivo
della comune influenza stagionale; b) la mortalità è
bassa (dello 0,3% in Europa e 0,4% negli USA);
c) i sintomi della nuova influenza sono assai generici e comuni
al quadro clinico causato da molti altri virus o batteri, con
il pericolo di sovrastimare i dati;
d) i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono allestiti con tecnologie
nuove e sia l'Organizzazione Mondiale della Sanità che
l'Agenzia Europea del farmaco sottolineano l'importanza di una
sorveglianza sui loro effetti, soprattutto considerando l'utilizzo
su grandi numeri (dal 40% al 100% della popolazione a seconda
degli stati), per rilevare eventuali effetti collaterali che potrebbero
manifestarsi ancora in fase di sperimentazione;
e) non è possibile prevedere oggi se questi vaccini siano
del tutto efficaci (per diventare più aggressivo il virus
dovrebbe andare incontro a mutazione, rendendo il vaccino non
specifico).
La SIOMI ricorda che dal 2005 (do you remember
"aviaria"?) è attivo un team internazionale per
la cura omeopatica dell'influenza in caso di pandemia influenzale
grave. Questo gruppo di omeopati è così pronto ad
intervenire in tempo reale con protocolli di assistenza concordati
in base alla situazione clinica della popolazione ammalata. Pensiamo
che le nuove molecole antivirali (oseltamivir, zanamivir), attive
in vitro ma con una efficacia in vivo ancora da dimostrare, possano
essere un abbaglio. In molti paesi infatti (Danimarca, Giappone,
Cina, USA) si è documentata l'insorgenza di resistenze
del nuovo virus alla loro azione; inoltre sono frequenti gli effetti
indesiderati, specie nella popolazione pediatrica (18% di sintomi
neuropsichiatrici e 40% di sintomi gastroenterici in una serie
di interventi in UK).
Il trattamento omeopatico sintomatico dell'influenza, la cui validità
è documentata da una vasta mole di studi controllati ed
osservazionali, si fonda al contrario su un pragmatismo fondato
sul concetto di "more with less": un intervento terapeutico
forte, efficace, consapevole, controllato e rispettoso del soggetto.
Mentre i vari approcci farmacologici sembrano mostrarci dunque
l'uno i limiti dell'altro, senza fornire una visione soddisfacente
e definitiva, noi continuiamo a pensare che il trattamento omeopatico
della nuova "pandemia" possa essere efficace, discreto,
comodo. Anzi indispensabile.
Fonte:
Omeopatia33, 17 settembre 2009 - Anno 4, Numero 26
articolo di Massimo Saruggia
Multa
di 2,3 miliardi di euro per il colosso farmaceutico Pfizer
Una multa record per
uno dei leader dell’industria farmaceutica. Pfizer ha accettato
di versare 2,3 di dollari – circa 1.6 miliardi di euro – per mettere
fine a un contenzioso sulla commercializzazione inappropriata
di alcuni medicinali, fra cui Bextra.
Il sostituto procuratore
Tony West spiega: “Pfizer chiese alla Food and Drug Administration
se potesse promuovere la vendita di Bextra, un antinfiammatorio,
per altri usi, e in dosi maggiori del massimo consentito. La Fda
disse di no per ragioni di salute. Ma Pfizer promosse lo stesso
Bextra per gli usi non consentiti”.
Non è la prima
volta che Pfizer, meglio noto come il produttore del Viagra, ha
a che fare con la giustizia. Per questa ragione alla multa si
aggiunge una misura di sorveglianza del colosso farmaceutico da
parte delle autorità americane per cinque anni. Bextra
è stato ritirato dal mercato nel 2005 per i rischi di ictus
e infarto che provocava.
Fonte:
Euronews, 17/09/2009
http://it.euronews.net/2009/09/03/multa-di-23-miliardi-di-dollari-per-il-colosso-farmaceutico-pfizer/
The
Lancet (*), le meta-analisi omeopatiche
Contrariamente a quello che afferma The Lancet,
le conclusioni principali delle 6 meta-analisi pubblicate ad oggi
evidenziano tutte l’efficacia dei trattamenti omeopatici. Di seguito
la reazione della nostra azienda, Laboratoires Boiron, all’articolo
polemico di The Lancet nei confronti dell’omeopatia. Chiediamo
di giudicare oggettivamente l’affidabilità di questa rivista,
cosiddetta scientifica.
Ciò che dice The Lancet:
«Sulle sperimentazioni in omeopatia esistono cinque importanti
meta-analisi. Hanno tutte un unico risultato: escludendo le sperimentazioni
inadeguate dal punto di vista metodologico e considerando il bias
di pubblicazione, l’omeopatia non ha prodotto alcun beneficio
significativamente superiore al placebo.»
La verità:
Le conclusioni principali di queste cinque meta-analisi sono positive:
Kleijnen J, Knipschild P, ter Riet G. Clinical trials of homoeopathy.
BMJ 1991; 302: 316–23:
«Il livello di prova degli studi clinici è positivo
ma insufficiente per trarre conclusioni definitive»
- Boissel JP, Cucherat M, Haugh M, Gauthier E.
Critical literature review on the effectiveness of homoeopathy:
overview of data from homoeopathic medicine trials. Brussels,
Belgium: Homoeopathic Medicine Research Group.
Report to the European Commission. 1996: 195–210 : «Per
le 17 comparazioni, per ogni metodo utilizzato, il risultato è
un valore di p ben inferiore a 0,001. Questo vuol dire che, almeno
per uno studio, l’ipotesi nulla (assenza di effetti dell’omeopatia)
deve essere rifiutata… Secondo ogni probabilità, il numero
di risultati significativi non è dovuto al solo caso.»
- Linde K, Melchart D. Randomized controlled trials
of individualized homeopathy: a state-of-the-art review.
J Alter Complement Med 1998;4: 371–88 : «I risultati degli
studi randomizzati considerati indicano che l’omeopatia individualizzata
ha un effetto superiore al placebo.»
- Cucherat M, Haugh MC, Gooch M, Boissel JP. Evidence
of clinical efficacy of homeopathy: a meta-analysis of clinical
trials.
Eur J Clin Pharmacol 2000; 56: 27–33: «Ci sono prove che
i trattamenti omeopatici sono più efficaci del placebo.»
- Shang A, Huwiler-Müntener K, Nartey L,
et al. Are the clinical effects ofhomoeopathy placebo effects?
Comparative study of placebo-controlledtrials of homoeopathy and
allopathy.
Lancet 2005; 366: 726–32 :« 21 (19%) degli studi sull’omeopatia
e 9 (8%) studi sulla medicina convenzionale sono stati di qualità
superiore. La maggioranza degli odds ratios hanno segnalato un
effetto benefico dell’intervento. L’eterogeneità dei risultati
è stata meno pronunciata per l’omeopatia che per la medicina
convenzionale. E’ poco probabile che questa differenza possa essere
attribuita al caso.»
Esiste una sesta meta-analisi importante, curiosamente
non citata in questo articolo, tanto più che fu pubblicata
su The Lancet nel 1997, e dà anch’essa risultati positivi.
«I
risultati della nostra meta-analisi sono incompatibili con l’ipotesi
che gli effetti clinici dell’omeopatia sono completamente dovuti
ad un effetto placebo.»
Linde K, Clausius N, Ramirez G, et al. Are the clinical effects
of homoeopathy placebo effects? A meta-analysis of placebo-controlled
trials. Lancet 1997; 350: 834–43
* (The Lancet / 17 nov 2007 / vol 370 / pagg 1 672 a 1 673 ; pagg.
1 677 a 1 680)
Fonte:
informazione.it - comunicati stampa
Viviana Masperi
Laboratoires Boiron
Morti
improvvise di bambini in USA per psicofarmaci: c'è correlazione
Pubblicati i risultati
di un nuovo studio in USA finanziato dalla FDA: c’è correlazione
tra l’uso di psicofarmaci per i bambini iperattivi (usati anche
in Italia) e morti “improvvise ed inspiegabili”.
Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Nulla di inspiegabile,
questi psicofarmaci sono metanfetamine, ovvero droghe: quindi
in caso di assunzione prolungata uccidono”.
Bianchi di Castelbianco (psicoterapeuta dell’età evolutiva):
“Questi bambini sono esposti a rischi di morte per curare una
sindrome fantasma che probabilmente neppure esiste. Effetti avversi
rari, solo 1 bimbo su 10.000? Non sono loro figli, perché
allora ragionerebbero diversamente”
TORINO - La Food and Drug Administration (FDA) ed il National
Institute of Mental Health hanno finanziato un nuovo studio sugli
effetti avversi derivanti dalla somministrazione ai bambini degli
psicofarmaci utilizzati per sedare l'iperattività. I risultati
sono stati resi noti in questi giorni in America: la ricerca,
coordinata da Madelyn Gould, Professore di epidemiologia e Psichiatria
pediatrica alla Columbia University, ha analizzato 564 casi di
decessi di minori trattati per l'ADHD nel decennio tra il 1985
e il 1996, e l'esito è quello di un possibile legame
esistente tra l'assunzione di medicinali contro la Sindrome da
Deficit dell'Attenzione e Iperattività (ADHD, ovvero bambini
troppo agitati e distratti) ed il rischio di "morte improvvisa".
“Gli eventi rilevati sono ancora da approfondire e comunque rari”,
ha dichiarato il coordinatore della ricerca, “meno di un bambino
ogni 10.000”, e peraltro attualmente la Food and Drug Administration
(l’FDA, il massimo organismo di controllo sanitario in USA) non
prevede di modificare le linee guida sull'impiego di questi prodotti,
autorizzati all’uso anche in Italia. “Questo studio rileva
una significativa associazione, o un segnale di correlazione,
tra decessi improvvisi ed inspiegabili e l’assunzione di farmaci
per l’ADHD - sottolineano gli autori della ricerca -
in particolare per quanto riguarda la terapia a base di metilfenidato”
(Ritalin® e prodotti simili). Ed aggiungono: “I risultati
di questa ricerca invitano a puntare l'attenzione sui possibili
rischi per bambini e adolescenti derivanti dall’assunzione di
medicinali stimolanti”. L'invito degli specialisti ai genitori
preoccupati è di discutere delle eventuali perplessità
con il medico, evitando di sospendere di propria iniziativa la
terapia ai loro figli, anche per evitare gli effetti avversi tipici
della repentina interruzione dell'assunzione di queste droghe.
Luca Poma - giornalista e portavoce di Giù le Mani dai
Bambini®, il più rappresentativo comitato italiano
per la farmacovigilanza pediatrica - ha dichiarato: “è
l'ennesimo campanello d'allarme sui pericoli derivanti dall'assunzione
di questi psicofarmaci in tenera età. È sconcertante
poi l'ipocrisia: qui di ‘inspiegabile’ non c'è proprio
nulla, questi bambini muoiono in diretta relazione con l'assunzione
di queste metanfetamine, ma i poteri forti influenzano l'FDA in
USA, che trae sostentamento finanziario dalle multinazionali farmaceutiche
che dovrebbe controllare, ed anche l'Agenzia del Farmaco e l'Istituto
Superiore di Sanità, che seguono le ‘mode’ prescrittive
americane: questi enti che dovrebbero vegliare sulla sicurezza
dei nostri figli fanno come gli struzzi e nascondono la testa
sotto la sabbia. D'altra parte, se ci sono gravi complicazioni
solo per 1 bambino ogni 10.000 non c'è mica da preoccuparsi,
dicono loro, perchè mai applicare restrizioni più
prudenti?" Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta
dell’età evolutiva, ha dichiarato al riguardo: “Il problema
è che gli psicofarmaci hanno pregi e difetti, ma perché
esporre a pericolo di morte dei bambini che non avrebbero alcun
bisogno di esporsi a questo rischio? Questi farmaci sono proprio
necessari, dato che molti mettono addirittura in dubbio l’esistenza
stessa della sindrome ‘ADHD’, che è considerata sempre
più una ‘sindrome fantasma’, una moda prescrittiva del
XX° secolo com’era all’epoca l’isteria femminile?”
Fonte:
portavoce@giulemanidaibambini.org
COMUNICATO STAMPA DEL 18/06/2009
I
bambini italiani sono i più obesi d'Europa
L’Italia è in
testa alla classifica europea dell’obesità infantile con
oltre un milione di piccoli obesi di età compresa fra i
sei e gli undici anni. L'Oms stima che in Europa l'obesita' interessera',
entro il 2010, 150 milioni di adulti e 15 milioni di bambini.
Si tratta pertanto di u problema di sanita' pubblica oramai diventato
di portata mondiale tanto che gli esperti hanno coniato il termine
'globesity'. In Italia un'indagine condotta appena un anno fa
nelle scuole italiane dal ministero del Lavoro e della Salute
e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanita', su un campione
di circa 46000 bambini di terza elementare di 18 regioni italiane,
ha concluso che il 23,6% e' in sovrappeso ed il 12,3 e' obeso.
Riportando questi valori a tutta la popolazione italiana di eta'
compresa fra 6 e 11 anni, si stima che oltre un milione di bambini
possano essere sovrappeso od obesi. La Coop, una delle insegne
della grande distribuzione in Italia, sotto la supervisione di
un Comitato Scientifico composto da Ecog (European Childhood Obesity
Group) e Sio (Societa' Italiana dell'Obesita'), ha lanciato in
questi giorni una campagna per una corretta alimentazione dell'infanzia:
una nuova linea di prodotti destinati ai bambini, sviluppati seguendo
le regole contenute nelle Linee guida Coop per una corretta alimentazione
dell'infanzia, tra cui una merendina , un'etichetta nutrizionale
ad hoc e un sito web dedicato al tema. Il problema dell'obesita'
infantile diventa piu' grave specialmente perche', si legge nell'indagine,
quattro genitori su dieci non si accorgono della complessita'
del problema, ne' prendono in considerazione la necessita' di
una migliore alimentazione unita ad un'adeguata attivita' fisica
dei loro figli.
Fonte:
SanitaNews.it, Giugno, 2009
Il
sole protegge le ginocchia
Chi si espone (anche d'inverno) rallenterebbe
il danno provocato dall'artrosi
MILANO - Se quasi la metà delle
persone, prima o poi, va incontro a un’artrosi alle ginocchia,
c’è però modo di rallentare il danno che la malattia
provoca all’articolazione: basta prendere il sole anche d’inverno.
Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori dell’Università
della Tasmania, la grande isola a sud dell’Australia, dove il
clima è temperato, ma la brutta stagione, che nell’emisfero
sud cade in luglio e agosto, può essere anche più
fredda e piovosa della nostra. «Eppure il tempo trascorso
all’aria aperta, alla luce del sole, nonostante le temperature
rigide, riduce il rischio di artrosi delle ginocchia» sostiene
Changhai Ding, che ha coordinato la ricerca, pubblicata sulla
rivista Arthritis & Rheumatism, organo ufficiale dell’American
College of Rheumatology.
LO STUDIO - Insieme con i suoi collaboratori,
lo studioso di origine cinese ha reclutato 880 ultracinquantenni,
equamente distribuiti tra uomini e donne. A tutti è stata
fatta una radiografia e una risonanza magnetica delle ginocchia,
è stata valutata l’eventuale presenza di dolore e sono
stati misurati nel sangue i livelli di vitamina D, che fissa il
calcio nelle ossa e rispecchia il grado di esposizione al sole
(la sostanza, infatti, non può essere prodotta dall’organismo
senza l’aiuto della luce solare). Infine si è chiesto ai
partecipanti di rispondere a un questionario su quanto si esponessero
abitualmente al sole nelle diverse stagioni. Dopo quasi tre anni
tutti sono stati richiamati, ma solo 350 hanno risposto all’appello.
A questi sono stati ripetuti gli esami della volta precedente.
«Le persone con valori più alti di vitamina D e che
dichiaravano di esporsi al sole anche durante l’inverno»
racconta lo studioso «mostravano una minore perdita di cartilagine
e quindi un minor danno all’articolazione esaminata con la risonanza
magnetica. Evidentemente avere una quantità sufficiente
della vitamina può impedire o ridurre lo sviluppo dell’artrosi
del ginocchio». «L’azione della vitamina D però
è sull’osso, non sulla cartilagine» precisa Leonardo
Maradei, caposezione della Chirurgia ortopedica mininvasiva dell’Istituto
Humanitas di Milano. E’ possibile quindi che rinforzando l’osso
sottostante, tutta l’articolazione ne tragga beneficio.
CONTRADDIZIONE? - Eppure molti medici sconsigliano
di esporre al sole le parti dolenti. «Infatti è così,
ma quando l’artrosi è nella sua fase acuta, il ginocchio
è infiammato e magari c’è anche un versamento di
liquido nell’articolazione» spiega l’ortopedico milanese.
«Lo studio australiano non contraddice questo consiglio.
Prende invece in considerazione l’abitudine a esporsi al sole
durante l’anno, non in occasione di riesacerbazioni della malattia».
Non occorre poi girare con le ginocchia nude: la vitamina D, infatti,
si produce in qualunque parte della pelle esposta al sole, e da
lì passa nel sangue e in tutto il corpo. Arrivando così
anche alle ginocchia dove può produrre i suoi effetti benefici,
anche sull’artrosi.
Fonte:
Corriere.it
Scoperto
il significato della "materia oscura" del genoma
Un
team di ricercatori internazionale spiega la funzione del misterioso
«Dna-spazzatura»
ROMA - Lo chiamavano «Dna spazzatura»
pensando fosse un residuo di codice genetico di cui l'evoluzione
non ha saputo che fare. Ma ora sarà ben difficile che il
cosiddetto «junk- Dna» , o almeno una parte di esso,
venga ancora «apostrofato» in questo modo. Una ricerca
pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics,
frutto anche di una robusta partecipazione italiana, getta infatti
nuova luce sulla«materia oscura» del genoma.
DNA «INUTILE» - Una porzione del nostro
Dna (quasi la metà) è costituita da sequenze di
«basi» ripetute centinaia di migliaia di volte, che,
per il solo fatto di sembrare prive di significato in base alle
conoscenze acquisite finora, era stata classificata come «inutile
residuo evolutivo». Un team di ricercatori internazionali
(di cui fanno parte il gruppo di lavoro del Laboratorio di epigenetica
del Dulbecco Telethon Institute, guidato da Valerio Orlando e
ospitato dall'Irccs Fondazione Santa Lucia e dall'Ebri e il gruppo
di Piero Carninci dell'Omics Centre del Riken di Yokohama in Giappone).
hanno scoperto che in realtà queste sequenze rispondono
a un preciso programma genetico. E contribuisce in maniera decisiva
a dare un'identità alle diverse cellule dell'organismo
umano.
TAPPA STORICA - Il lavoro - sottolineano i ricercatori
- segna una «tappa storica» nella ricerca genetica,
svelando come il lato «oscuro» del genoma si comporti
esattamente come i geni, che invece rappresentano soltanto il
2% dell'intero genoma. Non solo: quelle sequenze ripetute sono
essenziali per il corretto funzionamento dei geni stessi. La scoperta
potrà contribuire all'analisi di tutti quei meccanismi
che agiscono al di sopra dei geni (detti epigenetici) e che potrebbero
influenzare, tra l'altro, la diversa manifestazione delle malattie
tra singoli individui, la risposta individuale ai farmaci o, in
casi particolari, l'applicabilità della terapia genica.
COME
FUNZIONA - L'equipe ha dimostrato che alcune di queste sequenze
vengono trascritte in precisi momenti della vita cellulare, per
esempio durante le prime fasi dello sviluppo e del differenziamento.
Altre sono in grado di inserirsi in prossimità dei geni
e di regolarne l'attività: in alcuni casi, questo può
avere anche effetti patologici importanti, come la trasformazione
della cellula sana in una tumorale. Per la prima volta si dimostra,
in pratica, come tali sequenze si comportino secondo un programma
definito e in grado di influenzare la vita delle cellule. L'origine
evolutiva delle sequenze ripetute - che rappresentano ben il 45%
dell'intero genoma - va ricercato nei trasposoni, particolari
segmenti di Dna che hanno la capacità di spostarsi da una
parte all'altra di un cromosoma, oppure da uno all'altro. Svolgono
un ruolo importante dal punto di vista evolutivo, perchè
data la loro natura mobile sono in grado di creare variabilità
e, potenzialmente, di far acquisire o perdere funzioni biologiche.
Fonte:
Corriere.it
La delusione del genoma "Malattie non
prevedibili"
Scienza.
Il «New England» e il «New York Times»:
cambiare strada
I
primi dubbi sulla utilità della mappa del Dna Milioni di
investimenti e aziende che lanciano sempre nuovi test: ma è
difficile stabilire un legame tra gene e malattia.
MILANO
- Chi volesse «leggere», nel suo Dna, il rischio di
ammalarsi di infarto o di diabete, di Alzheimer o di schizofrenia,
deve attendere: l' analisi genetica delle malattie più
comuni (e la possibilità quindi di avere test attendibili)
si è rivelata molto, molto più complessa di quello
che ci si aspettava. L' oroscopo genetico rimane, almeno per ora,
un oroscopo da non prendere veramente sul serio. Da quando è
stato decodificato il genoma umano nel 2003, i ricercatori si
sono messi al lavoro per cercare alterazioni di geni che potessero
predisporre alle malattie, soprattutto a quelle più diffuse.
E ne hanno trovate moltissime. Parallelamente sono nate, come
funghi, aziende che continuano a propagandare test per il Dna
capaci di predirne la comparsa in ogni individuo: un vero e proprio
boom anche in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti (per mille
dollari si può conoscere, nei dettagli, il proprio genoma:
basta un po' di saliva) e in Internet dove siti, come www.23andme.com
o www.decodeme.com, offrono persino servizi «specializzati»
in cardiologia o in oncologia. Una vera e propria «genomania».
Sarà anche per questo che la più nota rivista medica
americana, il New England, ha deciso di prendere posizione con
una review sugli studi finora condotti e ben tre editoriali di
commento. E la notizia è stata ripresa dal New York Times,
secondo il quale l' era della medicina su misura è ancora
lontana. «Per chiarezza è importante fare un passo
indietro - commenta Paolo Vezzoni, genetista al Cnr presso l'
Istituto Humanitas di Milano -. Nell' ultimo decennio sono stati
compiuti enormi progressi nella scoperta di singoli geni responsabili,
da soli, di specifiche malattie. Sono le cosiddette malattie mono-geniche,
come la talassemia, che sono per lo più rare. Nella review
si parla, invece, di un enorme studio sui polimorfismi, cioè
su tutte quelle variazioni genetiche che sono legate a malattie
complesse. Non passa giorno che qualche rivista non parli di scoperta
di geni legati a questa o a quella patologia. E alla possibilità
di mettere a punto un test per individuarne il rischio».
Ecco però il problema. Anzi i problemi. Se è vero
che alcune variazioni genetiche sono correlate alla probabilità
di sviluppare una certa malattia, per esempio un infarto, è
altrettanto vero che la loro presenza, nel genoma di un individuo,
spesso indica un rischio molto basso, tipo il 2-3 per cento. Non
solo. Una malattia può anche essere provocata dalla combinazione
di più varianti e spesso da varianti rare, non da varianti
comuni. Le malattie cardiovascolari, per esempio, riconoscono
almeno una quindicina di varianti di predisposizione e se un test
è basato soltanto sulla ricerca di una o due di queste,
avrà una capacità predittiva bassa. A questo punto
vale molto di più la pena valutare altri fattori di rischio
dell' infarto, questa volta ambientali, come lo stress o la sedentarietà
o il fumo che sono, al momento più attendibili. Come dire
che, sul piano pratico, nella prevenzione di malattie multifattoriali,
la genetica non dice granché. Rimane, invece, importantissima
quando deve identificare, attraverso test già in uso (ce
ne sono in commercio circa un migliaio), malattie ereditarie come
appunto la talassemia, l' emofilia o la fibrosi cistica. La mancanza
di un reale applicabilità pratica delle ultime ricerche
sulle malattie comuni ha stimolato gli editorialisti del New England
a porsi una serie di domande. Si chiede per esempio David Goldstein,
della Duke University: «Vale la pena di continuare queste
ricerche che costano milioni di dollari o è meglio trovare
altre strategie, come studiare l' intero genoma di singoli pazienti?
Questo secondo approccio potrebbe essere più utile per
ottenere risultati più rapidamente trasferibili nella pratica
clinica». Adriana Bazzi *** I test possibili Prenatali Test
che permettono di individuare, nel feto, i geni responsabili di
malattie come la fibrosi cistica, la talassemia, l' emofilia:
malattie cioè provocate dall' alterazione di singoli geni
Paternità Il test di paternità si basa sul principio
che un figlio eredita metà del patrimonio genetico dal
padre e metà dalla madre. Il genitore biologico ha metà
del patrimonio genetico del figlio Identità I test del
Dna usati dalla scientifica per identificare individui. Servono
anche per dare un nome a vittime di catastrofi Le tappe Gli scienziati
e le scoperte 1953 La doppia elica È il 25 aprile 1953
quando la rivista britannica Nature pubblica i risultati della
ricerca di Watson e Crick che illustra la struttura a doppia elica
del Dna 1966 La lettura del codice Nel 1966 viene decifrato il
codice genetico. Nel 1997 il primo organismo eucariote ha l' intero
genoma sequenziato dai ricercatori 2000 Il genoma «virtuale»
Il genoma umano è sequenziato, ma solo attraverso il computer,
da una azienda statunitense: la Celera Genomics, fondata da Craig
Venter (in foto) 2003 Le ultime scoperte Nel 2003 Francis Collins,
un ricercatore che aveva iniziato gli esperimenti con Venter,
riesce a completare la decifrazione del genoma umano.
Fonte:
Corriere.it
diBazzi Adriana
Medicinali
omeopatici bloccano sviluppo tumorale
Dall'Amala Cancer Research
Centre arrivano i risultati di uno studio che analizza l'effetto
citotossico e favorente l'apoptosi di dieci medicinali omeopatici
in Tintura Madre (TM) ed in dinamizzazioni 30CH e 200CH, su linee
cellulari ottenute da linfoma di Dalton (DLA), carcinoma ascitico
di Ehrlich (EAC), da fibroblasti di polmone (L929) e da ovaio
di criceto cinese (CHO). Dalla conta con emocitometro delle cellule
sedimentate in piastre tarate, sulle linee DLA ed EAC è
stato osservato a breve termine un effetto citotossico del 100%
da parte di Thuja TM e Lycopodium TM, parziale del 40% da parte
di Hydrastis TM e di poco più del 20% da parte di Condurango
TM e Phytolacca TM. Citotossicità del 30% e del 20% rispettivamente
hanno invece dimostrato Conium 200CH e Carcinosinum 200CH. Diverso
è il risultato ottenuto nell'osservazione a lungo termine
sulle cellule della linea L929, in cui si sono verificate efficaci
sia le TM, sia le dinamizzazioni 200CH di Thuja, Conium e Carcinosinum,
con una percentuale di cellule morte alla conta rispettivamente
del 38%, 42,5% e 40%. Per Thuja e Conium è stata osservata
una citotossicità significativa, ma inferiore, anche per
la diluizione 30CH. Sulla linea CHO l'inibizione della formazione
di colonie al 100% è stata ottenuta con le TM di Thuja,
Hydrastis, Ruta, Chelidonium e Podophyllum, con le dinamizzazioni
30CH e 200CH di Thuja, Hydrastis, Carcinosinum e Podophyllum e
con le dinamizzazioni 200CH di Conium, Ruta, Chelidonium, Condurango,
e Phytolacca. È stato poi verificato l'uptake di timidina
per la sintesi di DNA durante la proliferazione della linea L929:
ne è risultata un'inibizione della captazione del 95% con
tutte le TM, ad eccezione della Phytolacca, e del 40% con Thuja
30CH e 200CH, Hydrastis 30CH e Conium 200CH. In tutti i casi citati
è stato preso in riferimento un controllo sia con colture
cellulari non trattate, sia trattate con solvente dinamizzato,
risultate sempre negative. Nell'analisi dell'effetto favorente
l'apoptosi è stata osservata l'induzione dell'espressione
del gene p53 (proapoptotico) nelle cellule trattate con Carcinosinum
200CH attraverso il confronto di bande elettroforetiche del DNA.
In conclusione, nonostante i risultati positivi in vitro, ancora
manca la descrizione di un esatto meccanismo di azione. Grande
rimane però l'interesse per una possibile futura applicazione
in campo oncologico.
Fonte:
:eCAM, 2007, doi:10.1093/ecam/nem082
di Federico Angelini
L'Omeopatia
migliora le prestazioni motorie e cognitive nell'autismo
Alcuni ricercatori
brasiliani hanno cercato di dimostrare l'effetto terapeutico dei
rimedi omeopatici sullo sviluppo cognitivo e motorio dei bambini
affetti da autismo, attraverso uno strumento specifico convalidato
L'autismo viene
considerato un disordine dello sviluppo infantile caratterizzato
da deficit nella interazione e comunicazione sociale e da comportamento
ripetitivo e inusuale. I livelli di autismo possono variare continuamente
da stati di tipo non grave a stati molto severi. Sebbene non siano
state ancora chiarite le cause della malattia, recenti studi suggeriscono
una origine biologica, su base genetica, con interessamento delle
strutture cerebrali. La diagnosi rimane esclusivamente clinica
ed è essenzialmente basata su test comportamentali. A tutt'oggi
non esiste un trattamento farmacologico specifico, ma solo un
trattamento sintomatico.
Lo scopo di questo studio è stato quello di dimostrare
l'effetto terapeutico dei rimedi omeopatici sullo sviluppo cognitivo
e motorio dei bambini affetti da autismo, attraverso uno strumento
specifico convalidato, il PEP-R (Psycho-educational Profile Revised
test). La diagnosi con il PEP-R offre un approccio evolutivo della
valutazione dei bambini autistici ed include un inventario di
comportamenti e abilità concepite per identificare fattori
di apprendimento irregolari e idiosincrasici, nei bambini di età
compresa tra sei mesi e sette anni, ma può essere estesa
anche a bambini più grandi, la cui alfabetizzazione non
è completa. Il test PEP-R raccoglie dati sullo sviluppo
attraverso imitazione, percezione, motricità fine, motricità
globale, coordinazione oculo manuale, aspetto cognitivo, aspetto
cognitivo verbale. Come strumento di diagnosi il PEP-R serve ad
identificare il grado di anormalità del comportamento riguardo
a relazioni ed affetti, gioco ed interesse per i materiali, risposte
sensoriali e linguaggio.
Gli Autori hanno studiato una popolazione formata da 30 bambini
di ambo i sessi, esaminati nella Clinica delle malattie mentali
e comportamentali, della Federazione Brasiliana di Omeopatia di
Rio de Janeiro, una istituzione non-profit Brasiliana con diagnosi
di autismo secondo i criteri del DSM-IV. La prescrizione dei rimedi
omeopatici è stata eseguita secondo il principio della
similitudine, base metodologica dell'omeopatia, ricercando i sintomi
specifici comuni e individualizzati dei singoli pazienti. I rimedi
sono stati prescritti sia singolarmente che in combinazione, in
accordo con i sintomi di ciascun paziente. I rimedi scelti sono
stati: Carcinosinum, Stramonium, Natrum muriaticum, Arnica, Arsenicum
album e Thebaicum. Le diluizioni sono state selezionate in accordo
con il grado di similitudine patologica e patogenetica, comprese
tra 30CH e 200CH. Lo schema terapeutico è stato completato
da specifici rimedi organoterapici, scelti in rapporto alle disfunzioni
delle aree cerebrali interessate dalla malattia autistica, come
Corpus callosum, Thalamus, Hippocampus, Lobo frontale, Corteccia
cerebrale, Cerebellum, Lobo parietale, Lobo temporale tutti in
diluizione 6CH.
I risultati descritti nel lavoro fanno riferimento a 7 dei 30
pazienti presi in esame, che hanno già effettuato i test
per due volte, la prima volta prima dell'inizio della terapia
omeopatica, la seconda volta a 3-10 mesi dopo l'inizio della terapia
stessa. I criteri utilizzati per l'indagine sono stati riportati
su una scala di comportamento secondo l'intensità del comportamento
autistico e suddivisi in: adeguato, moderato e grave. Tutti e
sette i soggetti estrapolati dallo studio hanno mostrato un netto
miglioramento del comportamento autistico, differenziandosi ciascuno
in una particolare area di indagine. Nel sintetizzare i risultati
possiamo riferire alcuni dati di estremo interesse, come il paziente
01 (Arnica montana 200CH) che è risultato migliorato per
le risposte sensoriali, il gioco e gli interessi nei materiali,
così come anche nella motricità fine e globale,
mentre nel paziente 07 (Natrum muriaticum 200 CH), il progresso
del quadro clinico è stato globale, abbracciando così
tutte le aree oggetto dello studio.
Le conclusioni parziali sulla base dei dati raccolti e a cui si
può fare riferimento, indicano con certezza l'efficacia
della terapia omeopatica nelle prestazioni comportamentali, cognitive
e motorie dei bambini autistici esaminati. Questi risultati suggeriscono
inoltre che più la terapia viene prolungata nel tempo,
più rimarchevoli sono i risultati del miglioramento nella
scala del test PEP-R. Questi risultati preliminari incoraggiano
gli Autori a riproporre lo studio su una popolazione molto più
numerosa e a pianificare uno studio secondo i parametri del RCT,
preservando comunque l'originalità del metodo omeopatico.
Fonte:
Omeopatia33 -
Newsletter della SIOMI (www.siomi.it)
di Roberto Pulcri
Omeopatia
efficace quanto l'antibiotico
L'obiettivo di questo studio multicentrico
e internazionale, è stato quello di valutare l'efficacia
dell'omeopatia nel trattamento di fatti acuti inerenti l'orecchio
e le prime vie respiratorie. Progettato come ricerca non randomizzata
di coorte consecutiva, ha coinvolto dieci centri in Gran Bretagna,
otto negli USA e in Austria, altri otto in Germania, sette nei
Paesi Bassi, sei in Spagna e Russia, quattro in Ucraina; lo scopo
era quello di verificare la risposta al trattamento omeopatico,
versus terapia convenzionale, erogata a pazienti con caratteristiche
omogenee. Sono stati arruolati, a tal fine, sia soggetti adulti
che bambini, con disturbi acuti insorti da meno di 7 giorni e
riguardanti naso, faringe ed orecchie. Complessivamente si sono
valutati 1577 pazienti di cui 857 hanno ricevuto trattamenti omeopatici
(H) e 720 convenzionali (C). In entrambi i gruppi la più
parte dei pazienti ha avuto un miglioramento notevole o una guarigione
in due settimane (H: 86,9%; C: 86,0%, p = 0,0003). Una ulteriore
sottoanalisi ha invece mostrato differenze significative tra bambini
(H: 88,5%; C: 84,5%) e adulti (H: 85,6%; C: 86,6%), con odds ratio
(OR) del criterio principale che è stato 1,40 (0.89-2,22)
nei bambini e 0,92 (0,63-1,34) negli adulti, a riprova di una
migliore risposta al trattamento omeopatico in giovane età.
Si è anche potuto documentare una risposta più rapida
del trattamento omeopatico di quello condotto con antibiotici
e FANS, sia nei bambini (p = 0,0488) che negli adulti (p = 0,0001).
Infine le reazioni avverse, più frequenti negli adulti
trattati in modo convenzionale (C: 7,6%; H: 3,1%, p = 0,0032),
mentre nei bambini la comparsa di reazioni avverse al farmaco
non è risultata significativamente diversa (H: 2,0 %; C:
2,4%, p = 0,7838).
La conclusione della ricerca è
che, innegabilmente, il trattamento omeopatico delle affezioni
respiratorie acute e dell'orecchio non è inferiore, per
efficacia, al trattamento convenzionale, risulta meno costoso,
più rapido e con minor numero di reazioni avverse nell'adulto.
Fonte:
BMC Compl Alt Med, 2007, 7, (7), 1472
« ESTERO - La medicina ufficiale, in
Australia, si interroga: quale via
intraprendere per integrare terapie
convenzionali e terapie
complementari nella cura contro il
cancro? Sebbene siano viste con
scetticismo dalla comunità
scientifica, secondo un recente
sondaggio, circa la metà della
popolazione australiana utilizza le
medicine complementari e alternative
(CAM) e un 20% viene visitato
regolarmente da medici non
convenzionali. Un altro studio,
sempre australiano, ha stabilito che
il 22% dei pazienti ammalati di
cancro utilizzano terapie CAM.
Gli ammalati di cancro si servono di
queste terapie per diversi motivi:
migliorare la loro qualità di vita;
per timori derivanti dalla tossicità
delle terapie convenzionali; perché
corrispondono alla loro fiducia;
perché credono che possano
combattere efficacemente il cancro o
migliorare la situazione stimolando
il sistema immunitario. A questo
punto, dal momento che le CAM fanno
parte di un approccio olistico alla
cura del cancro, se utilizzate in
appoggio alle terapie mediche
convenzionali, gli autori di questo
articolo auspicano una maggior
collaborazione, informazione e
reciproco sostegno da parte di
queste due diversi settori della
medicina. Si è arrivati a queste
conclusioni, dopo che indagini
statistiche condotte su pazienti in
trattamento con radioterapia in
Italia, Canada e nella stessa
Australia hanno verificato che i
medici operanti in questi paesi
sottostimano grandemente il numero
dei pazienti che utilizzano CAM:
mentre i medici credono che il 4% ne
faccia uso, in verità il numero
uscito da indagini ufficiali è stato
del 37%. La metà di questi ammalati
non lo dice al proprio medico perché
lo trovano disinteressato o
apertamente ostile a queste terapie.
Integrare medicina ufficiale e CAM
appare una necessità sempre più
importante e urgente. Una ricerca
combinata e un programma clinico di
medicina integrata, come comunemente
già praticato nel Nord America,
potrebbe favorire questo dialogo tra
CAM e medicina convenzionale per
creare nuove opportunità di
collaborazione e, assieme, esplorare
il potenziale di nuovi trattamenti,
dopo una rigorosa valutazione.
Occorre, quindi, da una parte uno
sforzo dei medici praticanti le CAM:
accettare prove metodologiche
controllate randomizzate, fino ad
oggi avversate in virtù del fatto
che queste terapie si basano sul
trattamento individualizzato del
paziente; stabilire collaborazioni
con cliniche e trovare i non facili
fondi per queste prove; reclutare
commissioni etiche e scientifiche
per la valutazione di questi test
sulla salute umana. Dall'altra parte
è tempo che la comunità medica
accetti un dialogo, dal momento che
le CAM non sono una moda passeggera
che godono soltanto di un'enorme
popolarità; ma per salvaguardare le
scelte e la salute dei loro pazienti
è tempo per clinici, oncologi e
medici della salute pubblica di
sapere qualcosa in più di "ciò che
sta dall'altra parte". »
Fonte:
Omeopatia33 -
Newsletter del 09 ottobre 2008 (Num. 30 - Anno 3)
eMJA,
2006, 185, (7), 377
di Italo Grassi
Rischia l'infertilità chi assume
antidepressivi
Rischio di infertilita' per gli
uomini che assumono uno dei piu'
comuni antidepressivi: la paroxetina.
A mettere in dubbio la sicurezza di
questo tipo di farmaco uno studio
realizzato negli Stati Uniti i cui
risultati sono stati anticipati
dalla rivista New Scientist. Lo
studio, realizzato da ricercatori
della Cornell University ha infatti
rilevato che maschi sani che
assumono per quattro settimane una
dose giornaliera di questo farmaco
hanno un alto livello di spermatozoi
danneggiati a livello di
Dna
rispetto a quelli che invece non
assumono questo specifico
antidepressivo.
Alla prova del microscopio i
campioni prelevati ai 35 volontari
prima e dopo la
terapia
a base di paroxetina non hanno
mostrato significative differenze.
Quando pero' i ricercatori sono
passati ad analizzare la struttura
genetica degli spermatozoi, hanno
riscontrato problemi in ciascuno dei
35 campioni prelevati durante la
terapia
antidepressiva. Non solo, ma il
tasso di
cellule
con
Dna
frammentato nel corso della terapia
e' aumentato passando dal 13,8 per
cento della prima settimana al 30,3
della quarta.
Fonte:
AGI Salute
http://www.paginemediche.it/it/news/news/agi-news/detail_92372_rischia-linfertilita-chi-assume-antidepressivi.aspx?c2=5938
Guerra
al cancro - Fallimento totale?
IMPORTANTE
In questo articolo non ci si vuole sostituire al parere del medico o consigliare una strada terapeutica piuttosto che un’altra. Il nostro scopo è puramente divulgativo ma in particolare desideriamo fornire delle informazioni, che spesso non trovano facile accesso nei media, affinché chiunque possa avere una maggiore conoscenza (e coscienza) su un problema di così grande importanza.
Nonostante si senta un gran parlare, da parte dei media o da personalità anche molto note del mondo scientifico, di grandi passi in avanti compiuti dalla medicina nella cura del cancro, un’analisi approfondita della letteratura scientifica sullo stato effettivo dell’efficacia delle moderne terapie sembra mostrare una realtà completamente diversa. Qui di seguito riportiamo le dichiarazioni e alcuni studi provenienti da fonti di riconosciuta autorevolezza in materia.
Una grande ricerca scientifica inserita nel più grande database medico ufficiale del mondo “www.pubmed.gov”, è quella a firma di Grame Morgan (professore associato e radiologo al
Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore, oncologo
alla University of New South
Wales) e Michael Barton (radiologo e membro del
Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation, Liverpool Health Service di Sidney). Tale ricerca (“Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti”)(1) è stata pubblicata, nel Dicembre 2004, in una delle più prestigiose riviste di oncologia al mondo:
Clinical Oncology. Il loro meticoloso studio si è basato sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati (RTC) condotti in Australia e negli Stati Uniti, nel periodo da Gennaio 1990 a gennaio 2004. Analisi che ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi e “curate” solo con la chemioterapia. Quando i dati erano incerti, gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. Nonostante questo, lo studio ha concluso che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza! “Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori. “In realtà - continua il professor Grame Morgan -
malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”. Gli autori hanno messo in evidenza che, per ragioni spiegate nello studio, i risultati raggiunti (circa il 2%) dovrebbero essere visti come il limite massimo di efficacia!
Un’altra importante ricerca è quella del professor Ulrich Abel, un epidemiologo tedesco della
Heidelberg/Mannheim Tumor Clinic. Questo ricercatore chiese a circa 350 centri medici sparsi nel mondo, l’invio di tutti gli studi ed esperimenti clinici sulla chemioterapia. L’analisi durò parecchi anni ma alla fine quello che risultò fu la non disponibilità di riscontri scientifici in grado di dimostrare che la pratica della chemioterapia prolunghi la vita in modo apprezzabile. Abel sottolinea che di rado la chemioterapia riesce a migliorare la qualità della vita, la descrive come uno “squallore scientifico” e sostiene che almeno l’80% della chemioterapia somministrata nel mondo è priva di qualsiasi valore e anche se non esiste alcuna prova scientifica che la chemioterapia funzioni, né i medici né i pazienti sono disposti a rinunciarvi! (Lancet, 10 agosto 1991). Nessuno, fra i principali media, ha mai nemmeno citato questo esaustivo studio che sembra sia stato completamente insabbiato.(2) Già nel 1990 il prof. Abel affermava: “…sebbene i farmaci chemioterapici portino ad una risposta, cioè ad una diminuzione di massa del tumore, questa riduzione non produce un prolungamento della sopravvivenza del paziente; anzi, il cancro ritorna più aggressivo di prima, poiché la chemioterapia favorisce la crescita di ceppi tumorali resistenti. Inoltre la chemioterapia danneggia gravemente le difese dell’organismo, tra cui il sistema immunitario, spesso i reni e il fegato…”.
Anche gli studi effettuati dall’ECRI (Emergency Care Research Institute) concordano affermando che “…la riduzione di massa tumorale a seguito della chemioterapia, non si correla affatto con il prolungamento della sopravvivenza della vita del paziente. Remissione non significa affatto sopravvivere più a lungo”. Abel conclude affermando: “…Un’analisi bilanciata e imparziale della letteratura medica mostra un indice di successi terapeutici quasi nullo nei trattamenti impiegati convenzionalmente per la cura delle forme avanzate dei tumori solidi”.(3)
Conclusioni ancora peggiori erano state raggiunte già nel 1975 dal professor Hardin Jones, docente presso l’Università della California, il quale dimostrò per la prima volta, in uno studio su ampia scala durato 23 anni, che per gli ammalati di cancro che si sono rifiutati di sottoporsi a chirurgia, radioterapia, e chemioterapia, (comunque con alimentazione libera, senza diete particolari), la sopravvivenza media è di 3-4 volte più alta, rispetto a quelli che si sono sottoposti a trattamenti medici standard (chirurgia, radioterapia e chemioterapia). Il Dr. Jones quindi, dopo aver analizzato per molti decenni le statistiche relative alla sopravvivenza al cancro, ha concluso che ...“quando non vengono curati, i malati non peggiorano, o addirittura migliorano”. Le inquietanti conclusioni del Dr. Jones non sono mai state confutate. (4)
Tale constatazione è stata confermata, da allora, più volte nella letteratura medica, ad esempio per il cancro al seno dove in assenza di terapie mediche ufficiali la sopravvivenza media di donne affette da tumore al seno è di 12 anni e mezzo, mentre quelle che si sono sottoposte a trattamenti medici standard (chirurgia, radioterapia e chemioterapia), sono morte in media entro 3 anni.(5)
Secondo i dati presenti in letteratura possiamo quindi ritenere, senza timore di sbagliare che, ad esclusione di pochi tumori che presentano scarsa malignità come i tumori del sistema linfatico, il morbo di Hodgkin, le leucemie, i sarcomi e il cancro ai testicoli, sembra che le terapie tradizionali non abbiano contribuito praticamente in nulla nella cura dei cosiddetti tumori solidi in stadio avanzato. E’ quanto mostrano anche le stime del
National Cancer Institute degli Stati Uniti. “Il tasso di sopravvivenza dei soggetti affetti da forme tumorali ormai metastatizzate è rimasto pressoché invariato negli ultimi 20 anni” conferma Ruth Etzioni del
Fred Hutchinson Cancer Reserach Center di Seattle. (6)
Nel 1991, l’oncologo Albert Braverman scriveva: “…nessun tipo di tumore solido che era considerato incurabile nel 1975 è curabile oggi. Molti oncologi raccomandano la chemioterapia per praticamente qualsiasi forma di tumore, con aspettative che il sistematico fallimento non scoraggia…”(7)
Ma non è finita qui. Alcuni scienziati di stanza presso il
McGill Cancer Center inviarono a 118 medici, esperti di cancro ai polmoni, un questionario per determinare quale grado di fiducia essi nutrissero nelle terapie che applicavano; fu loro chiesto di immaginare di aver contratto essi stessi la malattia e quale delle sei attuali terapie sperimentali avrebbero scelto. Risposero 79 medici, 64 dei quali non avrebbero acconsentito a sottoporsi ad alcun trattamento che contenesse Cisplatino (un chemioterapico molto utilizzato a base di platino) mentre 58 dei 79 reputavano che tutte le terapie sperimentali in questione fossero inaccettabili, a causa dell’inefficacia e dell’elevato grado di tossicità. Questo significa che l’81% degli oncologi intervistati, in caso di tumore, non si farebbero somministrare un chemioterapico, mentre il 73% di loro reputano addirittura le “terapie sperimentali inaccettabili per l’elevato grado di tossicità”! (8)
Riportiamo qui di seguito i tassi di sopravvivenza di alcune importanti neoplasie sottolineando che, interessa poco se si riescono ad estirpare delle neoformazioni subcentimetriche, che non danno quasi mai nessun problema (e che vengono invece sempre conteggiate per dimostrare l’efficacia delle terapie oncologiche). E’ invece nelle neoplasie avanzate che le terapie ufficiali dovrebbero far regredire e guarire per dimostrare la loro efficacia. E qui, i dati estratti dal libro di oncologia (Bonadonna) della facoltà di medicina, parlano da soli:
|
Tumore |
Sopravvivenza a 5 anni |
|
Glomi
maligni (cervello) |
<10% |
|
Distretto
cervico facciale |
<5% |
|
Melanomi maligni |
<20% |
|
Neoplasie maligne
dell'orecchio e della
mastoide |
<25% |
|
Polmone |
7,5% |
|
Mesotelioma della pleura |
0% |
|
Carcinoma dell'esofago |
<10% |
|
Carcinoma dello stomaco |
<13% |
|
Neoplasie del piccolo
intestino |
<25% |
|
Carcinoma del fegato |
0-2% |
|
Carcinoma della colicisti |
<3% |
|
Carcinoma del pancreas |
2% |
|
Carcinoma mammario localmente avanzato |
<5% |
Nota (Bonadonna 1, p.779, 2 p. 804, 3 p.847, 4 p.850, 5 p.857, 6 p.898, 7 p.913, 8 p.925, 9 p.949, 10 p.937, 11 p.939, 12 p.948, 13 p.752)
I trattamenti oncologici, considerando soltanto la chemioterapia e la radioterapia, costano allo stato italiano centinaia di miliardi di euro l’anno.(9)
Riferimenti bibliografici
1. Morgan
G, Ward R, Barton M. The contribution of cytotoxic chemotherapy
to 5-year survival in adult malignancies. Clin Oncol (R Coll Radiol)
2004;16: 549-60
2. Chemotherapy - an unproven procedure, presso http://www.thedoctorwithin.com
index20.html
3. Chemothrapy of advanced epithelial cancer: a critical survey.
HippokratesVerlag, Stuttgart, 1990; Healing Journal, No.1-2, Vol.7,
1990
4. Last, Walter, The Ecologist, vol.28, no.2, marzo-aprile 1998
5. The natural history of breast carcinoma in the elderly: implications
for screening and treatment, Cancer 2004; 100(9), pp. 1807-1813
6. R. Etzioni et al., The Case of Early Detection, Nature Reviews/Cancer,
n.3, 2003, pp. 1-10
7. A. Braverman, MD, “Medical Oncology in the 90s”, Lancet 1991,
vol 337, p. 901
8. M. Pamio, “Cancro SPA”, Il Nuovo Mondo edizioni, 2008, p. 40
9. M. Pamio, “Cancro SPA”, Il Nuovo Mondo edizioni, 2008, pp.
53-55
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Il paracetamolo
potrebbe aumentre il rischio d’asma
« ROMA - L’aumento globale dell’incidenza dell’asma potrebbe essere legata all’uso del paracetamolo: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Independent, citando uno studio apparso sulla rivista scientifica The Lancet.
La ricerca - che ha riguardato 200mila bambini di 31 Paesi diversi - indica infatti che coloro ai quali veniva somministrato regolarmente il farmaco mostravano un rischio di asma tre volte superiore al normale, così come più numerosi erano i casi di eczemi e riniti.
Fino ad oggi la teoria più accreditata era quella di un progressivo disadattamento del sistema immunitario agli allergeni grazie ad ambienti più puliti e alla maggiore igiene personale, ma l’asma è in aumento anche nei Paesi in via di sviluppo.
Il paracetamolo - sviluppato negli anni Cinquanta come alternativa all’aspirina, specialmente per i bambini - è invece distribuito in tutti i Paesi: l’ipotesi è che il farmaco inibisca la produzione di un antiossidante nei polmoni, aumentando il rischio di infiammazione in presenza di allergeni.
I ricercatori sottolineano come lo studio mostri l’esistenza di un’associazione fra la somministrazione del paracetamolo e l’asma, non di un rapporto di causa ed effetto: «Il paracetamolo rimane l’antidolorifico e l’antipiretico di preferenza per i bambini, ma non dovrebbe essere utilizzato spesso: solo in caso di febbre alta, superiore ai 38,5 gradi», conclude lo studio. »
Fonte:
La Stampa.it - Scienza - MEDICINA
, 19/09/08 http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=947&ID_sezione=243&sezione=News
Lo stress si accumula sulla pancia
Il colpevole è l’ormone “neuropeptide Y” che fa depositare il grasso sul tessuto adiposo
« Roma - Lo stress fa ingrassare. E non solo perché può indurre a mangiare di più ma soprattutto perché fa assimilare di più di quello che mangiamo. E’ l’effetto causato da un ormone ad essere particolarmente disastroso. I grassi che si accumulano per lo stress si dispongono, infatti, proprio dove sono più pericolosi e cioè attorno alla vita, conferendo quella forma a mela (obesità centrale) che è legata a ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari.
Secondo gli studi di Zofia Zukowska della Georgetown University di Washington DC che hanno approfondito un fenomeno in parte conosciuto ma che ora hanno portato anche all’individuazione del meccanismo che è alla base dell’aumento di peso indotto proprio dallo stress. Il colpevole, secondo la ricercatrice, è l’ormone “neuropeptide Y” (NPY) che in condizioni di stress fa accumulare maggiori quantità di grasso alle cellule del tessuto adiposo.
Lo studio, pubblicato sulla rivista “Nature Medicine”, mostra infatti che topolini ingrassano in condizioni di stress emotivo o fisico.
“Sotto stress - spiega all’Ansa Zukowska - molte persone tendono a mangiare di più per cui si pensa che lo stress danneggi la silhouette perché induce a mangiare troppo. Ma questa è solo una parte del problema”, sottolinea Zukowska.
“Noi abbiamo dimostrato che lo stress fa ingrassare anche per altre vie - spiega Zukowska - e non perché induce a mangiare troppo ma perché fa assimilare di più quello che mangiamo”.
Studiando topolini messi sotto stress, l’equipe di Zukowska ha scoperto infatti che il neuropeptide T, fin’ora noto per il suo ruolo di controllo dell’appetito nel cervello, ha in realtà un secondo ruolo extra-cerebrale prima sconosciuto.
“Abbiamo scoperto che NPY agisce anche a livello dei nervi periferici che innervano il tessuto adiposo, spiega Zukowska. Lo stress attiva questi nervi al rilascio di NPY che stimola l’accumulo di grasso”. Questo effetteo, precisa l’esperta, diventa ancor più marcato quando, proprio perché sotto stress, si è presi da “fame nervosa” e si mangia troppo. “Abbiamo visto che se mangi il doppio delle calorie a causa di stress - spiega Zukowska - il corrispondente aumento di peso non sarà due volte (cioè equivalente all’ammontare delle calorie) ma 4 volte tanto”, come se sotto stress si accumulasse il doppio.
Ma ci sono anche alcuni soggetti che in periodi di stress tendono a dimagrire, precisa infine la ricercatrice. C’è una spiegazione anche per loro: i loro nervi periferici rilasciano un altro messaggero chimico, la noradrenalina, che al contrario di NPY induce a bruciare più grassi.
Stress a parte, conclude la dottoressa Zukowska, se si riuscisse a manipolare questo meccanismo, si potrebbe indurre a comando l’eliminazione dei grassi e quindi il dimagrimento… »
Fonte:
Corriere Nazionale, 02/07/07
Riflessioni
Questa è un’ulteriore conferma che quando si vuole impostare un programma dietetico non è sufficiente il solo controllo dell’alimentazione ma bisogna intervenire a 360 gradi prendendo in considerazione cioè, anche l’aspetto psicologico, costituzionale e ormonale del paziente.
La cura omeopatica interviene proprio in questi punti, ottimizzando e velocizzando gli effetti del programma dietetico che da solo non è quasi mai sufficiente a garantire i risultati sperati. Un altro aspetto molto importante è infine quello farmacologico. Molti farmaci infatti possono causare aumento di peso e ritenzione idrica tramite alterazioni metaboliche o ormonali. L’omeopatia può offrire anche qui un valido aiuto in quanto spesso con la cura omeopatica si riescono a togliere o a diminuire gran parte dei farmaci imputati.
Antibiotici
e troppa igiene - Difese immunitarie in tilt
Nell’organismo
che non sa più produrre anticorpi si moltiplicano l’artrite reumatoide,
gli eritemi della pelle e le dermatosi croniche
« L’eccessiva igiene, l’uso massiccio di vaccini e antibiotici, hanno profondamente modificato il comportamento del sistema immunitario umano che ora ha molta più difficoltà a comprendere quando è il caso di produrre anticorpi per difendere l’organismo da qualche malattia, da quando invece non è necessario.
Il risultato? L’esplosione di patologie che fino a trent’anni fa erano rare o sconosciute. Il riferimento è soprattutto alle cosiddette malattie autoimmuni, dovute al sistema immunitario che aggredisce l’organismo, anziché proteggerlo.
Secondo le più recenti conclusioni di studiosi dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, dilagano soprattutto malattie come il diabete insulino-dipendente, disfunzioni della tiroide o della paratiroide e malattie dell’ovaio. Nel primo caso viene preso di mira il pancreas che, repentinamente, perde la sua naturale capacità di produrre insulina e quindi di regolare la quantità di zuccheri nel sangue. Negli altri casi abbiamo invece il sistema immunitario che si avventa sulla tiroide o gli organi riproduttivi femminili.
In realtà sono anche molte altre le malattie di questo tipo che si stanno diffondendo a macchia d’olio in Italia e in generale, in tutti i Paesi industrializzati. Ci sono l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico (LES) e la vitiligine…definita “malattia della modernità”… Alla luce luce di ciò gli scienziati di tutto il mondo stanno indagando per cercare di comprendere meglio queste malattie. Soprattutto si tende a sensibilizzare i medici di famiglia che, troppo spesso, davanti a patologie in cui il sistema immunitario va in tilt, brancolano nel buio: in un numero considerevole di casi la malattia autoimmune viene diagnosticata molto tardi, dopo un numero eccessivo di visite e uno spreco di risorse umane e finanziarie notevole. »
Fonte:
Libero - Scienza, 28/03/2007, pag. 35
Decine di morti sospette - Bloccato il nuovo farmaco
Stop della Pfizer ai test sul medicinale anti-colesterolo
« La Pfizer, la massima società farmaceutica del mondo, non produrrà il Torcetrapib, il suo nuovo e atteso farmaco contro il colesterolo. Il suo presidente Jeffrey Kindler ha ordinato la fine di tutte le ricerche e gli esperimenti, “a causa dell’ inaspettato numero di decessi e di problemi cardiovascolari riscontrati nei pazienti”, e ha chiesto che il Torcetrapib non venga più somministrato a nessuno. La Pfizer ha preso la decisione dopo che il Monitoring board, un organo di controllo indipendente, ha dato l’allarme. Il direttore del board, il dottor Philip Barter, ha detto di avere riscontrato “morti sorprendenti alla luce degli studi svolti in precedenza. Siamo tutti dispiaciuti - ha precisato - perché si trattava di un farmaco dal grande potenziale”.
CONTROLLI - Barter, un medico dell' Istituto di ricerca cardiovascolare dell' Australia, ha spiegato di avere svolto i più rigidi controlli coi suoi collaboratori per due anni e di avere creduto che il Torcetrapib fosse sicuro. La Pfizer, ha aggiunto, ha agito appena letto il suo rapporto. L’annuncio della società ha scosso l’America e suscitato polemiche al Congresso, dove i democratici, che ne assumeranno il controllo a gennaio, intendono riesaminare l’intera industria farmaceutica, una delle più proficue - e delle più protette dalla concorrenza straniera - degli Stati Uniti. Il Torcetrapib alza il livello del colesterolo cosiddetto buono, e andava somministrato con il Lipitor, che abbassa il livello di quello cattivo, e che è il farmaco più venduto al mondo. La Pfizer aveva condotto esperimenti su 7.500 pazienti con entrambi i farmaci, e su altri 7.500 con il solo Lipitor. “Purtroppo nel primo gruppo si sono riscontrati 82 decessi contro 51 nel secondo, una forte differenza che ha scosso tutti”, ha riferito il portavoce Paul Fitzhenry. Dal rapporto del Monitoring board, sembra che il Tercetrapib causasse un aumento della pressione, mentre il Lipitor non presentava problemi. Ha sottolineato il presidente Kindler: “Ci siamo subito preoccupati di salvaguardare i pazienti”.
INVESTIMENTI - Appena tre giorni fa la Pfizer aveva annunciato di essere pronta a chiedere alla Food and drug administration l’ autorizzazione a mettere il Torcetrapib sul mercato nel secondo semestre del 2007. La società aveva investito 800 milioni di dollari nel nuovo farmaco, e sperava di eguagliare col tempo le vendite annue del Lipitor di 12 miliardi di dollari. Secondo Kindler, il suo ritiro non danneggerà la Pfizer: “Le previsioni di bilancio del 2006 verranno rispettate”. Ma a Wall street si temono dure ripercussioni. Nel triennio 2005-2007 la società perderà brevetti per un totale di 14 miliardi di dollari, e il brevetto del Lipitor finirà nel 2011. Le sue quotazioni in borsa potrebbero soffrirne.
PROGRAMMI - A una conferenza stampa, Kindler ha evidenziato di avere in corso 242 programmi di ricerche ed esperimenti “su farmaci promettenti” e di credere che la Pfizer continuerà a eccellere in essi. Ha tuttavia ammesso che la società dovrà ridurre i costi e rinnovarsi. Il suo predecessore Hank McKinnell, dimessosi la scorsa estate, aveva già previsto una riduzione del 20 per cento del personale addetto alle vendite, e potrebbero seguirne altre. Kindler ha riscosso il plauso della Food and drug administration.
L’OBIETTIVO - Il Torcetrapib della Pfizer è stato concepito come farmaco in grado di alzare il livello di colesterolo buono e quindi capace di diminuire il rischio di infarti e ictus.
LA SPERIMENTAZIONE - È stata condotta su 15.000 pazienti: tra i 7.500 trattati con Torcetrapib e il tradizionale Lipitor i decessi sono stati 82, 31 in più rispetto a quelli curati solo con il secondo medicinale.
I PRECEDENTI. 2001 La Bayer, nel 2001, ha ritirato dal commercio il farmaco anticolesterolo Lipobay, a base di cerivastatina: avrebbe provocato 52 morti; 2004 Antinfiammatorio di nuovo tipo, il Vioxx (a base di rofecoxib), nel 2004 è stato ritirato dalla Merck per l’ aumentato rischio di infarto miocardio; 2005 Biogen Idec ed Elan Corporation nel 2005 hanno ritirato dal mercato il Tysabri, un nuovo trattamento per la sclerosi multipla approvato con procedura rapida pochi mesi prima. »
Fonte:
Corriere della Sera, 04/12/06
La febbre? Meglio se alta
L’organismo
reagisce più in fretta. La temperatura elevata stimola il sistema
immunitario a riconoscere e attaccare con estrema rapidità gli
agenti infettivi
« Roma – Febbre alta? Forse è meglio non abbassarla, perché la temperatura elevata stimola il sistema immunitario a riconoscere ed attaccare con estrema rapidità gli agenti infettivi che hanno invaso l’organismo.
E’ quanto suggerisce uno studio effettuato sui topi e pubblicato in questi giorni sulla rivista
Nature Immunology. La febbre,infatti, raddoppia il numero di linfociti che passano per i linfonodi (la sede dove i linfociti migliori vengono selezionati e moltiplicati, per mandarli all’attacco dei patogeni attraverso il circolo sanguigno), spiega Sharon Evans che ha diretto lo studio al
Roswell Park Cancer Institute di Buffalo, New York.
“ Non stiamo certo consigliando di non abbassare la febbre tourt court - dichiara la Evans - ma i nostri risultati fanno sorgere qualche dubbio sui vantaggi di abbassare la temperatura, infatti abbiamo trovato un meccanismo fisiologico per innalzare la sorveglianza immunologia dell’organismo”.
Gli esperti hanno sperimentato gli effetti della febbre sui topi: sperimentalmente hanno loro causato un “febbrone”, portando la temperatura a 39,5 gradi centigradi, ovvero 2,6 gradi sopra la norma. L’effetto è stato notevole: i linfonodi, che sono le sedi deputate a scegliere le migliori “cellule killer” per poi moltiplicarle e mandarle all’attacco, diventano più efficaci e veloci in questa operazione e il numero dei linfociti che entra e viene selezionato nei linfonodi raddoppia. In pratica, la febbre rende più efficiente il sistema di sorveglianza immunologico dell’organismo, che entra più prontamente in azione e mette sotto controllo l’infezione.
“ Le terapie basate sul calore hanno una storia antichissima - ha concluso Evans - e questo studio. Pur non volendo essere un suggerimento a non tenere sotto controllo febbri alte, potrebbe indirizzare verso nuove terapie basate sul calore per curare diverse malattie”. Insomma un passo in avanti nella sperimentazione che può portare ad affrontare in modo diverso la cura di alcune malattie. »
Fonte:
Corriere Nazionale, 16/11/06, pag. 5
Riflessioni
Utilizzare il calore per abbassare la febbre, cos’è questa se
non l’applicazione della “Legge dei Simili” omeopatica? L’omeopatia
da sempre utilizza questo principio di cura, che venne già individuato
da Ippocrate, padre della medicina, nel IV sec. a.C.. Per abbassare
la febbre infatti, si usano rimedi omeopatici che, in una persona
sana, sono in grado di provocare sintomi febbrili. Simile cosa
fanno i Tuareg del deserto che per contrastare la sete intensa
provocata dal caldo del deserto, bevono tè bollente. Il caldo
somministrato non è lo stesso ma è pur sempre caldo.
Dopo quasi due secoli la scienza tradizionale sta confermando
la validità della Legge dei Simili, mancano ad essa però i mezzi
per poterla applicare nelle diverse patologie (come curare una
febbre usando farmaci che aumentino ancora di più la temperatura?).
Hahnemann (fondatore dell’omeopatia) invece, più di due secoli
fa ebbe la geniale intuizione, confermata poi sperimentalmente,
di utilizzare sostanze diluite e dinamizzate (i rimedi omeopatici)
per poter applicare il principio di similitudine in moltissimi
disturbi, senza provocare un pericoloso aggravamento della sintomatologia
in atto.
Applicare la Legge dei Simili in medicina, significa andare il
più possibile incontro alla Natura, incontro cioè al tentativo
dell’organismo di ristabilire il proprio equilibrio (se compare
la febbre ad esempio, è quasi sempre per combattere i virus o
i batteri che l’hanno provocata) e questa, a nostro avviso e quando
è possibile, è la strada migliore per poter attuare una terapia
che sia dolce, efficace e duratura al tempo stesso.
Dott.
Tancredi Ascani
Iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Perugia che praticano
Medicine Non Convenzionali per la disciplina Medicina
Omeopatica
Vaccino antinfluenzale: quanto serve veramente?
Un esperto, Tom Jefferson, riesamina le ricerche della sua efficacia. Il verdetto: mancano le prove
« …Chi scompiglia uno scenario ormai scontato è Tom Jefferson, esperto di vaccini di livello internazionale, nato a Viareggio da mamma italiana e papà britannico, responsabile del Cochrane Vaccines Field di Anguillara, nei pressi di Roma. Epidemiologo noto per la sua capacità di dissacrare certezze consolidate e la presunta “solidità” dei risultati di una ricerca scientifica inquinata da conflitti di interesse e smanie di carriera, pubblica su uno degli ultimi numeri della rivista inglese British Medical Journal un’indagine sull’influenza assolutamente “speciale”. Speciale perché il ricercatore ha fatto un accuratissimo lavoro di revisione che non era fin’ora venuto in mente a nessuno: ha setacciato tutti gli studi sul vaccino antinfluenzale, sulla sua efficacia nella popolazione generale, nei bambini ma soprattutto negli anziani, candidati d’elezione alla “punturina” perché destinati ad andare incontro alle complicazioni della malattia, polmoniti e bronchiti gravi. Ebbene le evidenze che questa iniezione (intramuscolare) sia lo scudo contro un sacco di malanni appaiono improvvisamente incerte: soprattutto per quanto riguarda gli anziani, gli studi ci sono, ma non sono realizzati con metodi di selezione validi. Ad esempio dei 40 che Jefferson ha trovato per verificare l’efficacia del vaccino nella popolazione di età avanzata che vive nelle case di riposo, solo 26 riportavano i dati sui ceppi virali influenzali in circolazione in quella stagione e solo 21 fornivano informazioni su quelli contenuti nel vaccino. Pochissime anche le ricerche in cui il gruppo dei vaccinati fosse messo a confronto con un gruppo di non (il famoso “controllo”).
Ma emergono limiti anche sulla sicurezza del vaccino, sul fatto, cioè, che non causi effetti collaterali importanti nella settimana successiva all’iniezione: dei tantissimi studi fatti, solo cinque hanno preso in considerazione quest’aspetto. Se le certezze per gli anziani vacillano, si disintegra nel nulla qualsiasi convinzione di un effetto protettivo sulla popolazione sana in generale: non c’è dimostrazione che la vaccinazione risparmi giorni di lavoro, riduca i ricoveri in ospedale e, in ultima analisi, la mortalità in chi ha meno di sessantacinque anni. Altro punto debole, anzi debolissimo, è l’efficacia della vaccinazione nei bambini sotto i due anni di vita che risulta pari a quella del placebo, cioè di un vaccino che contenga acqua fresca…
Sta di fatto che la vaccinazione contro l’influenza in Italia è coperta in larga misura dallo Stato, ora dalle Regioni, comunque dai soldi dei cittadini… In Italia si vendono ogni anno 16 milioni di dosi di vaccino; ¾ pagate dal SSN…
Alla luce delle considerazioni emerse dal lavoro di Jefferson, ci chiediamo però se abbia senso continuare, come se niente fosse successo, le campagne per arrivare a vaccinare tutti gli over 65… Ma mentre ci arrovella non poco il dubbio, Jefferson affonda ancora di più il coltello nella piaga, affermando che tutta l’emergenza influenza è un artefatto, creato facendo un gran miscuglio di virus influenzali e para-influenzali. La verità è che non disponiamo di una rete di sorveglianza capace di distinguerli. »
Fonte:
Corriere della Sera, 12/11/06 http://archiviostorico.corriere.it/2006/novembre/12/Vaccino_antinfluenzale_quanto_serve_veramente_co_9_061112015.shtml
L'
omeopatia classica è efficace nelle malattie croniche e dimezza il consumo dei farmaci
« Pubblicato da un’equipe di epidemiologi dell’Università di Berlino, per la prima volta sono stati studiati gli effetti a lungo termine dell’omeopatia nella pratica clinica corrente. Lo studio è stato compiuto da
103 medici omeopati diplomati in
omeopatia classica [1].
Lo studio ha coinvolto 3981 pazienti (di cui 1139 bambini) affetti nella quasi totalità da malattie croniche (le più comuni erano
rinite allergica negli uomini, cefalea nelle donne,
dermatite atopica nei bambini). Dopo
24 mesi è stato effettuato il controllo del risultato della terapia omeopatica, utilizzando un sistema che permetteva di controllare non solo l’evoluzione della malattia principale ma anche della totalità dei sintomi (e quindi lo stato di salute complessivo). Questi i risultati:
adulti: la gravità della malattia è diminuita di
oltre il 50% (da 6.2 a 3.0)
bambini: la gravità della malattia è diminuita di
oltre il 70% (da 6.1 a 2.2)
Contemporaneamente si è osservato un miglioramento dello stato di salute generale sia negli adulti che nei bambini. Lo stato di salute è stato valutato con un questionario validato internazionalmente (SF-36).
Inoltre, il consumo di medicinali convenzionali passò dal
45% all’inzio dello studio al
26.8% dopo 24 mesi.
Lo studio è molto importante in quanto:
1. dimostra su di un ampio gruppo di pazienti, seguiti per lungo tempo, che la medicina omeopatica è
altamente efficace, cioè modifica in modo sostanziale il decorso della malattia del paziente (diminuzione di gravità della malattia dal 50 al 70%);
2. conferma che l’efficacia sulla singola malattia si ha in quanto il medicinale omeopatico, a differenza di quello convenzionale, ha un’azione d’insieme su tutto l'organismo (cura la malattia e l’individuo, infatti lo stato di salute complessivo migliora);
3. dimostra che questi risultati sono stati ottenuti con l’omeopatia classica: questa metodica quindi, non solo ha solide basi scientifiche (è basata su dati sperimentali, le sperimentazioni sull’uomo sano), ma dà anche importanti risultati clinici;
4. sottolinea l’importanza della competenza dei medici omeopati per ottenere risultati così favorevoli: dopo un training in omeopatia, i medici dovevano avere almeno 3 anni di pratica clinica per partecipare allo studio;
5. dimostra che in un periodo di tempo medio (2 anni) il consumo di farmaci convenzionali diminuisce quasi del 50%. Lo studio non è stato progettato per valutare il risparmio economico prodotto dalla medicina omeopatica classica ma
è evidente che l'omeopatia, usata su larga scala, produce un enorme risparmio come costo, in farmaci convenzionali.
Inoltre l’omeopatia classica costa molto poco perchè usa
un solo medicinale omeopatico, composto da una sola sostanza. Questi medicinali, detti Unitari, costano in media 4-8 euro e si utilizzano a lungo.
Nota:
[1]
omeopatia classica: metodologia omeopatica in cui si utilizza un solo medicinale omeopatico per volta basandosi, per la prescrizione, sulla totalità dei sintomi del paziente (e non su un sintomo o due, come si fa normalmente nella medicina convenzionale). »
Claudia Witt1, Rainer Lüdtke2, Roland Baur1, Stefan N Willich1.
Pratica medica omeopatica: I risultati a lungo termine di uno studio di coorte su 3981 pazienti. BMC Public Health. 2005 Nov 3;5:115
1Istituto di Medicina Social]e, Epidemiologia, Economia della Salute; Centro Medico dell’Università di Charité, D-10098 Berlino, Germania
2Fondazione Karl e Veronica Carstens, Deimelsberg 36, D-45276 Essen,Germania
Fonte:
Andrea Valeri, resp. dipartimento di ricerca scientifica, Soc.
Italiana di Medicina Omeopatica
Medicinali
inefficaci per metà dei pazienti
Londra, la denuncia di un direttore della GlaxoSmithKline
« Che le medicine non funzionino sempre e che quel che fa bene a uno non serva a un altro è scontato, ma, se il problema viene sollevato da una persona che ricopre un ruolo importante in una industria farmaceutica, fa scalpore. Ieri il quotidiano The Independent ha dato grande risalto alle dichiarazioni di Allen Roses, direttore della divisione di ricerche genetiche della GlaxoSmithKline, il quale ha ammesso candidamente che per quasi la metà dei pazienti i farmaci con cui si stanno curando sono inefficaci. Acqua fresca o, peggio, fonte di fastidiosi effetti collaterali. “Ma il problema è la classica tempesta in un bicchiere d' acqua - afferma Giuseppe Recchia, direttore medico della divisione italiana della GlaxoSmithKline -. Che i farmaci non siano efficaci al 100% in tutti i malati, ai quali vengono dati, è un fatto noto, anzi arcinoto. Se avessimo raggiunto questo traguardo, non ci sarebbe bisogno della ricerca: potremmo
utilizzare i tanti preparati, fin troppi, di cui disponiamo”. “Io credo che sia necessario metterci d' accordo su cosa intendiamo per farmaco efficace - prosegue Recchia -; la scienza, ma anche le autorità regolatorie, sia europee sia nazionali, ritengono tale un farmaco che ha dimostrato di migliorare lo stato di salute di un gruppo di persone in una misura significativamente superiore rispetto all' assenza di trattamento, ma anche rispetto alla migliore terapia disponibile fino a quel momento. Se vediamo le cose in questa chiave, che è realistica, anche il 2% in più di probabilità di guarigione rappresenta un grande vantaggio. Faccio un esempio: nessuno oggi autorizzerebbe la commercializzazione di un farmaco per la pressione alta che funzionasse nel 30% soltanto dei pazienti, ma la messa sul mercato avverrebbe in tempi fulminei se si scoprisse una molecola capace di dare una speranza di sopravvivenza accettabile al 30% delle persone colpite da un tumore al polmone». L' equivoco probabilmente nasce dal fatto che la maggior parte di noi considera i farmaci senza chiaroscuri; un medicinale, se è indicato per una certa patologia, deve sortire lo stesso effetto in tutti quelli che lo prendono.
Equivoco alimentato dall' industria che nel marketing di un nuovo preparato si guarda bene dal pubblicizzare il problema dei non “responder”; gli addetti ai lavori sanno che esiste una quota di persone refrattarie a quella terapia, ma il dato resta, per lo più, in penombra. “Bene ha fatto Allen Roses a metterlo in risalto - prosegue Recchia -. E' un problema noto ai medici, ai ricercatori e alle industrie che, proprio in questi ultimi anni, hanno investito milioni di euro in un nuovo settore della ricerca, la farmacogenetica che si propone di adattare le cure modellandole sul patrimonio genetico delle persone malate”. L' ipotesi di partenza è che, conoscendo per ogni individuo i geni (frammenti del Dna) che governano la produzione delle proteine coinvolte nel processo di assorbimento e di degradazione del farmaco all' interno dell' organismo, si possa prevedere chi risponderà positivamente a quel trattamento e chi no. Un cammino lungo e complesso che, partito dalle scoperte sul genoma, punta all' individualizzazione delle cure e alla riduzione degli effetti collaterali. Quello che lo stesso Roses, in un articolo comparso sulla rivista Lancet qualche anno fa, definì “la medicina giusta per il giusto paziente”. La GlaxoSmithKline è, fra le industrie, una delle più impegnate e su questo nuovo versante: le affermazioni di Roses vanno, perciò, lette anche come promozione di un settore della ricerca che gli sta a cuore. Ma i risultati della farmacogenomica non sono vicinissimi. Come risolvere il problema oggi? “Attenzione al disfattismo - risponde Gianfranco Gensini, preside della Facoltà di medicina e chirurgia dell' Università di Firenze -. Noi medici siamo consapevoli dei limiti delle cure che proponiamo e difficilmente ci affidiamo a un solo farmaco, ad esempio nella cura dell' ipertensione. Ne proviamo più di uno, informando il malato che esiste la possibilità che sia un “non responder”. Ma la comunicazione deve essere ben calibrata; altrimenti si ingenera sfiducia e otteniamo, come unico risultato, la compliance zero, ovvero l' abbandono del trattamento ».
Fonte:
Corriere della Sera, 09/12/03, pag. 23
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