RICERCA SCIENTIFICA OMEOPATICA

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Il principio del simile negli eventi iatrogeni fatali

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 11:52 am

Hahnemann sistematizzò il principio del simile a partire dall'osservazione che le sostanze a dosi infinitesimali curavano sintomi determinati da dosi ponderali.

Basandosi su osservazioni sperimentali Hahnemann anticipò il concetto di omeostasi (espresso nel 1921 dal fisiologo MB Cannon), dividendo gli effetti delle sostanze in azione primaria della medicina seguita da una azione secondaria o reazione dell'organismo. Questa reazione, conosciuta come effetto rebound o azione paradossa dalla moderna farmacologia, che è usata per svegliare la risposta curativa dell'organismo quando il principio di similitudine è applicato, è responsabile di molte malattie iatrogene quando è utilizzata sulla base del principio dei contrari. In una recente pubblicazione, M.Z. Texeira ha studiato gli effetti paradossi di alcuni farmaci di uso comune attraverso lo studio della letteratura disponibile (Medline, siti delle Università, agenzie di salute governative, etc.).

Acido acetil salicilico (ASA) - Quando utilizzato secondo il principio dei contrari la sua azione primaria, in quanto inibitore non selettivo della ciclo-ossigenasi, è inibire la produzione di trombi. Ma studi sperimentali in vivo e in vitro dimostrano che, dopo l'interruzione o la discontinuazione dell'ASA, aumenta l'aggregazione piastrinica così come la probabilità di eventi tromboembolici. Questo effetto, peraltro, è del tutto identico a quello prodotto negli studi con l'uso di dosi infinitesimali dell'ASA. Così i pazienti in profilassi con ASA dopo un infarto cardiaco sono più esposti al reinfarto dei pazienti che non avevano fatto questa profilassi. Ne consegue che i pazienti devono essere avvertiti che, dal momento che l'uso di aspiririna è importante nel prevenire accidenti tromboembolici, è indispensabile non interrompere bruscamente l'assunzione allo scopo di prevenire seri accidenti tromboembolici da cause iatrogene.

COX2 - Nel settembre del 2004 il rofecoxib fu ritirato in conseguenza della pubblicazione di studi che dimostravano un aumentato rischio di infarto miocardio nei pazienti che lo assumevano. Su 1,4 milioni di pazienti consumatori, 8.199 avevano sofferto di attacchi di cuore durante l'assunzione di Rofecoxib. I COX2, come l'ASA, sono anch'essi farmaci inibitori della cicloossigenasi. Non solo: dati simili, riguardo il rischio di fenomeni trombotici, sono stati ottenuti anche studiando le conseguenze di altri analoghi anti-infiammatori come il naprossene e il diclofenac.

Anti-depressivi - Anche con questi farmaci è stato osservato un analogo fenomeno di rebound.Così, nel maggio 2006, i risultati di uno studio clinico effettuato su 15.000 pazienti consumatori di paroxetina ha evidenziato una incidenza di suicidi sei volte maggiore. Ugualmente, altri ansiolitici sedativi e antidepressivi possono provocare, quando sospesi o discontinuati, una esacerbazione dei sintomi soppressi dal farmaco: depressione, mania, ansietà, panico, sonnolenza.

Broncodilatatori - Anche dopo la sospensione dei broncodilatatori si osserva, come effetto rebound, la broncocostrizione, con aggravamento di asma severa e aumento della mortalità.

L'autore conclude che l'omeostasi produce una reazione dell'organismo finalizzata alla ricostituzione dell'equilibrio interno alterato dai farmaci o da eventi emozionali e da stimoli esterni. Questa azione secondaria è dimostrata per centinaia di farmaci moderni utilizzati secondo il principio dei contrari. Il rebound, talvolta, è di intensità simile alla intensità della soppressione del sintomo prodotto dalla dose terapeutica usata secondo il principio dei contrari. Alle stesse conclusioni, conclude Texeira, era giunto Hahnemann mediante l'osservazione sperimentale.

Fonte:
Homeopathy, 2006, 95, (4), 229
Articolo di Simonetta Bernardini
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Trattamento isopatico della Salmonella enteriditis nel pollo

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 12:44 pm

Le salmonellosi sono un problema comune dei polli di allevamento in tutto il mondo ed esso è associato con il diffondersi della salmonellosi umana veicolata dal cibo. Non vi sono metodi pienamente soddisfacenti del controllo del problema. Tra le salmonelle tenute sotto sorveglianza (S. agona, S. infantis, S. tiphymurium, etc.), la Salmonella enteriditis è quella maggiormente studiata, dal momento che la sua presenza negli animali di allevamento è responsabile di vere e proprie epidemie provocate da carni di pollo e uova infette. L'utilità della terapia isopatica nel trattamento preventivo delle infezioni animali è stata già indagata in altri studi di veterinaria; in particolare, uno studio realizzato a Cuba riporta l'efficacia dell'isopatia nel ridurre le mastiti subcliniche bovine, mentre uno studio in Germania evidenzia l'efficacia del trattamento omeopatico nel ridurre le infezioni respiratorie dei maiali da allevamento. Tra l'altro, particolare non di secondo piano, vi sono chiare evidenze che la terapia omeopatica è più efficace nel caso in cui gli animali vengano trattati (come accade in tutti gli allevamenti a scopo preventivo) con dosi ridotte di antibiotici, rispetto ai casi in cui la terapia omeopatica si combini con la dose terapeutica piena dell'antibiotico. Nel caso dei polli di allevamento, l'antibioticoterapia è ritenuta indispensabile allo scopo di prevenire le malattie degli animali allevati ma essa, tuttavia, incrementa lo sviluppo delle Salmonella nonché la loro resistenza agli antibiotici stessi. Inoltre comporta il passaggio dell'antibiotico nelle carni alimentari.
In un recentissimo lavoro brasiliano condotto dal gruppo di A. Berchieri, è stato preparato un nosode per un ceppo di Salmonella enteriditis resistente sia all'acido nalidixico che alla spectinomicina; il ceppo in questione è stato portato alla D30 potenza secondo le regole della farmacopea omeopatica brasiliana, in due differenti formulazioni: al 30% e al 70% in alcool. 180 pulcini di un giorno sono stati divisi in quattro gruppi: due gruppi di controllo e due gruppi trattati con le due differenti preparazioni del nosode. Il trattamento è stato somministrato insieme all'acqua da bere per 10 giorni. Tutti i polli sono stati testati per 20 giorni dopo la fine della terapia omeopatica per la ricerca della Salmonella sia nelle secrezioni della bocca che nelle feci. I risultati sono eccezionali: già al 9° giorno dopo l'interruzione della terapia omeopatica risultavano portatori il 20% dei polli trattati con il nosode al 30% di alcool, e solo il 13% dei polli trattati con nosode al 70% di alcool, mentre il 40% dei polli di controllo risultava portatore di Salmonella enteriditis. Ma un dato ancora più interessante è quello riferito alla ripetizione dei test: al 20° giorno risultava ammalato solo il 2% dei polli trattati con nosode al 30% di alcool, nessun pollo di quelli trattati con nosode al 70% di alcool e ben il 40% dei polli di controllo. Indiscutibile dunque l'efficacia del medicinale omeopatico, ma l'evidenza di una maggior efficacia delle preparazioni di isopatici a maggior grado alcolico dovrà essere più compiutamente compresa.

Fonte:
Homeopathy, 2006, 95, (2), 94
Articolo di Simonetta Bernardini
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Belladonna efficace nell'epilessia dei cani

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 12:50 pm

Un risultato positivo nella ricerca in omeopatia ha senso solo se si affianca ad altri risultati significativi. La verità si trova solo inseguendola dalle pagine di un articolo pubblicato a quelle di un altro articolo. La ricerca in omeopatia veterinaria, in questo senso, viene scritta sul retro dei fogli della ricerca in campo umano. E' questo il senso dello studio pubblicato su Homeopathy nel gennaio di questo anno. L'articolo riporta un trial clinico sull'uso di Belladonna 200CH nell'epilessia idiopatica dei cani. L'autore ha studiato 10 cani, di età e razza variabile, giunti alla osservazione della Divisione di Medicina dell'Istituto di Ricerca Veterinaria di Izatnagar, in India, con una storia di manifestazioni convulsive; al momento dello studio gli animali presentavano da 1 a 5 episodi di convulsioni tonico-cloniche generalizzate ogni settimana della durata di 1-3 minuti ed accompagnati da perdita di coscienza, alterato tono muscolare, salivazione e perdita involontaria di feci ed urine. In tutti gli animali era stata stabilita la diagnosi di epilessia idiopatica dopo le usuali indagini ematochimiche, radiologiche, oftalmoscopiche e parassitologiche.
Durante la fase convulsiva, ai dieci cani in osservazione venivano somministrate 3-4 gocce di Belladonna 200CH per via perlinguale, ad intervalli di 15 minuti per un ora, sino alla riduzione delle convulsioni; in seguito il farmaco veniva somministrato 4 volte al dì per i giorni successivi. Il numero degli attacchi convulsivi si è ridotto a 2-3 nel corso delle prime due settimane di trattamento. Nelle successive due settimane gli episodi acuti sono risultati occasionali. Inoltre la continuazione del trattamento con Belladonna ha permesso di registrare l'assenza di fenomeni convulsivi in un periodo di osservazione variabile dai 2 ai 7 mesi. In due casi si è registrata una ripresa delle convulsioni 15-20 giorni dopo la sospensione della terapia. In questi animali il recupero del trattamento ha permesso di controllare l'irrompere degli episodi convulsivi. I proprietari degli animali sono stati pertanto istruiti a continuare la terapia con Belladonna con due somministrazioni quotidiane sino a due mesi dopo la scomparsa della sintomatologia convulsiva.
L'autore suggerisce che la scelta di Belladonna sia stata fatta sulla base della violenza degli attacchi e sulla brutalità di inizio della sintomatologia. L'autore conclude sottolineando l'efficacia del trattamento omeopatico in questa condizione; rileva inoltre l'assenza in questi animali di induzione enzimatica, presente al contrario non raramente nel trattamento cronico di questa sindrome con farmaci allopatici. La ricerca in medicina veterinaria sembra racchiudere un concentrato potente di verità che bisogna mettere nell'acqua, come un fiore giapponese, per vederlo dispiegarsi.

Fonte:
Homeopathy, 2007, 96, (1), 46
Articolo di Massimo Saruggia
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Arnica ed Echinacea per medicare il moncone ombelicale

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 1:21 pm

L'European Journal of Pediatrics ha segnalato in una lettera un interessante studio clinico controllato sulla durata di distacco del moncone ombelicale in relazione alle diverse applicazioni di preparati ad uso topico. Lo studio è stato condotto su 400 neonati a termine in buono stato di salute, suddivisi in sei gruppi sottoposti a differenti medicazioni: A) medicazione con garza asciutta e pannolino ripiegato al di sotto del moncone in 100 casi; b) alcol 70% in 50 casi; c) argento micronizzato puro in spray in 50 casi; d) argento micronizzato puro in spray e pannolino ripiegato al di sotto del moncone in 50 casi; e) argento micronizzato puro in polvere in 50 casi; f) misto di arnica ed echinacea in polvere (100 casi). Oltre all'obiettivo principale dello studio, rappresentato dall'abbassamento del tempo di caduta del moncone, altri elementi sono stati considerati, tra i quali la frequenza delle infezioni, gli eventi avversi, la compliance e, non ultimo, la soddisfazione delle persone coinvolte nelle cure del neonato. In tutti i casi presi in considerazione, la caduta del moncone è avvenuta senza problemi o complicanze, ma è stato davvero sorprendente il primato nei tempi di caduta riscontrato nel gruppo che aveva utilizzato la miscela di Arnica ed Echinacea in polvere. Dalla media di 12-14 giorni dei primi due gruppi (garza asciutta e alcol) si passa a quella di 8-9 giorni del terzo, quarto e quinto gruppo (argento micronizzato puro in spray o in polvere), mentre il tempo medio di caduta del moncone del sesto gruppo (Arnica/Echinacea) è stato di soli quattro giorni. Lo studio ha dunque confermato in modo statisticamente significativo il precoce distacco del moncone, senza eventi avversi, quando questo venga medicato con Arnica ed Echinacea in polvere.

Fonte:
European Journal of Pediatrics, 2003, 162: 350
Articolo di Luisella Zanino
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Omeopatia e ricerca scientifica: proposte metodologiche

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:07 pm

La crescente popolarità dell'omeopatia, a dispetto della attuale difficoltà nel descriverne i meccanismi d'azione, non raffigura gli omeopati come dei guaritori prestati alla medicina.

La letteratura omeopatica più recente è tutta tesa a far crescere ed organizzare la ricerca clinica e di base e a dare ad essa la medesima forma aperta e dinamica che caratterizza la medicina convenzionale. Un esempio di questa tensione ci viene fornito da un lavoro di Oberbaum dell'Istituto di Ricerca sulle Medicine Complementari di Gerusalemme. L'articolo, comparso sul JCAM, contiene un'ampia riflessione sulle difficoltà incontrate nell'adattare la metodologia di valutazione della medicina convenzionale agli studi clinici in omeopatia. Ma Oberbaum non si limita ad osservare le difficoltà. Egli propone soluzioni che sembrano permettere di legare le esigenze di due diversi paradigmi e di due differenti modi di intendere il processo di guarigione.
Il punto dal quale partire - suggerisce Oberbaum - è che l'omeopatia, al contrario della medicina convenzionale, interpreta la malattia come una condizione di sofferenza, specifica di una certa persona, che si esprime con un insieme di sintomi mentali, emozionali e fisici. In questo senso ogni persona sofferente è sofferente di una malattia, in sé, unica. Inoltre - precisa l'autore - la dinamica del processo di cura è diverso. In un soggetto iperteso l'obiettivo del trattamento omeopatico viene raggiunto in un modo più complesso, che non si riduce alla semplice normalizzazione dei valori pressori. La valutazione dei risultati del trattamento omeopatico deve tenere conto di fattori come il possibile aggravamento iniziale dei sintomi, la comparsa e la successiva scomparsa di vecchi sintomi, e la necessità di variare il rimedio nel corso della cura. La disattenzione verso queste specificità del processo di guarigione può portare all'insuccesso nella stesura del protocollo di uno studio clinico e nella cattiva interpretazione dei suoi risultati.
Oberbaum riassume due diverse metodologie per allestire uno studio clinico in omeopatia.
La prima, e la più significativa, strategia è quella che prevede una prescrizione libera del rimedio omeopatico ad ogni soggetto che fa parte dello studio clinico; in seguito, dopo l'indicazione di quale sia il rimedio più corretto per il paziente, il soggetto è assegnato in modo randomizzato al gruppo vero o al gruppo placebo. Se da un lato questa metodologia è in grado di mostrare le più profonde possibilità di cura dell'omeopatia, dall'altro richiede un omeopata esperto ed inoltre è realmente riproducibile solo dallo stesso omeopata e con la medesima popolazione. Nella esperienza dell'autore le condizioni patologiche più promettenti di risultati secondo questa prima metodologia sono: le sinusiti, gli stadi iniziali delle epatopatie croniche, la sterilità femminile, il colon irritabile e la prostatite cronica. Il secondo tipo di metodologia è quella che Oberbaum chiama di "studio su keynote" e si fonda sull'esperienza che un certo raggruppamento di sintomi che il paziente mostra risponde ad un particolare rimedio. Vengono selezionati per lo studio e suddivisi poi random nel gruppo attivo o in quello placebo soltanto i pazienti con quel particolare quadro sintomatologico. Un esempio di questa metodologia è un trial clinico sul trattamento omeopatico della sindrome premestruale (Yakir, 2001) con Lachesis nelle pazienti che presentavano un miglioramento del quadro clinico con la comparsa del flusso mestruale, un intensa sensibilità al caldo, un aggravamento dei sintomi al mattino, ed un netta ipersensibilità alla pressione alla gola o alla vita. Tuttavia questo tipo di pratica richiede che i sintomi chiave vengano selezionati da un panel di esperti.
Oberbaum sottolinea che, al di là della scelta del disegno sperimentale, è essenziale rispettare alcune regole di fondo che riguardano la diversa durata del trattamento a seconda del grado di cronicità della malattia da studiare, le implicazioni del frequente aggravamento dei sintomi nel primo mese di cura, la valutazione delle medicazioni allopatiche assunte dai pazienti nel passato remoto e nel prossimo (antibiotici e steroidi in particolare negli ultimi tre mesi). L'autore suggerisce di protrarre le osservazioni, a dispetto di un apparente insuccesso, poiché il processo curativo è dinamico e passa attraverso vari stadi e la persona malata è osservata come ricoperta da vari strati patologici che richiedono per essere rimossi tempo e variazioni di rimedio. "L'enfasi sulla sola efficacia di un intervento che anima gli studi convenzionali non appare - secondo Oberbaum - giustificata. Altre evidenze, più complesse, l'omeopata richiede al processo di cura: la sicurezza e l'effectiveness, nuovi e sempre più richiesi parametri di valutazione".

Fonte:
JCAM, 2003, 9, (1), 105
Articolo di Massimo Saruggia
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Omeopatia vantaggiosa nelle rinofaringiti infantili

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:10 pm

Non solo incremento della qualità di vita e verifica dell'efficacia, ma anche parametri farmacoeconomici cominciano ad essere oggetto di studio da parte dei ricercatori clinici che vogliono avere le idee più chiare sul fenomeno "omeopatia". Con queste premesse un gruppo di studio coordinato dalla francese M. Trichard ha voluto valutare l'impatto clinico e di spesa farmaceutica delle due strategie messe a confronto, quella omeopatica e quella "antibiotica, nel trattamento delle rinofaringiti ricorrenti di un gruppo di pazienti di area pediatrica. Lo studio, di tipo prospettico e protratto per un periodo di osservazione di sei mesi, è stato oggetto di pubblicazione su Homeopathy e ha arruolato 499 bambini di età compresa tra i 18 mesi e i quattro anni, suddivisi in gruppi omogenei sulla base del tipo di farmaco prescritto.
Al termine del periodo di studio la strada omeopatica è risultata essere quella che ha apportato un miglior risultato in termini di numero di episodi (p<0,001)e di numero di complicazioni (p<0,001); anche la qualità di vita dei genitori, determinata mediante una scala di valutazione nota come Par-Ent-Qol, ha registrato un miglioramento dello score globale (p<0,01).
La componente di impatto economico è stata confrontata sulla base dei dati messi a disposizione dalla Social Security francese, evidenziando una spesa media di 88 euro da parte dei genitori che hanno scelto l'approccio omeopatico contro i 99 euro di chi aveva utilizzato una strada farmacologicamente "convenzionale" (p<0.05). Il dato farmacoeconomico è stato anche arricchito dalla valutazione dei giorni lavorativi che normalmente i genitori sono costretti a perdere per questo tipo di problematiche e che normalmente si aggira intorno al 31,6%: la scelta "omeopatica" ha permesso di limitare questa cifra al 9,5%, con un rilevante abbassamento dei costi sociali indiretti legati a questo tipo di patologia cronica pediatrica.

Fonte:
Homeopathy, 2005, 94, (1), 3
Articolo di Antonella Bondi
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Audit clinico in omeopatia come metodo di misurazione...

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:16 pm

Audit clinico in omeopatia come metodo di misurazione dell'efficacia.

La difficoltà che, riconosciuta dai più, pervade la ricerca clinica in medicina e che prende la forma di domande imbarazzate come quella che si pone un editoriale di Lancet: "Dove sta andando la medicina o meglio dove sta tornando?" (The soft science of medicine - Lancet, 2004, 368), sembra essere alimentata continuamente da un dualismo apparentemente insormontabile tra lo studio dei molti, che sovente sostituisce ai pazienti una popolazione statistica di individui malati potenziali e quello dell'uno - del paziente singolo, sentito come non avvenente, mentre al contrario può essere salace e sottile. Per suturare questa separazione si progetta di operare un ritorno alle sorgenti della ricerca clinica, dopo un lungo giro per l'oceano del sapere. Questo ritorno si avvale di nuovi modelli d'indagine clinica come lo studio del caso singolo (secondo lo nuova prospettiva illustrata da M. Jenicek) e l'utilizzo del modello di audit clinico. Il termine audit clinico ha il significato di un esame sistematico con lo scopo di verificare che le attività svolte, sul piano della qualità e dei risultati, siano congrui con obiettivi precedentemente stabiliti. Anche in omeopatia questo modello di studio sta consolidandosi e su Homeopathy sono sempre più frequenti i lavori che utilizzano questo metodo di esplorazione dei risultati clinici. E' il caso del lavoro di R. Sevar che è appunto un audit clinico condotto su 455 pazienti (1100 consultazioni) osservati nel corso della pratica privata e giunti alla osservazione dell'omeopata per una serie di malattie croniche nelle quali il trattamento convenzionale aveva dato risultati negativi o deboli oppure era controindicato per gli effetti collaterali. L'analisi dei risultati del trattamento omeopatico sottolineava che 304 pazienti (66.8%) aveva avuto un risultato positivo; per 144 (32.5%) di essi era stato possibile interrompere il trattamento convenzionale precedentemente prescritto. Le sei principali condizioni morbose che avevano giustificato la consultazione omeopatica erano: eczema, ansia, depressione, osteoartrite, cefalea ed ipertensione essenziale. I risultati erano simili in tutte le classi d'età mentre era evidente, negli adulti, una differenza di esito legata al sesso dei pazienti: 296 donne trattate con percentuale di risultato positivo nel 71.3% di esse,159 uomini con percentuale di successo del trattamento del 58.5%. In due pazienti (0.4%) è stato registrato un prolungato aggravamento apparentemente attribuibile al trattamento omeopatico. Quando esaminiamo lo stato della ricerca clinica in omeopatia ci si rende conto che questi studi di risultato, che mettono sotto osservazione la appropriatezza, l'efficacia e la qualità degli interventi in omeopatia, sono di vitale importanza. Non solo per i risultati in se stessi ma anche perché introducono nella bottega, a volte eccessivamente artigianale dell'omeopata, l'abitudine al metodo e alla misurazione del proprio lavoro.

Fonte:
Homeopathy, 2005, 94, (4), 215
Articolo di Massimo Saruggia
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La memoria dei ratti migliora con dosi omeopatiche di antico

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:23 pm

Anche la più inaccessibile delle scogliere nasconde un sentiero che scende sulla spiaggia. E' il pensiero che ci soccorre leggendo l'articolo pubblicato sul JCAM che mostra il lavoro di un gruppo di biologi molecolari dell'Accademia Russa delle Scienze Mediche. Il punto di partenza dei ricercatori russi risiede nella considerazione che lo studio dell'attività fisiologica di sostanze diluite ed ultradiluite è sempre più avvincente. Essi hanno così allestito uno studio volto a verificare se preparazioni di anticorpi ad uno specifico antigene del sistema nervoso centrale (S-100B), in VI diluizione centesimale, siano in grado di influenzare l'attività cerebrale di questa proteina che numerosi studi precedenti hanno dimostrato essere in relazione alla plasticità del sistema nervoso centrale. Il protocollo allestito dai ricercatori russi era in particolare volto a determinare se dosi diluite di anticorpi anti-S-100B influenzino la formazione della memoria nei ratti.
Sono stati allestiti tre diversi tipi di modelli sperimentali che condizionano a vario modo nei ratti un atteggiamento difensivo: l'inibizione alla discesa da una piattaforma sicura verso una griglia che condiziona una scarica elettrica, la scelta o meno di una sfera di zucchero il cui contatto provoca un passaggio di corrente e, da ultimo, l'inibizione dell'atto di alimentarsi dopo un segnale uditivo. I tre modelli di osservazione in sostanza permettono di esporre i ratti a tre tipi di condizionamento. Il primo richiede una inibizione dell'attività motoria nel rallentare il passaggio dalla piattaforma sicura a quella che conduce una scarica elettrica, il secondo mette in luce una scelta tra due oggetti, uno sicuro ed il secondo doloroso, ed il terzo coinvolge la capacità di interrompere l'alimentazione dopo il condizionamento con un segnale uditivo seguito da un passaggio di corrente. La sperimentazione includeva processi di informazione ottenuti attraverso diversi canali: infatti erano coinvolti in questo modo la sensibilità propriocettiva, la vista e l'udito. Lo studio ha mostrato che, rispetto al gruppo di controllo, i ratti ai quali erano stati somministrate diluizione 6CH di anticorpi anti-S-100B stazionavano sulla piattaforma sicura più a lungo, evitavano più accuratamente la sfera di zucchero associata allo stimolo elettrico e per maggior tempo sopprimevano il loro atteggiamento alimentare nei riguardi di una soluzione zuccherina la cui assunzione era associata ad uno stimolo doloroso. Gli effetti degli anticorpi anti S-100B diluiti alla sesta centesimale erano in sostanza opposti a quelli dimostrati in altri lavori dello stesso gruppo di ricercatori; in essi infatti dosi ponderali di anticorpo S-100B erano associate ad un peggioramento della attività riflesse condizionate.
Le ipotesi esplicative dei fenomeni registrati sono varie. I ricercatori russi ne ipotizzano due: in primo luogo le dosi diluite di anticorpo possono stimolare l'attività funzionale della proteina variandone il legame con le membrane neuronali, ma è anche possibile che le dosi deboli di anticorpo influenzino direttamente l'anticorpo stesso, alterandone le caratteristiche fisico-chimiche. Gli autori concludono suggerendo una possibilità applicativa clinica in campo umano, ricordando che i disturbi mnesici di pazienti psichiatrici sono caratterizzati da alti livelli di autoanticorpi alla proteina S-100B. Leggendo questo articolo sembra che il fenomeno dell'ormesi sia come un cielo stellato: se lo osservi a lungo e con attenzione diventa più bello perché vi appaiono stelle nuove e mai classificate.

Fonte:
eCAM, 2006, 3, (4), 541
Articolo di Massimo Saruggia
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Terapia omeopatica nella nevralgia del trigemino

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:40 pm

Il grandioso edificio della Real Fabbrica di Capodimonte fu progettato da Giovanni Antonio Medrano, specializzato in acquedotti dentro ai quali - dicevano i detrattori - l'acqua si rifiutava di scorrere. Mentre leggiamo l'articolo di YN Mojaver del Dipartimento di Odontoiatria della Rafsanjan University of Medical Science, Rafsanjan (Iran) sentiamo al contrario il movimento ed osserviamo la limpidezza di un fiume generoso.
Mojaver si occupa nell'articolo del trattamento della nevralgia del trigemino. Se ne occupa con una studio osservazionale prospettico in 15 pazienti; la nevralgia trigeminale è infatti una patologia relativamente rara, intensamente dolorosa ed invalidante: per queste considerazioni non è stato possibile prevedere un gruppo di controllo con placebo. Ai pazienti veniva gradualmente sospesa la medicazione allopatica precedentemente consigliata, che del resto era risultata poco efficace. L'intensità del dolore veniva misurata con una scala analogica visiva, criteri descrittivi designavano la frequenza giornaliera delle crisi dolorose (all'ingresso nello studio esse erano comprese tra 1 e più di 15). Dopo la valutazione iniziale il rimedio omeopatico prescelto veniva somministrato in 30CH al momento dell'ingresso nello studio e, in seguito, alla fine del primo, del secondo, del terzo e del quarto mese. I pazienti sono stati trattati con rimedi omeopatici individualizzati sulla base del quadro clinico locale ma, per la diagnosi del rimedio, è stato considerato anche il quadro biopsicosociale complessivo. Per ridurre il rischio che i pazienti venissero trattati con un rimedio non idoneo, la consultazione iniziale dei pazienti e la scelta del rimedio è stata condivisa da due medici esperti in omeopatia con un training formativo tra loro simile e con una esperienza in omeopatia clinica di almeno cinque anni.
Il rimedio più prescritto per le donne è stato Pulsatilla, mentre gli uomini sono stati più frequentemente avviati alla presa di Aconitum. I risultati dello studio mostrano che si è registrata una riduzione statisticamente significativa (p<0.001) della intensità del dolore e della sua frequenza. Una notazione ancora più interessante è che la riduzione del dolore in questo gruppo di pazienti mostra un andamento progressivo. 45,2% (al primo mese), 53,5% (al secondo mese), 59,8% (al terzo mese) e 62,7% (al quarto mese). Al termine di questo studio gli autori sottolineano che il ridotto numero di pazienti e l'assenza di un gruppo di controllo farà storcere il naso ai puristi delle EBM. Certamente sarà necessario ripetere lo studio con numeri maggiori e per un periodo di osservazione più lungo rispetto ai quattro mesi di osservazioni seguiti da Mojaver, tuttavia ci sorregge sempre la convinzione che la profondità si nasconde in superficie.

Fonte:
Homeopathy, 2007, 96, (2), 82
Articolo di Massimo Saruggia
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Arnica efficace nella retinopatia diabetica

Messaggiodi Dr.Ascani il gio dic 18, 2008 2:45 pm

Questo lavoro è stato realizzato con il Patrocinio dell'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma. Scopo degli Autori è stato valutare sperimentalmente, con uno studio clinico in doppio cieco randomizzato verso placebo, l'azione protettiva sui vasi retinici ottenuta dall'utilizzo di preparati a base di Arnica 5CH in pazienti sofferenti di diabete, patologia che comporta complicanze microangiopatiche retiniche. La retina è il tessuto che ha più elevato consumo di ossigeno e ogni modificazione del microcircolo in questo distretto comporta inevitabilmente una modificazione della sua funzione. Quindi qualsiasi processo patologico che comporti una riduzione di rapporto ematico produce un perturbamento della funzionalità sia a livello centrale (dove sono presenti i coni sensibili al rosso) che a livello periferico (dove sono presenti i coni sensibili al verde). Queste modificazioni sono misurabili con un metodo non invasivo, sensibile e ripetibile come la Frequenza Critica di Fusione (FCF). La stimolazione con il colore verde consente di saggiare le condizioni dei recettori retinici paracentrali, mentre quella per il rosso indica la funzione dei recettori centrali. Incrementi o diminuzioni dei valori assoluti della FCF indicano rispettivamente una migliore o peggiore perfusione retinica dell'area interessata, mentre una diminuzione del rapporto verde rosso indica una sproporzione tra quota di microcircolo riservata alle aree centrali e periferiche della retina e quindi un'alterata perfusione. Dei 200 pazienti selezionati per lo studio, 60 sono stati ritenuti validi per la sperimentazione, di cui 33 femmine e 27 maschi. Essi hanno effettuato controlli metabolici (esame obiettivo, esame delle urine, glicemia a digiuno ed un'ora dopo pasto standard, dosaggio nell'emoglobina glicosilata, lipidogramma, colesterolemia, trigliceridemia) e oculistici (esame obiettivo, esame dell'acutezza visiva, retinografia, fotografia del fondo oculare, tonometria, frequenza critica di fusione). Tale protocollo, effettuato in doppio cieco, è stato ripetuto mensilmente per la parte metabolica e trimestralmente per la parte oftalmologica, il rilevamento della FCF è stato effettuato con cadenza mensile. Il trattamento nei pazienti diabetici con Arnica 5 CH, rispetto al gruppo di controllo, ha determinato un miglioramento statisticamente significativo della frequenza critica di fusione per il rosso, conseguente ad un miglioramento della funzionalità dei recettori per un incremento della perfusione media posteriore della retina assieme ad un nettissimo incremento della frequenza critica di fusione per il verde come miglioramento funzionale delle zone retiniche periferiche, che nel diabete sono le prime ad evidenziare la comparsa di zone d'ischemia. Infine è importante notare come questo trattamento con Arnica, ha permesso un equilibrio tra perfusione centrale e periferica della retina.

Fonte:
D. Zicari, F. Ricciotti, E.M. Vingolo, N. Zicari; Bollettino di Oculistica, Cappelli Editore, Anno 71, 5: 1992
Articolo di Italo Grassi
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